Sweden Rock Festival 2010 (3° giorno) – tra le braccia del blues-rock con Gary Moore e i Cinderella (2010)
Autore: Urban Bolta
Foto: Urban Bolta
Luogo: Sölvesborg / Svezia
Data del concerto: 10.06.2010
Numero di spettatori: 33000
Prezzo del biglietto: 240€ (abbonamento di 4 giorni)
GRAVE DIGGER (Rock stage)
Il programma del Rock stage nel terzo giorno di festival è stato aperto dai Grave Digger, vecchie conoscenze anche dei palchi sloveni. Come potrebbe essere altrimenti, visto che da trent’anni sfornano dischi senza sosta e girano il mondo in lungo e in largo? Da noi si sono fermati l’ultima volta a febbraio dell’anno scorso, mentre Rockline li ha beccati ancora alla fine dell’estate scorsa al Wacken Rocks South (report qui). Ma da quel concerto in casa Grave Digger le cose sono cambiate. Un mese dopo, infatti, la band è stata (a sorpresa) lasciata da Manni Schmidt, chitarrista molto amato dai fan, e Chris Boltendahl ha trovato il suo sostituto in un vecchio amico, un nome però abbastanza sconosciuto alla grande scena: Axel Ritt.
Se i concerti dei “Beccamorti” sono ormai una costante più o meno nota, stavolta Axel Ritt era la “scusa” per fare un salto sotto il palco dello Sweden Rock. Entrando nella band, Ritt si è ritrovato in una situazione maledettamente difficile, perché infilarsi nelle scarpe di Schmidt è un compito tutt’altro che facile. L’esibizione si è aperta con il solito intro “The Gallows Pole”, i membri si sono sistemati sul palco ed è partita “Ballad of a Hangman”, che ha già risposto alla domanda principale della serata, mostrando un buon affiatamento tra l’ultimo arrivato e la sezione ritmica. Come al solito, in fondo a sinistra sul palco incombeva quasi inosservata la morte nera alle tastiere. Dico quasi inosservata perché a catalizzare gli sguardi del pubblico ci pensa nientemeno che Chris Boltendahl. Il cantante delle leggende tedesche ha portato avanti il concerto da routine, senza scossoni, sui binari consueti e, come sempre con il sorriso stampato in faccia, ha buttato altra benzina sul fuoco continuando a incitare il pubblico. Axel Ritt ha domato assoli e passaggi più impegnativi senza la minima difficoltà, ma il continuo sbirciare verso il capo Boltendahl dava l’impressione di una certa insicurezza nelle proprie capacità. Ritt trabocca di competenza tecnica e, come ha dimostrato in uno dei suoi pezzi, di mosse da dita veloci, ma il ragazzo o è molto timido o non è abituato ai grandi palchi. Una terza spiegazione per una prova così poco sicura non la trovo. I Grave Digger hanno portato in porto il concerto con i loro hit “Lionheart”, “Excalibur” e, ovviamente, “Heavy Metal Breakdown”. Vale la pena citare “The Truth” (Tunes of War, 1996), che dal vivo – fino a quel giorno – non suonavano da più di dieci anni. Bravi!
D-A-D (Rock stage)
I danesi D-A-D hanno radunato sotto lo stesso palco una folla ben più grande di quella dei tedeschi che li hanno preceduti. Logico, visto che, secondo gli organizzatori del festival svedese, nel sondaggio sulle band più desiderate, che ogni anno compilano i visitatori del sito, sono finiti proprio in cima alla lista. I D-A-D sono sulla scena musicale da quasi trent’anni, abbastanza da essersi costruiti una base di fan fedeli, che stavolta dalle prime file hanno incitato la band in modo fanaticissimo. Per l’ascoltatore casuale, come ero io sul posto, i D-A-D possono essere un pasto molto indigesto. I loro pezzi vanno da ritornelli melodici contagiosi a soluzioni più alternative fino a sfuriate punk rock, e farsi coinvolgere è davvero dura. A pensare al divertimento ci pensa il bassista Peter Jensen, che con le sue chitarre a due corde dalle forme innovative (una aveva addirittura la forma di un razzo) mette di buon umore e fa ridere. L’incostanza dell’espressione musicale e la dose eccessiva di buffonate sul palco mi hanno spinto, ancora prima della fine dell’esibizione dei rocker danesi, verso il palco di Dio.
