The Dead Daisies a Padova: rock’n’roll affilato come un rasoio e il trionfale ritorno di Doug Aldrich (2025)

foto: ALEŠ PODREŽNIK 2025
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The Dead Daisies (in apertura: The Treatment, Broken Wings)
domenica 9 marzo 2025
Padova / Hall / Italia


(per la versione inglese, scorri giù fino al bancone del bar)

The Dead Daisies, la sensazione superrock formata da un quintetto di grandi eroi dell’hard rock classico, sotto la guida attenta e appassionata del capo della band, il magnate della finanza australiano e chitarrista David Lowy, dopo il successo del tour europeo autunnale dell’anno scorso, in cui RockLine li ha beccati il 16 novembre 2024 a Vienna, in Austria, hanno confermato per questo marzo le date di un nuovo tour europeo più breve, che si è avvicinato alla Slovenia (e noi ringraziamo) il 9 marzo 2025, quando la band ha annunciato il suo concerto a Padova, in un locale chiamato semplicemente Hall (un posto che per noi, tre habitué con un chilometraggio concertistico enorme, era in realtà un’incognita, visto che non c’eravamo mai stati).

Era proprio il giorno in cui, dopo un periodo di belle giornate di sole, il tempo ha ricominciato a imbronciarsi e a fare i capricci. Per fortuna il navigatore funziona con qualsiasi meteo e siamo riusciti a parcheggiare l’auto proprio vicino al locale, che si trova nella periferia nord-orientale della grande Padova: il che, come direbbe Cole degli En X Bend in un ‘tih, deževen (nedeljski) dan’, ci ha risparmiato un bel po’ di energie di viaggio.

Mentre eravamo nel nostro rodato rituale di ritiro dei pass, la rock band italiana Broken Wings di Udine stava già suonando il terzo pezzo del suo breve set di apertura di mezz’ora (da qui la presenza modesta nella fotogalleria qui sotto). Il locale, con un palco piuttosto alto e profondo, in quel momento trasudava ancora soprattutto un pubblico sparuto. Ma era chiaro che nei minuti successivi si sarebbe riempito per bene. I Broken Wings non hanno servito nulla che non avessimo già sentito. Parliamo di una hard rock band (che si è ‘ispirata’, tra gli altri, a gente come AC/DC, Guns’N Roses, Mötley Crüe) con una sfrontatezza rock’n’roll diretta, un leggero velo di fragore e ribellione punk e, a giudicare dalla stazza e dall’approccio vocale della cantante Sabrina Coianiz (grintosa e tagliente, e dal cognome si direbbe con radici nella penisola balcanica), sembra costruita per feste di bevute senza limiti e bagordi ai raduni di motociclisti. Il pubblico italiano ovviamente li conosce bene e durante il set non sembrava né particolarmente interessato né chissà quanto commosso, perché è già abituato a quello che trova ai concerti della band. Il gruppo ha portato a casa il tutto in modo corretto, sicuro e decoroso sotto ogni aspetto. Il problema era soprattutto il suono: le frasi di chitarra erano completamente ‘soffocate’ e ‘indistinte’, e a rovinare la performance vocale, pur molto sentita e coinvolta, della simpatica Sabrina ci si è messo anche un riverbero stridulo. La band, nata nel dicembre 2017, ha presentato il materiale del suo album d’esordio concettuale “Against the Wind”, con undici brani, uscito a fine giugno 2022.

