The Big Lad In The Windmill
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: It Bites
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1986
Voto: 3.5/5
Gli It Bites resteranno evidentemente per sempre una band a sé, con uno stile riconoscibile da un chilometro di distanza, anche se nella loro breve esistenza non sono mai entrati nella serie A dei nomi altisonanti del rock. Sono uno di quei gruppi art rock unici, a cui era destinato restare senza un successo commerciale degno di nota e senza la fama che il loro approccio musicale originale avrebbe meritato. Nella maggior parte dei loro lavori gli It Bites sono riusciti benissimo a fondere elementi di rock progressivo e pop, gettando un ponte tra due mondi musicali all’apparenza totalmente diversi. La star assoluta della formazione era senza dubbio l’ottimo cantante e chitarrista Francis Dunnery, che all’epoca, nonostante un modo di suonare la chitarra da maestro, tale da far pensare a un veterano con anni di esperienza alle spalle, era ancora agli inizi del suo percorso musicale. La sua voce, versatile e leggermente eccentrica, nel timbro ricorda a tratti Peter Gabriel (ex-Genesis, solo) o Derek Shulman (Gentle Giant), cosa che la maggior parte degli appassionati di rock progressivo noterà subito.
“The Big Lad In The Windmill” è stato il loro primo album e già qui hanno mostrato il loro sound inconfondibile, che avrebbero poi sviluppato nei due dischi successivi. Gran parte dei pezzi, soprattutto grazie alle spesso aggressive sfuriate della chitarra elettrica, ha un’impostazione decisamente hard rock, che fa sì che il disco esploda di energia, mentre le tastiere, varie e sfaccettate, si occupano dei ghirigori malinconici. Vale la pena citare anche le armonie vocali a più voci, ricchissime, che rafforzano ancora di più le acrobazie vocali di Dunnery. Anche il basso di Dick Nolan è abbastanza interessante e complesso da tirare fuori un ritmo molto saltellante e contagioso. In realtà l’intero album si appoggia parecchio sul ritmo e sulle voci, principali e di accompagnamento. Le tastiere, di cui si occupa John Beck, sono variegate e contribuiscono molto al ritmo generale, come confermano anche certi arrangiamenti che sostituiscono i fiati tradizionali. L’atmosfera della maggior parte dei brani è allegra, saltellante e giocosa, per non dire addirittura un po’ da paillettes. Tutto questo contribuisce, ovviamente, a rendere la band interessante anche per un pubblico più ampio. Ma la cosa più curiosa è che l’album offre una bella dose sia di elementi prog (voce eccentrica, armonie vocali, parti di chitarra sopra le righe, tastiere varie e basso complesso) sia di elementi pop (melodie alte, ritornelli cantabili, accessibilità): così praticamente ogni pezzo del disco porta in sé il potenziale del singolo da radio, mentre la complessità della maggior parte degli arrangiamenti lo rende interessante anche per gli ascoltatori più esigenti.