PRAYING MANTIS (Dio stage)
Un tempo ragazzi sfrontati, oggi signori distinti: una delle proposte più interessanti del festival, i Praying Mantis! Quando sono arrivato sotto il palco c’era solo un manipolo dei “fan” più accaniti, così la nostra squadretta si è piazzata lungo la transenna a formare la prima fila. Quanto siano sottovalutati i Praying Mantis lo dimostra il fatto che ogni membro si prepara da sé tutto il necessario per l’esibizione: suonare non porta abbastanza soldi da permettersi un “roadie”. La band ha in tasca il fresco lavoro in studio Sanctuary (recensione qui), da cui ci hanno regalato dal vivo i più dolci “Touch The Rainbow” e “Highway”. Con l’ultimo album i Mantis hanno presentato al pubblico il nuovo cantante Mike Freeland. Mike si cala nel suo ruolo sul palco al cento per cento e sembra cadere in trance durante il concerto: mentre canta con grande sentimento fa parecchie smorfie, ma soprattutto le sue capacità vocali sono più che degne del nome Praying Mantis, e l’estensione e la duttilità della sua voce si sposano alla perfezione con la combinazione di melodicità AOR e ritmi a tratti un po’ più duri. Anche se molti inseriscono i Praying Mantis nella NWOBHM, in realtà con quel movimento non hanno molti legami diretti. Tutto ciò che sa di heavy metal lo avvolgono con eleganza in riff melodici contagiosi, le tastiere avvicinano il tutto alle acque dell’AOR, e la loro particolarità sono i frequenti interventi di una chitarra acustica di accompagnamento, di cui si occupa il cofondatore della band Tino Troy. In un’ora di set i Praying Mantis hanno ripercorso la loro discografia in studio, suonando dal vivo pezzi del classico esordio “Time Tells No Lies (1981)”, passando per gli anni Novanta fino all’ultimo album già citato, “Sancturary”. I musicisti, di ottimo umore, hanno fatto spuntare per un attimo il sole da dietro le nuvole per la prima volta nel festival, e l’eccellenza del concerto, come già con i Quireboys e i Treat nei due giorni precedenti, è stata completata da un suono cristallino, con cui il terzo palco del festival si è confermato ancora una volta.
RICK SPRINGFIELD (Festival stage)
Appena finito il set dei Praying Mantis mi sono precipitato sotto il main stage, dove Rick Springfield era già quasi a metà del suo show. Il cantante australiano era uno dei nomi più esclusivi dell’edizione di quest’anno del festival svedese, visto che le sue esibizioni nel Vecchio Continente sono una vera rarità. Springfield ha vissuto gli anni d’oro della sua carriera negli anni Ottanta, per poi sparire dalla vista delle grandi folle. Proprio l’esibizione in Svezia è stato il suo primo incontro con l’Europa dopo, credeteci o no, un quarto di secolo, e quindi un modo per tastare il terreno della popolarità prima delle prossime date del mini tour europeo.
La lunga assenza ha fatto il suo effetto. Sotto il palco all’inizio non si sentiva troppa euforia, i pochi fan si perdevano facilmente tra gli ascoltatori occasionali, che erano la maggioranza. Ma come ci ha conquistati tutti Rick con il suo show! Con carisma e presenza scenica ha domato senza fatica tutte le insidie di un grande palco da festival, e la sua carica ha attirato sotto il palco sempre più gente, che si stupiva della vitalità e della simpatia del buon vecchio Rick. Durante “Don’t Talk To Strangers” Rick ha invitato accanto a sé un bambino e gli ha spiegato il messaggio del pezzo, mentre un altro dei culmini è arrivato con “Human Touch”, quando Rick ha deciso di aprirsi un varco tra la folla fino alla “console” in fondo, da dove, in alto, ovviamente con l’accompagnamento dei membri della sua band dal palco principale, ha cantato l’intera canzone. Nonostante i suoi sessant’anni Springfield sembra giovanissimo, e non solo guardando l’aspetto e l’energia della sua performance: cosa ancora più importante, anche vocalmente Rick resiste benissimo al passare degli anni. Oltre ai momenti clou della carriera ha presentato anche l’ultimo album in studio “Venus In Overdrive” (2008), ma la reazione più rumorosa, com’era ovvio, è arrivata con “Jessie’s Girl”, l’hit che un tempo è stato primo in classifica su Billboard. Un’esibizione sicura e il tocco magico del power pop melodico hanno regalato senza dubbio alcuni dei momenti più belli dello Sweden Rock 2010.