Tutta un’altra storia è stato l’arrivo dei The Treatment da Cambridge, in Inghilterra. È un quintetto hard rock con un bel po’ di chilometri sulle spalle, che prima di diventare The Treatment nel 2008 si chiamava God Sacks Man. A Padova è arrivato con in tasca il nuovo sesto album in studio “Wake Up the Neighbourhood” (uscito a maggio 2024 per Frontiers Music Srl.). Il quintetto, che a fine gennaio ha integrato in formazione un nuovo bassista, tale Bailey Richardson, ha regalato uno show affascinante e spavaldo. Come gruppo di supporto all’intero tour dei The Dead Daisies hanno goduto di un ottimo suono per tutto il set, e per questo lo show è entrato ancora di più sotto pelle. Si sente parecchia ispirazione dall’eredità dei veterani del rock and roll classico come AC/DC, Nazareth, Free, Thunder, ma a tratti nel loro biglietto da visita c’è anche molta presa da arena, tipica dei tempi d’oro del glam metal di fine anni Ottanta (era perfetto in particolare il nuovo brano a medio tempo e atmosferico When Thunder and Lightning Strikes). I The Treatment sul palco sono organici, primordiali, ruvidi, per niente lucidati, ed è per questo che i loro riff arrivano dritti e ti sfondano la fronte, da pazzi! Hanno quella proverbiale cupezza britannica ed evocano misticismo, perciò la loro intensità dal vivo è ancora più penetrante! In più hanno un livello palpabile di contagiosità musicale e, se gli dai pure un buon suono live, una festa pazzesca con la band è inevitabile. Suonano classici, ma allo stesso tempo picchiano con un’intensità e una potenza fuori dal comune. Ed è così che si è svolto il loro show di 40 minuti, volato via in un batter d’occhio. La band ha sfruttato con abilità l’ampio palco, in particolare i due chitarristi indemoniati, che durante il concerto si sono scambiati più volte di lato. Intenso. E questo nonostante il raffreddore del cantante Tom Rampton, che ha cantato comunque in modo fenomenale e a cui un lieve cedimento vocale si è insinuato solo poco prima della fine, quando si è scusato col pubblico da vero gentiluomo (ma del tutto inutilmente) di non poter cantare al massimo della forma. In realtà non si è sentito per niente durante l’esibizione esplosiva di questa formazione brillantemente affiatata, che sa esattamente quali sono i suoi compiti sul palco. Hanno infiammato il pubblico alla grande, e quella dannata energia è esattamente ciò per cui vai a un vero concerto rock’n’roll! I The Treatment sono la band che ci aveva già in partenza attirati a Padova, perché non avevamo ancora avuto occasione di vederla dal vivo. Ha onorato la sua reputazione in tutto e ‘ucciso dal vivo’ (cioè: ha dato il meglio). La band ha suonato tutti e tre gli hit del nuovo album, ha aggiunto la nuova Man On A Wire e, per il resto, un pezzo ciascuno dai dischi in studio precedenti. Senza freni e senza cedimenti. ‘Ful šus!’ Una band da provare assolutamente. Il prima possibile!

Le star della serata, i The Dead Daisies, si sono portate dietro una bella compagnia di fan. Ne sono arrivati circa seicento. Infuocati. La particolarità di questo tour è il ritorno in squadra del chitarrista fisso della band, Doug Aldrich. Nel tour autunnale del 2024 al suo posto era saltato su Reb Beach, gran maestro della teoria a sei corde di Winger e Whitesnake, che era di fatto la scelta più corretta per sostituire Aldrich. L’anno scorso a quest’ultimo era stato infatti diagnosticato un cancro alla gola. Per lui è andato tutto bene e così, con grande gioia non solo dei fan dei The Dead Daisies ma del rock a livello globale, il nostro è di nuovo il vecchio, caro Doug. Pronto a nuove imprese! Parliamo di un chitarrista che, come figura per la scena hard rock globale, conta più di quanto pensi lui stesso. Con la sua attività degli ultimi due decenni è diventato un tassello importante nel riportare la tradizione classica dell’hard rock al centro dell’attenzione delle masse. Ha acceso la miccia per la prima volta a livello internazionale nei Dio, poi è esploso in ogni dimensione con i Whitesnake e ora, da anni, è un pezzo insostituibile dei The Dead Daisies. Chiunque lo guardi sul palco e strimpelli la chitarra a casa vorrebbe essere un Doug a modo suo (con in mano un simile Gibson LP dorato). Contagioso per stazza e pose sceniche: un musicista elegantissimo! Dai talenti, dalle conoscenze e dall’esperienza eccezionali.

La band ha consegnato esattamente quello per cui eravamo venuti! Un’ora e tre quarti di festa pazzesca. Nella prima metà ha suonato soprattutto brani del suo ampio arsenale di pezzi originali, con l’accento sui nuovi pezzi dell’album “Light ‘Em Up” (2024, RockLine recensione)! L’energia di sregolatezza, spensieratezza e voltaggio altissimo e impeccabile divorava il locale in lingue di fuoco. E il fuoco, per tutta l’ottima esibizione, lo spegnevano solo con la benzina!

