Temptation Come My Way
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Showdown, The
Etichetta: Century Media
Uscita: year
Il Sud degli USA è una fucina di band famose e, soprattutto, di molte altre un po’ meno note, che plasmano in modo importante la scena rock e metal e lasciano tracce indelebili fatte di sudore e sincerità. Due anni fa giuravano sul sentimento del southern rock e dello speed metal, che sfiorava un death metal molto digeribile. Due anni non sono tanti, ma The Showdown, quintetto del Tennessee, sono tornati con un disco nuovo. Rinforzati da un bel po’ di chilometri di concerti e da un nuovo batterista, ci hanno srotolato davanti la loro nuova faccia di band commercialmente ambiziosa, e vogliono convincerci con qualcosa che si può collocare in sfere più morbide rispetto al predecessore The Chorus Obliteration. Signore e signori: Temptation Come My Way è il ritratto di quello che hanno da offrirti i ragazzi di Elizabethton, che non hanno niente da perdere. Dissolutezza, distruzione e leggerezza nello stesso respiro. Dopo la muta sono maturati in qualcosa di indubbiamente nuovo e diverso. Nel diluvio di pop leggerino e di bolle di sapone di mode da un giorno, anche il rock si è ammorbidito ed è diventato di pelle sottilissima e trasparente. È vero che ogni tanto soft rock e ballad ci stanno bene, ma resta comunque spesso una gran cosa quando la musica ti prende a legnate in testa come un martello pneumatico da dieci tonnellate, e dalla pressa tra l’orecchio sinistro e il destro ti colano dalla testa solo sangue e la bellezza lasciva del rock a pieno sangue.
Temptation Come My Way, per chi non li conosceva prima, è un mosaico di motivetti, ritornelli e melodie molto contagiosi, facili da memorizzare, e soprattutto roba che sarebbe molto più facile sparare sulle onde radio. I ragazzi abusano dell’elettricità per offrirti un suono infernalmente caldo, se non proprio bollente, di riff di chitarra e un cluster sonoro di piccoli dettagli che i più scafati hanno imparato dai Metallica, dai Three Doors Down, dai Maiden; ne saranno contenti anche gli ascoltatori più rustici, abituati al suono dei Black Sabbath e a qualche assolo masturbatorio alla Zack Wylde. Prospettiva splendida, no? Eppure resta un retrogusto leggermente amaro, ma ne parliamo tra poco.
Visto che le copie promozionali dei dischi a volte sono mescolate in modo burlone, l’ordine dei pezzi, già al primo ascolto, era tutto fuorché quello giusto, perciò ho dovuto immergermi nell’ascolto ancora più a fondo. La mia versione dell’album parte subito in quarta con chitarre molto maideniane e melodie spumeggianti e kitsch. ‘I Victim (Here’s To The Year)’ sarebbe stata un’apertura splendida, se David Bunton avesse aspettato almeno un po’ prima di mettersi a smerciare le sue verbalizzazioni di un mondo svuotato come sottovuoto, che vende con una voce che ho già sentito da qualche parte. Nei Silverchair. Il tempo è quello giusto per inchiodarti e prepararti a quello che segue. ‘Head Down’ dopo l’attacco da pussy che mette in scena cowbell e un riff dolciastro, i ragazzi non riescono a decidere se correre e demolire tutto o trasformare il pezzo in una ballad. Che nessuno li prenda per venduti ci pensa un paio di squilli di assoli di chitarra, che Travis Bailey e Josh Childers intrecciano in una sciarpa di pizzo, con cui l’insieme respira ancora in qualche modo un po’ più caldo, ma la solita solfa riparte già dopo la seconda ripetizione del ritornello. Convinti di averti tra gli artigli, i The Showdown decidono di proseguire con un inno di gratitudine, perché il cuore batte monotono e senza un briciolo di stress. ‘We Die Young’ è strutturalmente simile alle gite precedenti lungo la tavolozza di frasi fatte consumate e logore. Sopra una tonnellata di zavorra un sottile strato di prosaicità e prevedibilità, a cui chi copia non può sfuggire. Una gita negli anni Ottanta alla maniera dei Novanta e del nuovo millennio, insomma. ‘It Drinks From Me’. Chitarra acustica con un forte retrogusto del Sud, che si completa bene con una voce forzatamente ruvida e un ritmo sussurrato di una storia di famiglia da qualche palude. Papà e mamma bevono, i figli si dedicano all’annullamento dei pensieri su come potrebbe andare meglio. Il brano si completa con una nuova trasfusione di sangue stantio e deliziosi assoli di chitarra. Non importa cosa hai da dire. Importa solo che tu abbia un bell’aspetto, sorrida bene dalle foto e dai poster e convinca all’acquisto del disco adolescenti inteneriti che non ascoltano i testi, no? La logica di mercato, diventata