MAGNUM (Rock stage)
Poco dopo le sei di sera è arrivato il momento di tutti i fan del rock melodico, condito da una parte di melodie AOR e dall’altra da leve a tratti un po’ più progressive nelle trame dei pezzi. Rockline era andato incontro ai Magnum già lo scorso ottobre, quando avrebbero dovuto suonare a Bologna, in Italia, ma gli inglesi avevano annullato il concerto all’ultimo momento (probabilmente per il numero troppo basso di biglietti venduti), così, di punto in bianco, e quindi questo incontro con i Magnum è stato un battesimo per la nostra testata. Il bel numero di persone presenti ha fatto capire che i Magnum sono molto popolari in Scandinavia, quindi non è stata affatto una sorpresa sentire il pubblico cantare i pezzi anche lontano dal palco. Gli inglesi hanno dedicato il loro set quasi interamente alle creazioni più recenti, in primis l’ultimo lavoro in studio “Into The Valley Of The Moonking” (2009), senza dimenticare “Princess Alice And The Broken Arrow”, uscito due anni prima, così ai classici degli anni Ottanta è rimasto riservato solo l’ultimo terzo del tempo a loro disposizione. Una mossa molto coraggiosa, visto che non si trattava di un concerto in solitaria, ma dato che anche i due ultimi dischi sono sinonimo di qualità, se la possono permettere senza problemi. Forse la ragione sta anche nella voce di Bob Catley, che non raggiunge più i registri più alti, per cui i pezzi più recenti, già adattati alla sua voce un filo più profonda, gli stanno meglio addosso. Ci hanno trovato pane per i loro denti tutti gli amanti di una musica più profonda, perché Mark Stanway alle tastiere e il maestro della chitarra Tony Clarkin hanno più volte dilatato le versioni da studio con parti strumentali fantasiose, portando i pezzi in una nuova dimensione. Nelle pause Catley & compagni non hanno rivolto al pubblico nemmeno una parola, il che ha dato al concerto un taglio molto impersonale, ma la magia unica dei Magnum ha comunque ricaricato la folla sotto il palco in vista del programma serale.
STEEL PANTHER (Sweden stage)
Nello stesso momento dei Magnum, dall’altra parte dell’area, sul “palco svedese” molto più piccolo, intrattenevano i presenti gli Steel Panther. Si tratta di un progetto di vecchi marpioni dell’hair metal, cresciuti negli anni Ottanta all’ombra del successo di gruppi come Bon Jovi, Mötley Crüe e Poison. Come spunto per la propria faccia gli Steel Panther hanno preso il comportamento delle rockstar più arroganti degli anni Ottanta, l’hanno elevato a potenza, hanno registrato l’album “Feel The Steel” (2009) e hanno portato questi “attributi” sui palchi dei concerti, dove adesso prendono in giro se stessi e i loro fan. È quindi prima di tutto un progetto da sfottò, senza serie ambizioni musicali in senso stretto. Tra un pezzo e l’altro il cantante Michael Starr e il chitarrista Satchel fanno a gara a chi tira fuori la battuta migliore. Tra le altre cose hanno attirato sul palco due ragazze prosperose e ne hanno chiesto i nomi, ma ancora prima di ottenere la risposta, per il divertimento del pubblico, hanno tagliato loro la parola con cattiveria: “A chi diavolo interessano i vostri nomi?”. I glam rocker si sono sicuramente presi la loro porzione di risate, io invece dopo qualche minuto di osservazione sono tornato di corsa tra le braccia dei Magnum.
CINDERELLA (Festival stage)
Cosa dire dei Cinderella? Il pubblico europeo è ormai affamatissimo della loro musica, quindi non sorprende che negli ultimi anni fossero in cima ai desideri dei visitatori del festival, che sul sito mandavano i loro suggerimenti. Gli americani non si vedevano nel Vecchio Continente da ben 18 anni, e sono arrivati oltreoceano solo per questo concerto al festival. Il che significa che la siccità, in realtà, continua. L’anno scorso i Cinderella hanno pubblicato il live “Live At The Mohegan Sun”, che faceva presagire indirettamente un grande tour, anche europeo. Ecco, il tour lo stiamo ancora aspettando, mentre i pochi fortunati presenti hanno ovviamente afferrato al volo con entrambe le mani l’occasione di vedere i Cinderella già in Svezia.