Due cose spiccano nella prima parte dello show. La prima è il ritorno di Love That Will Never Be, in versione acustica con il solo cantante John Corabi. L’altra è stata With You And I, tratta dal secondo album in studio “Revolucion” (2015), sostenuta dal gorgoglio wah-wah del ‘talk box’ (a cura del diabolico Doug Aldrich). A Tommy Klufetos è toccato un numero tutto suo di schiaffi alla batteria, e ci siamo chiesti come faccia la struttura della batteria a reggere un simile assalto di tonnellate devastanti di sberle. ‘Schiaffos’ Klufetos. Impeccabile.

Corabi, che ha tenuto altissimo il morale della sala per tutto il tempo (tra l’altro con le immancabili corna del diavolo mostrate al pubblico), in un lungo discorso ha rivelato che i The Dead Daisies hanno intenzione di far uscire a maggio un album strettamente blues con una sacca di cover dei grandi classici del genere. Così nella scaletta Crossroads di Robert Johnson e Goin’ Down di Freddy King hanno preso il posto di I’m Ready di Muddy Waters del tour precedente. Suonate nella più stretta maniera di vita e opere dei The Dead Daisies. Nella maniera di una rigorosa esplosività rock. La particolarità della seconda parte è stata l’inserimento di Get a Hair-cut dei Don’t Panic, in cui alla voce solista è passato il capo della band David Lowy. La sua voce più sottile e leggermente nasale, che starebbe meglio in una punk rock band, è stata coperta alla perfezione dalla potenza vocale del bassista Michael Devin, per il quale era un rituale consueto, imparato nei minimi dettagli ai tempi dei Whitesnake, dove allo stesso modo tirava fuori da una poltiglia vocale un altro David, con cui era più difficile chiudere un occhio che con Lowy. D’altro canto la ‘sirena d’allarme sonora’, John Corabi ovviamente, ha svolto tutti i suoi compiti con grande distinzione!

Qui c’erano i classici consolidati, irrinunciabili, che accendono alla perfezione e tengono il pubblico al massimo del calore anche nell’ultimo terzo dello show. Si parte sempre con Fortunate Son, si chiude con Midnight Moses e in mezzo aggiungono anche la loro Mexico! Le reazioni sono eccezionali! Sempre. Anche stavolta non è stato diverso! Con in testa le conclusive Revolucion e la versione del classico dei The Beatles Helter Skelter, a mio dire un vero ‘esempio da manuale’ per tutto lo sviluppo successivo dell’heavy metal.

I The Dead Daisies restano a prova di proiettile. Una squadra di cinque musicisti eccezionali, uniti da un’inesauribile devozione di cuore alla magia del rock and roll e da un entusiasmo creativo ed esecutivo inarrestabile. Doug Aldrich ha perso qualche chilo, ma il suo modo di suonare e di interpretare resta a un livello tremendo, e il carattere chitarristico con cui affronta tutto ciò che fa è semplicemente sbalorditivo. Resta quello che è sempre stato. Bentornato tra noi, caro Doug.

La magia resta! I The Dead Daisies sono un tassello troppo importante della scena hard rock internazionale: riportano l’attenzione delle masse ai tempi classici di questo genere e lo aiutano a far bruciare intensamente la sua fiamma anche in un’epoca in cui rischia di essere bollato come arcaico. I The Dead Daisies sono una formazione che fa in modo che la tradizione classica dell’hard rock resti sempre attuale. Una missione di cui la band stessa forse non è nemmeno del tutto consapevole. E sul palco restano fantastici. In tutto. Anche per l’acustica della sala, di cui si è occupato il loro team tecnico, un’ulteriore garanzia di quel grande piacere concertistico che avremmo voluto non finisse mai! Ma le cose vanno così. Tutto ha una fine. Però attenzione. La band confermerà presto nuove date. Per l’autunno 2025. Non vediamo l’ora!