prima e ultima ragione di ogni mossa, è evidente. ‘Temptation Come My Way’ ricorda tutt’altro. Senti i Metallica? Non quelli che aravano terreno vergine prima del Black Album. In realtà sento Hatfield e la sua voce country da redneck. Su un Load o un Re-Load qualsiasi. Hmmm… Il commento sul gradimento è superfluo se ti svelo un piccolo segreto: i Metallica mi piacevano di più su un Master Of Puppets qualsiasi. Il dubbio che stavolta si sia trattato solo di un passo falso nella scelta dei modelli (chissà, magari al paesino sperduto hanno consegnato solo le ultime creazioni dei Metallica, che potevi avere solo se compravi la confezione da cinque chili di detersivo in polvere…) si dissolve già nel prosieguo. Continua la saga interrotta del suono leggero degli anni Ottanta. Non è tutto negli assoli. Si tratta di ritmo pesante e follie riffistiche. Non si può negare che il disco abbia una produzione piuttosto pilotata e che l’aspetto sonoro sia piuttosto lodevole. In parte alla nuova veste ha contribuito sicuramente Paul Ebersold, che prima dei pupilli di Ozzy The Showdown (oso dire che lo siano almeno un po’, perché sotto una tonnellata di merda si sente il suono della virtuosità chitarristica di un Randy Rhoads) aveva curato una maggiore commerciabilità sonora di band come Three Doors Down e Saliva. Dove siano gli uni o gli altri lo sanno dire solo i loro amici più stretti, perché in radio ultimamente per loro non c’è più spazio… ‘Spitting In The Wind”Fanatics And Whores’ cerca piuttosto selvaggiamente di convincere con strappi di carne grassi e cori finti, che sfociano in un derivato di un pezzo dei Black Lebel Society. ‘Death Finds Us Breathing’ ripete il già sentito, e sorprende invece la cover dei Kansas – ‘Carry On My Wayward Son’, che continua il trend dei remake, ma, devo ammetterlo, è ancora più che ascoltabile. Ricorda Ville Valo e gli Him con il cowbell, ma non si può biasimarli. Stavolta almeno ammettono apertamente di essersi messi a rimaneggiare un’auto già assemblata, che vogliono trasformare in una hot rod dal suono un po’ più cattivo. E ci riescono. A me suona più bello il pezzo ‘Breath Of The Swamp’, che suona pieno e senza riserve. Una vera cannonata di voci fenomenali e corsa sfrenata di chitarre. Giusto per farci capire che i ragazzi sanno e possono. Come se dopo una giornata intera di sete arrivassero finalmente alla loro Budweiser e sfamassero la bestia selvaggia. Con sentimenti contrastanti ti butti invece su ‘Six Feet Under’, che in realtà è uno dei killer più concentrati del disco. Anni Ottanta e sing along, chitarre armoniche e testi imbecilli sono una miscela proprio velenosa. Come iniettarsi in vena un mix di stimolanti e lassativi insieme. L’effetto dipende dal dosaggio. Maiden e Metallica, che suonerebbero come se avessero suonato il pezzo insieme senza pensieri, tornano in carreggiata con il brano ‘Forget My Name’. E alla fine del binario resta un senso di scissione e di sentimenti misti di amarezza che non si lava via nemmeno con un ettolitro di Vanish.
A voler essere condizionali, se fossimo più delicati e riguardosi, potremmo dire che il disco Temptation Come My Way è in realtà un prodotto per nulla rivoluzionario, che si può ascoltare e magari accompagnare tranquillamente con una birra, godendosi lo stato di spensierata eliminazione dell’ultima nuvoletta di pensieri costruttivi, ma in quel momento del tutto inutili. Nel disco c’è qualcosa per tutti (e per i gusti specializzati dei buongustai ben poco, perché se vuoi accontentare tutti i gusti…) – dal rock classico al metal, dal southern rock al pussy pop. Io sono rimasto un po’ deluso da quanto offerto, perché i ragazzi con il debutto The Chorus Of Obliteration promettevano parecchio di più. Maturare è necessario, ma la loro bestia selvaggia dopo due anni è diventata molto più sdentata e noiosa. Possiamo quindi aspettarci il seguito, davvero, con timore. Magari sul prossimo disco ci toccheranno anche Justin Timberlake e duetti con Brittney Spears. Basta aspettare un po’. Tra un paio d’anni potrebbero cadere anche le ultime ombre di illusioni selvagge…
Formazione
Travis Bailey – chitarra
David Bunton – voce
Josh Childers – chitarra, voce
Eric Koruschak – basso
AJ Barrette – batteria
Produzione
Paul Ebersold
Tracklist
1. Fanatics And Whores
2. Head Down
3. Six Feet Under
4. We Die Young
5. Breath Of The Swamp
6. It Drinks From Me
7. Temptation Come My Way
8. Forget My Name
9. Spitting In The Wind
10. I Victim (Here’s To the Year)
11. Carry On Wayward Son
12. Death Finds Us Breathing
DURATA DELL’ALBUM: 49:58