Davanti all’attesa folla oceanica, per l’ora e mezza successiva il palco è stato tutto dei Cinderella. Hanno diviso l’esibizione in due parti: nella prima metà hanno spinto sull’acceleratore con “Push, Push”, “Somebody Save Me” e “Night Songs”, navigando nelle acque del glam metal, mentre nella seconda si sono trasformati in spezzacuori e hanno suonato alcune delle loro ballad più riconoscibili. La domanda principale del concerto era come se la sarebbe cavata il cantante Tom Keifer, a cui negli ultimi anni la voce ha dato parecchi problemi, tanto che nel 2008 è finito perfino sotto i ferri sul tavolo operatorio. Keifer ha superato alla grande il suo compito. È vero che affronta le parti vocali con estrema cautela, ma la voce resta dal timbro riconoscibile, integra e, quando serve, anche decisa. Keifer si è preso delle pause vocali grazie agli altri membri della band e ovviamente al pubblico, a cui non di rado ha affidato qualche verso, risparmiando saggiamente un po’ di energia. Per presenza scenica a Keifer può stare dietro solo il chitarrista Jeff LaBar, l’unico a concedersi un “cat walk” e a passeggiare fino al cuore del pubblico. I culmini del concerto sono arrivati con “Heartbreak Station”, che LaBar con la chitarra acustica e Keifer hanno eseguito spalla a spalla, con l’eterno inno glam “Nobody’s Fool” e con l’epica ballad “Don’t Know What You Got (Till It’s Gone)”, dove Keifer si siede al pianoforte in modo populista. Ragazzi, ma a cosa vi serve Gary Corbett? Corbett è il tastierista dei concerti dei Cinderella, ma sta del tutto inosservato in fondo al palco profondo, e l’unica volta che sarebbe salito sulla scena principale, per la regola “si sappia chi comanda”, il suo ruolo se l’è preso Keifer. Una passeggiata tra i più grandi classici dei Cinderella ha portato così una buona dose di miscuglio tra glam metal e blues-hard rock sognante, e a una resa solida si è aggiunto il fatto stesso dell’attesa per i Cinderella, che ha scolpito la loro esibizione nella mia memoria per sempre come un’ora e mezza di puro piacere!
BILLY IDOL (Rock stage)
Ancora prima del concerto di Lubiana, l’eterno ragazzo Billy Idol si è presentato anche al pubblico svedese. Billy in questo tour si è fermato in alcuni festival, di cui lo Sweden Rock è stato l’apertura prima dei prossimi incontri con un pubblico sterminato sotto i palchi dei più grandi festival europei.
Sarà anche vero che nell’aria elettrica qualche goccia dal cielo ogni tanto ci sta bene, ma quando il cielo si apre letteralmente e comincia a rovesciare acqua con tale foga che per la fitta pioggia si fa fatica persino a vedere il palco, figurarsi il suono che ne arriva, allora il meteo diventa il fattore decisivo del concerto. Una sfortuna del genere è toccata a Billy Idol. Nonostante le condizioni estremamente pesanti e la gente che scappava dal palco in cerca di un riparo, Billy con la sua compagnia di stelle ha dato il massimo che poteva in quel momento. Ha aperto con il classico dei Generation X “Ready Steady Go”, e subito dopo è arrivato il primo dei sempreverdi, “Danicng With Myself”. Il carismatico Billy sui pezzi più riconoscibili ha sempre lasciato che la folla cantasse un verso o due, approfondendo così la chimica reciproca. Alla chitarra ad accompagnare Billy c’era nientemeno che Steve Stevenes, un tizio con un’acconciatura e le unghie smaltate come le vedi oggi sul tipico studente delle medie da “Bullet For My Valentine”. Ma il suo aspetto inganna: il vecchio il suo mestiere lo conosce da dio, ogni nota la esegue fino al minimo dettaglio, e non lo fa uscire dal ritmo nemmeno il continuo cambiare tra chitarra elettrica e acustica. Proprio l’alternarsi di ritmo tra marce punk rock e momenti più melodici, per lo più acustici, è stata una delle osservazioni principali sul concerto di Billy Idol. Lui ha corso energicamente per il palco per tutto il tempo e, per la gioia della parte più delicata del pubblico, ha sfoggiato i suoi muscoli: anche nel sesto decennio di vita Billy non abbandona le sue mosse riconoscibili. Hanno soddisfatto la scelta dei pezzi, l’affiatamento della formazione di stelle e anche la voce di Billy, a rovinare tutto, come detto, è stato il meteo. Billy Idol e la sua squadra restano musicisti che vale sicuramente la pena di vedere, perché i loro fan non li lasciano a piedi tanto facilmente.
