Talk

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Yes
Etichetta: Eagle Records
Uscita: 1994
Durata: 55:04
Voto: 3/5

Dopo la fine della megalomane tournée »Union«, che aveva riunito sul palco otto musicisti capaci in un modo o nell’altro di lasciare un segno importante nella storia dei grandi del rock progressivo, gli Yes decisero di rimettere in piedi la formazione di maggior successo commerciale degli anni Ottanta, quella che nel 1983 aveva centrato un successo incredibile con l’hit »Owner Of a Lonely Heart« e aveva registrato gli album »90125« (1983) e »Big Generator« (1987). Il che voleva dire che il cantante sempre di buonumore Jon Anderson, l’innovatore del basso Chris Squire, il virtuoso sudafricano della chitarra Trevor Rabin, il possente batterista Alan White e il tastierista originale Tony Kaye univano di nuovo le forze per mettersi a registrare un nuovo disco, mentre Steve Howe, Rick Wakeman e Bill Bruford (quest’ultimo, finita la tournée »Union«, non sarebbe mai più tornato negli Yes) si dedicavano di nuovo ai loro progetti solisti.

Il nuovo disco degli Yes si chiamava »Talk« e all’uscita divenne famoso soprattutto perché fu uno dei primi album (prog rock) realizzati con l’aiuto del computer. Questo, ovviamente, non significava che tutta la musica fosse suonata al computer, come all’epoca credevano erroneamente parecchi fan: gli strumenti erano ancora tutti suonati in modo ‘naturale’, normale, solo che il modo di registrare era stato ‘aggiornato’ un bel po’ grazie al computer Apple di Rabin. La forza trainante del nuovo progetto era proprio Rabin, per il quale »Talk« fu l’ultimo disco da membro degli Yes, perché in quel periodo si era stufato e stava puntando alle colonne sonore, diventando col tempo un compositore di successo per il cinema. Anche perché il maestro sudafricano della chitarra, che si occupò pure di una produzione eccellente, ci mise dentro il massimo dell’impegno creativo, »Talk« fu il progetto più ambizioso di questa versione degli Yes e insieme il loro traguardo più sperimentale, anche se su alcuni pezzi resta ancora più vicino al pop rock, o meglio al rock melodico, che al rock progressivo sinfonico per cui gli Yes erano stati conosciuti nella maggior parte della loro carriera.

Nonostante la copertina fosse di nuovo nel tipico (noioso) stile minimalista, tipico di questa versione degli Yes, »Talk« era stilisticamente il più vicino al rock progressivo fra tutti gli album di Rabin con gli Yes. A contribuire molto è stato anche il fatto che Kaye, al posto dei sintetizzatori che avevano dominato per tutti gli anni Ottanta, abbia ripreso a usare l’organo Hammond, riportando almeno un po’ del classico ‘linguaggio’ sonoro degli Yes, anche se di organo nel disco ce n’è giusto un assaggio. Le altre tastiere le ha suonate Rabin. Le tipiche armonie vocali sono, come da copione, splendide, con Squire e Rabin che ancora una volta hanno un ruolo importante nel sostenere la voce principale di Anderson. Trevor ha ricevuto da Jon un paio di volte anche il ‘permesso’ esclusivo di dividere con lui, per un attimo, la melodia vocale principale. Insomma, non tutti i risultati di »Talk« sono stati i più entusiasmanti, ma i motivi di soddisfazione non mancano.

L’apripista »The Calling« è il tipico ibrido tra prog e pop dell’era Rabin degli Yes, con tanti arrangiamenti pomposi, succosi passaggi d’organo e energici fraseggi di chitarra, ma con una produzione più moderna, il che vuol dire che è uno dei momenti migliori del disco. Jon, ovviamente, non poteva uscire dalla sua pelle e i suoi testi sono di nuovo pieni di profondo mantra d’amore che spesso sconfina nella sfera spirituale, ma i fan di lunga data non si aspettavano certo altro da lui. Anche »I Am Waiting« è uno dei momenti più interessanti di »Talk«, benché contenga un arrangiamento centrale parecchio sdolcinato e un po’ cliché, con un inconsolabile richiamo d’amore. Le fantasiose frasi di chitarra di Rabin e le intelligenti transizioni ritmiche ravvivano a dovere l’avvio piuttosto lento di questo brano di taglio ballad.