L’opener “I Got You Eating Out Of My Hand” è un tripudio di finezze pop adagiate su sintetizzatori raffinati e un ritmo saltellante. Quando entra anche la voce versatile di Dunnery, il pezzo guadagna ancora in brio e melodia, mentre il ritornello principale non ti esce dalla testa per un bel pezzo. Le armonie vocali di accompagnamento sono ottime, così come le energiche parti di chitarra. Che si tratti di una band progressiva lo dimostra una curiosa improvvisazione sui synth poco prima del secondo passaggio, quando rientra il ritornello principale. “All In Red” si apre con armonie vocali a più parti, poi arriva un ritmo funky e qualche parte di chitarra “a caso”, che sembra buttata lì dall’artista alla rinfusa per ridurre l’appeal commerciale del pezzo. “Whole New World” si apre su fiati improvvisati e un’atmosfera leggera da bar. Anche stavolta la voce di Dunnery, le armonie vocali a più parti e un ritornello ultra melodico fanno mescolare un’atmosfera burlona e la malinconia. “Screaming On The Beaches” si apre con riff affilati, seguiti da un passaggio saltellante sulle percussioni e da un ritornello sognante a più voci poggiato su un ritmo rimbalzante: abbastanza per farne uno dei brani più complessi dell’intero album. “Wanna Shout” è di nuovo un po’ più orientato all’hard rock e ha un vero ritmo da stadio, in stile Queen. Qui Dunnery è in un elemento vocale tutto suo. Comunque è il pezzo meno interessante del disco. “Turn Me Loose”, invece, è senza dubbio uno dei picchi, e trabocca di armonie cantabili e interessanti trovate di chitarra, sia elettrica che acustica. Nella seconda parte arriva una svolta interessantissima, con gustosi campionamenti sulle tastiere, prima che torni il ritornello principale, un altro di quelli che non ti escono dalla testa nemmeno a pagarlo. “Cold, Tired And Hungry” è una sorta di inno malinconico, dove a entusiasmare sono soprattutto le ricche armonie vocali e le tastiere cariche di emozione, che ne fanno un altro dei vertici dell’album. “Calling All The Heroes” è sicuramente una delle cose più interessanti del disco. Quello che la rende così speciale è il pre-ritornello power metal (con tanto di testo a tema) in stile Helloween, anche se il ritornello principale è di nuovo tutta un’altra storia. Ancora più interessante è il secondo passaggio, pieno di campionamenti spiritosi, riff affilati e synth spaziali. In “You Will Never Go To Heaven”, il culmine dell’intero album e il pezzo dove le tendenze progressive vengono fuori di più, gli It Bites si abbandonano a un’atmosfera estremamente emozionante. Le parti di chitarra di Dunnery si intrecciano splendidamente con sintetizzatori stratificati, mentre la sua voce suona inconsolabile. Tutti gli amanti dei virtuosi della chitarra resteranno sicuramente a bocca aperta davanti all’assolo finale, del tutto inaspettato. La title track è un bellissimo saluto sulla chitarra acustica.
Nel loro debutto, che non contiene nemmeno un pezzo sbagliato, gli It Bites si dimostrano maestri nel mettere insieme raffinatezza, arrangiamenti complessi e grande melodicità, il che li fa subito spiccare come band unica. Chi apprezza il buon art rock e il lavoro di gruppi come Saga, Queen, Rush (quelli degli anni ’80) e anche gli album più commerciali di Yes e Genesis, si innamorerà anche di “The Big Lad In The Windmill”. Anche parecchi fan del neo prog troveranno pane per i loro denti, perché nella loro musica riconosceranno anche qualche elemento tipico del genere. D’altra parte, è proprio quella band progressiva che, per l’enorme dose di finezze pop, sembra fatta apposta per essere odiata da tutti i puristi, quelli che non sopportano nulla che si scosti dalle norme sonore da loro rigidamente stabilite. Quindi le opzioni sono solo due: o li amerete all’istante, o non vorrete più sentirne parlare. Dipende semplicemente da che tipo di appassionato di musica siete. Se non fanno per voi, vi perderete un sacco di ottima musica, pazienza. Tutti gli altri possiamo invece rallegrarci per la loro recente resurrezione dopo più di 15 anni, anche se senza l’insostituibile Dunnery, rimpiazzato da John Mitchell (Arena, Kino, The Urbane, Blind Ego, John Wetton, ex-Frost*).
Formazione
Francis Dunnery – voce, chitarra
Dick Nolan / basso, voce di accompagnamento
John Beck – tastiere, voce di accompagnamento
Bob Dalton – batteria, voce di accompagnamento
Produzione
Alan Shacklock
Tracklist
1. I Got You Eating Out Of my Hand (6:07)
2. All In Red (3:32)
3. Whole New World (4:25)
4. Screaming On The Beaches (3:46)
5. Wanna Shout (3:13)
6. Turn Me Loose (4:12)
7. Cold, Tired And Hungry (4:17)
8. Calling All The Heroes (5:33)
9. You’ll Never Go To Heaven (7:13)
10. The Big Lad In The Windmill (0:48)
Durata dell’album: 43:06