GARY MOORE (Festival stage)
La passeggiata attraverso il terzo giorno di festival l’ha chiusa Gary Moore, uno dei più grandi chitarristi blues degli ultimi decenni, ma molto più di questo. Sarà anche vero che il nome di gigante della musica se l’è guadagnato come maestro del blues, ma Moore nella sua lunga carriera ha suonato, tra le altre cose, anche hard rock e heavy metal, ed è proprio a questi due generi che era dedicata l’esibizione di stavolta. Il pubblico svedese è abituato a ritmi più pesanti, perciò Moore ha adattato in parte la scelta dei pezzi ai gusti specifici del pubblico dello “Sweden Rock”.
L’intro “Dunluce” ha offerto un’apertura blues assonnata, scossa poi da quella perla di Wild Frontier che è “Over The Hills And Far Away”, un assalto hard rock vestito di motivi celtici. Ora si fa sul serio! Gary, incollato al suo posto accanto al microfono sul lato sinistro del palco, con i capelli arruffati e la chitarra in mano, ha presentato uno spaccato della sua carriera, con l’accento sulle creazioni degli anni Ottanta. Nonostante una presenza poco carismatica, i motivi riconoscibili dei suoi pezzi gli hanno permesso di tenere il pubblico sotto il palco fino alla fine, e lo sottolineo perché prima del concerto le malelingue insinuavano che non ce l’avrebbe fatta. Diciamolo: il suo nome, in senso commerciale, è davvero più piccolo di Aerosmith o Guns’n’Roses, che negli altri due giorni erano gli headliner del festival, ma anche Gary Moore è riuscito a domare le insidie del grande palco e a trovare un’ottima intesa con il pubblico infreddolito in un’ora e mezza di compagnia. Nonostante una scelta di pezzi un po’ più dura non sono mancati i dolcetti blues riconoscibili “Walking by Myself”, “Still Got The Blues” e, a seguire, “Parisienne Walkways”. Oltre alle già note virtù chitarristiche Moore si è dimostrato anche un solido cantante con un ottimo controllo di ciò che succede, perché ha un senso raffinato nell’adattare la dinamica, o dall’altro lato la sensualità, dei pezzi suonati. Il culmine è arrivato con il già citato mega hit “Still Got The Blues”, il cui riff di chitarra inconfondibile ha scatenato un’esplosione di entusiasmo sotto il palco, prova definitiva che la scelta del affascinante Gary Moore come headliner della giornata da parte degli organizzatori era stata una mossa giusta.
Anche il terzo giorno del festival è dunque volato via decisamente troppo in fretta. Nel programma fitto purtroppo non c’è stato spazio per vedere qualche altra band interessante, e quello che mi rode di più è aver saltato l’esibizione del gruppo di Michael Schenker, ma acchiappare tutti gli artisti interessanti in un festival di tale qualità e con una marea di palchi è semplicemente una missione impossibile. In attesa dell’ultimo giorno ci siamo infilati in fretta ciascuno nel proprio sacco a pelo. E buonanotte!