Testo: Edita Klemen & Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik


Versione inglese:

The Dead Daisies, la sensazione superrock formata da un quintetto di grandi eroi dell’hard rock classico, sotto la guida attenta e impegnata del boss della band, il chitarrista australiano David Lowy, hanno fatto visita alle nostre zone dopo il successo del tour europeo dell’autunno scorso. (Il report di Rockline del 16 novembre 2024 qui). Le date di un nuovo tour europeo più breve sono state confermate per questo marzo e, con nostra gratitudine, il 9 marzo 2025 si è avvicinato alla Slovenia, quando la band ha confermato il suo concerto a Padova, in Italia, in un locale chiamato semplicemente Hall. Il posto in realtà ci era sconosciuto, a noi tre habitué dei concerti con un chilometraggio enorme, perché non c’eravamo mai stati.

Era il giorno in cui, dopo un periodo di belle giornate di sole, il tempo ha ricominciato a girare al brutto. Ma per fortuna il navigatore funziona con qualsiasi condizione e abbiamo parcheggiato l’auto proprio vicino al locale, che si trova nella parte nord-orientale della bella città di Padova.

Mentre eravamo nel nostro rituale di ritiro dei pass, la rock band italiana Broken Wings di Udine stava già suonando il terzo pezzo del suo breve set di apertura di mezz’ora (da qui la presenza modesta nella fotogalleria qui sotto). Il locale in quel momento trasmetteva ancora soprattutto un’affluenza modesta. Ma era chiaro che nei minuti successivi si sarebbe riempito. I Broken Wings non hanno servito nulla che non avessimo già sentito. Sono una hard rock band ispirata, tra gli altri, a gruppi come AC/DC, Guns’N Roses o Mötley Crüe. Hanno comunque una sfrontatezza rock’n’roll diretta, un leggero velo di fragore e ribellione punk e l’approccio vocale di Sabrina Coianiz, cantante vivace e incisiva con radici nella penisola balcanica, a giudicare dal cognome. La loro musica è fatta per feste di bevute senza fine e per scatenarsi ai raduni di motociclisti.

Il pubblico italiano ovviamente li conosce bene e durante il set non sembrava troppo interessato o commosso. La band ha portato a casa la sua musica in modo corretto, sicuro e decoroso sotto ogni aspetto. Il problema era soprattutto il suono: le frasi di chitarra erano completamente impastate e indistinte, e anche il riverbero stridulo ha rovinato la performance vocale, per il resto molto sentita e coinvolta, della simpatica Sabrina. Nata nel dicembre 2017, la band ha presentato il materiale del suo album d’esordio concettuale di undici brani Against the Wind, uscito a fine giugno 2022.

Ma l’arrivo dei The Treatment da Cambridge è stato tutta un’altra storia. È un quintetto hard rock con un bel po’ di chilometri sulle spalle, che prima di diventare The Treatment nel 2008 era noto come God Sacks Man. È arrivato a Padova con il nuovo sesto album in studio Wake Up the Neighbourhood, uscito a maggio 2024 per l’etichetta Frontiers Music Srl. A gennaio il quintetto ha integrato in formazione un nuovo bassista, di nome Bailey Richardson. I ragazzi hanno regalato uno show affascinante e coinvolgente. Come gruppo di supporto all’intero tour dei The Dead Daisies hanno goduto di un ottimo suono per tutto il set, che ci ha fatto venire la pelle d’oca. Si sente parecchia ispirazione dall’eredità dei veterani del rock and roll classico come AC/DC, Nazareth, Free e Thunder, ma a tratti sfoderano anche una bella dose di decadenza da arena tipica dei tempi d’oro del glam metal di fine anni Ottanta (era perfetto in particolare il nuovo brano a medio tempo e atmosferico When Thunder and Lightning Strikes).

I The Treatment sul palco sono organici, primordiali, spigolosi, per niente lucidati, ed è per questo che i loro riff ti arrivano dritti in fronte! Hanno quella proverbiale cupezza britannica ed evocano misticismo, il che rende la loro intensità dal vivo ancora più penetrante! In più hanno un livello palpabile di contagiosità musicale e, se gli dai pure un buon suono sul palco, una festa pazzesca con la band è inevitabile. 