»Real Love«, con un’atmosfera inaspettatamente più cupa, una tensione ritmica che cresce e una forte melodia vocale principale, offre un buon contrasto, ed è particolarmente divertente sentire Rabin sfornare passaggi di chitarra più incisivi, quasi metal, di quelli che al suo più celebre predecessore Steve Howe non sono mai venuti troppo naturali. Anche »State Of Play« ha un approccio un po’ più aggressivo, con chitarra tagliente e batteria incazzata, mentre l’uso occasionale, per quanto fugace, del vocoder è un’aggiunta piuttosto inutile. »Walls« Rabin l’ha scritta insieme a Roger Hodgson (ex-Supertramp) all’inizio degli anni Ottanta, prima ancora della nascita di »90125«. Roger allora rifiutò l’offerta di diventare il nuovo cantante degli Yes. Rabin, Squire, White e Kaye infatti non sapevano ancora che nella band di allora, che si chiamava Cinema, sarebbe arrivato Jon, facendo di conseguenza risorgere gli Yes dalla tomba. La melodia vocale principale qui se la dividono bene Trevor e Jon, mentre si tratta di una tipica creazione compositiva di Rabin, visto che contiene tantissimi elementi AOR.

»Where Will You Be« è un altro traguardo compositivo di Rabin, in origine pensato per un film australiano. Ha un tocco mistico, orientaleggiante, e una base ritmica quasi tribale, il che significa che si adatta bene all’approccio vocale di Jon. Stilisticamente, questo pezzo starebbe quasi meglio in un disco solista di Anderson. Tutti i brani citati sono almeno solidi, se non buoni, ma neanche troppo emozionanti. A salvare »Talk« dalla mediocrità totale ci pensa il pezzo conclusivo, l’ambiziosa suite »Endless Dream«, lunga poco meno di sedici minuti e al tempo stesso il risultato più complesso di questa incarnazione dei celebri progster. »Endless Dream« è divisa in tre parti. La parte strumentale d’apertura, intitolata »Silent Spring«, potrebbe tranquillamente fare da base musicale a un film. La seconda parte, »Talk«, ha una malinconica melodia di pianoforte e interessanti cambi di tempo che portano a una complessa sezione strumentale, seguita da un ritornello trionfale. La terza e ultima parte, »Endless Dream«, è stracolma di eteree armonie vocali che regalano al disco un finale epico.

»Talk« fu una chiusura azzeccata per un’epoca, anche se nella discografia degli Yes, accanto a un bel mucchio di dischi decisamente migliori, non occupa un posto granché di rilievo. Rispetto al fallimentare predecessore »Union« (1991) rappresentò comunque un passo nella direzione giusta, di ritorno verso ciò che la maggior parte dei fan si aspettava da loro, cosa che si sente soprattutto in »Endless Dream«, con cui almeno un po’ riuscirono a zittire quelle critiche che accusavano (a torto) Rabin di aver trasformato gli Yes in una pop band. D’altra parte erano ancora lontanissimi dal loro sound classico anni Settanta, a cui volevano tornare piano piano. Per un breve periodo, negli due anni successivi, ci riuscirono pure. Dopo l’addio di Rabin e Kaye nel 1995, i fan si entusiasmarono per il ritorno di Howe e Wakeman, il che significò (ancora una volta, e di breve durata) la rinascita della formazione classica degli Yes, che partì per una nuova tournée e pubblicò i due album mezzi live e mezzi in studio »Keys to Ascension«.

Formazione

Jon Anderson, voce
Trevor Rabin – chitarre, tastiere, voce, programmazione
Chris Squire – basso, voce
Tony Kaye – organo Hammond
Alan White – batteria

Produzione

Trevor Rabin

Tracklist

1. The Calling (6:52)
2. I Am Waiting (7:22)
3. Real Love (8:42)
4. State of Play (4:58)
5. Walls (4:52)
6. Where Will You Be (6:03)
7. Endless Dream (15:41)
a) Silent Spring
b) Talk
c) Endless Dream

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