Foto: Urban Bolta
Scaletta
11:30 — 12:15 THE ITCH (Dio) 12:00 — 13:15 GRAVE DIGGER (Rock) 12:15 — 13:15 BIGELF (Sweden) 13:30 — 14:45 MSG (Festival) 13:45 — 14:45 SCREAMIN’ LORDS (Dio) 15:00 — 16:15 D-A-D (Rock) 15:00 — 16:15 HIGH ON FIRE (Sweden) 15:15 — 16:00 CONNY BLOOM (Rockklassiker) 16:00 — 17:00 PRAYING MANTIS (Dio) 16:30 — 18:00 RICK SPRINGFIELD (Festival) 17:30 — 18:30 CHICKEN SHACK (Dio) 18:15 — 19:45 MAGNUM (Rock) 18:15 — 19:45 STEEL PANTHER (Sweden) 18:30 — 19:30 PUGH ROGEFELDT (Rockklassiker) 20:00 — 21:30 CINDERELLA (Festival) 20:15 — 21:30 SUICIDAL TENDENCIES (Dio) 21:30 — 22:15 BONAFIDE (Rockklassiker) 21:45 — 23:15 BILLY IDOL (Rock) 21:45 — 23:15 MUSTACH (Sweden) 23:30 — 02:00 GARY MOORE (Festival) 24:00 — 01:30 BEHEMOTH (Dio) GRAVE DIGGER set lista: 1. The Gallows Pole 2. Ballad of a Hangman 3. The Roundtable 4. Hell of Disillusion 5. Wedding Day 6. Lionheart 7. The Truth 8. Excalibur 9. Valhalla 10. The Last Supper 11. The Dark of the Sun 12. Knights of the Cross 13. Rebellion (The Clans are Marching) 14. Pray 15. Heavy Metal Breakdown PRAYING MANTIS set lista: 1. Children of the Earth 2. Panic in the Street 3. Cry for the New World 4. Don’t be Affraid of Dark 5. Turn the Tide 6. Touch the Rainbow 6. Rise Up Again 7. Highway 8. Turn the Tables 9. Captured City RICK SPRINGFIELD set lista: 1. Mr. PC 2. I’ve Done Everything for You 3. Affair of the Heart 4. Living in Oz 5. What’s Victoria’s Secret? 6. Celebrate Youth 7. Venus in Overdrive 8. I’ll Miss That Someday 9. Love Is Alright Tonight 10. Crossroad Blues 11. Don’t Talk to Strangers 12. Love Somebody 13. Human Touch 14. Jessie’s Girl ——————- 15. Wild Thing 16. Kristina MAGNUM set lista: 1. Cry To Yourself 2. Take Me To The Edge 3. Brand New Morning 4. The Moonking 5. When We Were Younger 6. No One Knows His Name 7. Dragons Are Real 8. We All Run 9. Les Morts Dansant 10. All My Bridges 11. All England’s Eyes 12. Vigilante ——————– 13. Don’t Wake the Lion (Too Old to Die Young) 14. Kingdom Of Madness STEEL PANTHER set lista: 1. Eyes of a Panther 2. Asian Hooker 3. Fat Girl (Thar She Blows) 4. The Shocker 5. I Want It That Way 6. Guitar Solo 7. Party All Day (Fuck All Night) 8. Community Property 9. Turn out the Lights 10. Girl from Oklahoma 11. Eatin’ Ain’t Cheatin’ 12. Hell’s on Fire ——————– 13. Death to all but Metal 14. Party All Day (Fuck All Night) 15. Kickstart My Heart CINDERELLA set lista: 1. Second Wind 2. Push Push 3. Somebody Save Me 4. The Last Mile 5. Night Songs 6. Bad Seamstress Blues/Falling Apart At The Seams 7. Heartbreak Station 8. Coming Home 9. Shelter Me 10. Nobody’s Fool 11. Gypsy Road ——————— 12. Don’t Know What You Got (Till It’s Gone) 13. Shake Me BILLY IDOL set lista: 1. Ready Steady Go 2. Dancing With Myself 3. Love Is Strange 4. Scream 5. White Wedding, Part 1 6. Cool Operator 7. Prodigal Blues 8. Bitter Pill 9. Twenty Flight Rock 10. To Be a Lover 11. Eyes Without A Face 12. Kings And Queens Of The Underground 13. Don’t Shoot The Messenger 14. Kiss Me Deadly 15. King Rocker 16. Running With the Boss Sound 17. Rebel Yell ——————– 18. LA Woman GARY MOORE set lista: 1. Dunluce 2. Over the Hills and Far Away 3. Thunder Rising 4. Military Man 5. Days Of Heroes 6. Where are you know 7. So Far Away 8. Empty Rooms 9. Old Wild One 10. Blood of Emeralds 11. Out in the Fields 12. Still Got the Blues 13. Walking by Myself ——————– 14. Parisienne Walkways
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