Suonano classici e allo stesso tempo picchiano con grande intensità e potenza. Il loro show di 40 minuti è volato via in un batter d’occhio. La band ha sfruttato con abilità l’ampio palco, in particolare i due chitarristi scatenati, che durante il set si sono scambiati più volte di lato. Intenso. E questo nonostante il raffreddore del cantante Tom Rampton, che ha cantato in modo fenomenale. Un lieve cedimento vocale si è insinuato solo poco prima della fine, quando si è scusato col pubblico da vero gentiluomo (ma del tutto inutilmente) di non poter cantare al massimo della forma.

In effetti non si è notato durante l’esibizione esplosiva di questa formazione brillantemente affiatata, che sa esattamente quali sono i suoi compiti sul palco. Hanno infiammato il pubblico alla grande, e quella dannata energia è esattamente ciò per cui vai a un vero concerto rock’n’roll! I The Treatment sono la band che ci ha attirati a Padova fin dall’inizio, perché non avevamo ancora avuto occasione di vederla dal vivo. La band ha suonato tutti e tre gli hit del nuovo album, ha aggiunto la nuova Man On A Wire e, per il resto, un pezzo dai dischi in studio precedenti. Senza freni e senza cedimenti. Una band da provare assolutamente. Presto!

Le star della serata, i The Dead Daisies, hanno radunato un gruppo di fan devoti. Erano circa seicento. La particolarità di questo tour è che il chitarrista fisso della band, Doug Aldrich, è tornato in formazione. Nel tour autunnale del 2024 al suo posto era saltato su Reb Beach, gran maestro della teoria a sei corde di Winger e Whitesnake, che era di fatto la scelta più corretta per sostituire Aldrich, a cui l’anno scorso è stato diagnosticato un cancro alla gola. Per lui è andato tutto bene e il nostro è di nuovo il vecchio, caro Doug, con grande gioia non solo dei fan dei The Dead Daisies ma del rock a livello globale. È un chitarrista che per la scena hard rock globale conta più di quanto pensi lui stesso. Con il suo lavoro degli ultimi due decenni è diventato un tassello importante nel riportare la tradizione classica dell’hard rock al centro dell’attenzione delle masse.

Ha fatto la sua prima irruzione sulla scena internazionale con i Dio, poi è esploso su tutta la linea con i Whitesnake ed è da molti anni un membro inconfondibile dei The Dead Daisies. Chiunque lo guardi sul palco e strimpelli la chitarra a casa vorrebbe essere un Doug a modo suo, con in mano un simile Gibson Les Paul dorato. Douglas è contagioso per stazza e pose, un musicista elegantissimo, dai talenti, dalle conoscenze e dall’esperienza eccezionali.

La band ha consegnato esattamente quello per cui eravamo venuti! Un’ora e tre quarti di festa pazzesca. Nella prima metà ha suonato soprattutto brani del suo ampio arsenale di pezzi originali, con l’accento sui nuovi pezzi dell’album “Light ‘Em Up” (2024, RockLine recensione)! L’energia di sregolatezza, spensieratezza e voltaggio altissimo e impeccabile divorava il locale in lingue di fuoco. E il fuoco, per tutta l’ottima esibizione, lo spegnevano solo con nuova benzina!

Due cose spiccano nella prima parte dello show. La prima è il ritorno di Love That Will Never Be, in versione acustica solo del cantante John Corabi.  L’altra è stata una cavalcata wah-wah con ‘talk box’ del diabolico Doug Aldrich, a sostegno di With You And I, tratta dal secondo album in studio ‘Revolucion’ (2015). A Tommy Clufetos è toccato un numero tutto suo di schiaffi alla batteria, e ci siamo chiesti come faccia la struttura della batteria a reggere un simile assalto di tonnellate devastanti di sberle. In sloveno ‘klofuta’ significa schiaffo, quindi per noi è diventato Klofutos! Un’esibizione davvero impeccabile!

Corabi, che ha tenuto altissimo il morale della sala (tra l’altro con le immancabili corna del diavolo mostrate al pubblico), ha annunciato che i The Dead Daisies hanno in programma di pubblicare a maggio un album strettamente blues con qualche cover dei grandi classici del genere. Così nella scaletta Crossroads di Robert Johnson e Goin’ Down di Freddy King hanno preso il posto di I’m Ready di Muddy Waters del tour precedente. La loro versione è nella più stretta maniera di vita e opere dei The Dead Daisies, piena di esplosività rock.

La particolarità della seconda parte è stato l’inserimento di Get a Hair-cut dei Don’t Panic con David Lowy alla voce solista. La sua voce sottile e leggermente nasale, che starebbe meglio in una punk rock band, è stata coperta alla perfezione dalla potenza vocale del bassista Michael Devin, per il quale era un rituale consueto, perfezionato ai tempi dei Whitesnake. Lì allo stesso modo tirava fuori da una poltiglia vocale un altro David, cioè Coverdale. D’altro canto la ‘sirena d’allarme’, John Corabi ovviamente, ha svolto tutti i suoi compiti con grande distinzione!

Qui c’erano i classici consolidati, irrinunciabili, che accendono alla perfezione e tengono il pubblico al massimo del calore anche nell’ultimo terzo dello show. Si parte sempre con Fortunate Son, si chiude con Midnight Moses e in mezzo aggiungono la loro Mexico! La reazione è stata tremenda come sempre. Stavolta non è stato diverso! Con in testa le conclusive Revolucion e la versione del classico dei The Beatles Helter Skelter, una vera pietra miliare per tutto lo sviluppo successivo dell’heavy metal.

I The Dead Daisies restano a prova di proiettile. Sono un gruppo di cinque musicisti straordinari, uniti da un’indissolubile devozione di cuore alla magia del rock and roll. Hanno un entusiasmo inarrestabile per la creatività e per l’esecuzione. Doug Aldrich ha perso qualche chilo, ma il suo modo di suonare e di interpretare resta a un livello tremendo e il suo approccio chitarristico a tutto ciò che fa è semplicemente sbalorditivo. Resta quello che è sempre stato. Bentornato nella famiglia, caro Doug.

La magia resta! I The Dead Daisies sono un tassello fondamentale della scena hard rock internazionale: riportano le masse ai tempi classici del genere e aiutano a far bruciare intensamente la sua fiamma anche in un’epoca in cui rischia di diventare arcaico. I The Dead Daisies sono una formazione che fa in modo che la tradizione classica dell’hard rock resti sempre attuale. Una missione di cui la band stessa forse non è nemmeno del tutto consapevole. E sul palco restano fantastici in tutto. L’acustica che il loro team tecnico ha fatto del suo meglio per ottenere è stata un’ulteriore garanzia di un grande piacere concertistico che avremmo voluto non finisse mai! Ma le cose vanno così. Tutto ha una fine. Però attenzione: la band confermerà presto nuove date per l’autunno 2025. Non vediamo l’ora!

The Treatment – scaletta:
1. Let’s Wake Up This Town
2. Let It Begin
3. Eyes on You
4. Man on a Highwire
5. When Thunder and Lightning Strikes
6. This Fire Still Burns
7. Bite Back
8. Running With the Dogs
9. Shake the Mountain

The Dead Daisies – scaletta:
1. Long Way to Go
2. Rise Up Play
3. Dead and Gone
4. Last Time I Saw the Sun
5. Light ‘Em Up
6. Bustle and Flow
7. Drum Solo
8. Love That’ll Never Be (versione acustica, solo di John Corabi)
9. With You and I
10. I’m Gonna Ride
11. Take a Long Line (orig. The Angels)
12. Highway to Hell / Living After Midnight / Heaven and Hell / Seven Nation Army / Whole Lotta Love (con presentazione dei membri della band)
13. Crossroads (orig. Robert Johnson)
14. Goin’ Down (orig. Freddie King)
15. Fortunate Son (orig. Creedence Clearwater Revival)
16. Get a Hair-cut (orig. Don’t Panic, David Lowy alla voce principale)
17. Mexico
18. Midnight Moses (orig. The Sensational Alex Harvey Band)
—bis—
19. Resurrected
20. Helter Skelter (orig. The Beatles)


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