The Ladder
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Yes
Etichetta: Eagle Records
Uscita: 1999
Durata: 60:19
Voto: 3.5/5
Nel 1999 i giganti del rock progressivo Yes hanno deciso che con »The Ladder« era arrivato il momento di tornare in modo più convincente al loro sound classico, perché »Open Your Eyes« (1997), un disco che in origine doveva uscire come parte del progetto Conspiracy e su cui per la prima volta avevano unito le forze con il chitarrista, tastierista, cantante e produttore americano Billy Sherwood (ex-World Trade), era rimasto sotto le loro capacità abituali e ben sotto le aspettative della maggior parte dei fan. Un’altra figuraccia del genere semplicemente non potevano permettersela, in un periodo in cui sulla scena erano spuntati tanti revivalisti di prog sinfonico, validi e ambiziosi, che avevano proprio gli Yes tra le influenze principali. Sembrava che i giovani allievi stessero superando i vecchi maestri stanchi ‘a destra e a manca’.
I ‘vecchi gatti’ dovevano quindi dimostrare ai fan di lunga data di avere ancora abbastanza energia per creare un album in studio con legami sonori e ambientali con i loro tempi d’oro, anche se non c’era la formazione classica. Il nuovo membro degli Yes era diventato in quel periodo il virtuoso russo delle tastiere Igor Khoroshev, che aveva già collaborato come ospite a »Open Your Eyes«. Khoroshev permise a Sherwood di concentrarsi da lì in poi solo sulla chitarra e sui cori, il che, in compagnia della leggenda della chitarra e vecchio brontolone Steve Howe, significava che la band aveva (di nuovo) un chitarrista di troppo. Howe gli lasciava volentieri alcune delle linee di chitarra principali che lui non aveva voglia di suonare, ma per lo più cedeva ‘generosamente’ a Sherwood il ruolo di chitarrista ritmico d’accompagnamento.
Probabilmente la permanenza di Billy negli Yes sarebbe stata ancora più breve se non avesse goduto del pieno sostegno del suo amico dei Conspiracy, il bassista fondatore Chris Squire. Il maestro russo delle tastiere con il suo stile ricordava a tratti l’ex membro Rick Wakeman, e questo permise agli Yes di ritrovare almeno in parte gli arrangiamenti sinfonici classici e gli elementi sonori dei ‘giorni d’oro’. Altrove mantennero strutture più accessibili e spiccatamente melodiche, tipiche della maggior parte della loro produzione degli anni Novanta e soprattutto Ottanta.
Jon Anderson è stato in splendida forma vocale per tutti gli anni Novanta, mentre i suoi testi su »The Ladder« sono i soliti, cioè non mancano l’uso abbondante del ‘linguaggio verde’, gli inni alla luce e le prediche positiviste sulla gioia di vivere. Alan White ha svolto dignitosamente i suoi compiti dietro i tamburi, anche se da tempo non era più garanzia di chissà quale innovazione percussiva. Ha comunque completato in modo efficace le linee di basso tradizionalmente melodiche di Squire. Tutti e sei gli Yes hanno partecipato alla composizione e alle armonie vocali di accompagnamento, di nuovo a livelli altissimi.
Purtroppo non sono mancate le tragedie: durante le registrazioni di »The Ladder« è morto il celebre produttore e musicista canadese Bruce Fairbairn (noto soprattutto per il lavoro di produzione per Bon Jovi, Aerosmith e AC/DC), che ancora una volta ha curato un’ottima produzione. Anderson, il primo a sapere della morte di Fairbairn, insieme agli altri Yes ha deciso di dedicare »The Ladder«, con una nota introduttiva, alla memoria dello scomparso maestro della produzione. Pare che le prime parole di Fairbairn all’incontro con la band siano state: »fate il miglior album degli Yes possibile, il resto verrà da sé.« Questo ha dato alla band ancora più energia per cercare di dare il meglio e raggiungere così risultati davvero notevoli.
Il prodotto finale dei nuovi Yes è stato l’album »The Ladder«, che ha rappresentato un netto passo nella direzione giusta e un parziale ritorno ai vecchi standard sonori, soprattutto rispetto a »Open Your Eyes«, che volevano dimenticare il prima possibile. Che su »The Ladder« sia tornato in larga parte il sound classico degli Yes lo lascia intuire già la copertina un po’ generica, firmata dal collaboratore di lunga data, il leggendario grafico Roger Dean, che ha disegnato anche il nuovissimo logo del gruppo, molto più minimalista. Quest’ultimo non fu particolarmente amato dai fan e durò solo fino allo scioglimento di questa breve versione della band. È interessante anche il fatto che la maggior parte dei testi di Jon contenesse in alcuni brani riferimenti a pezzi del passato remoto e recente della band. D’altra parte gli Yes volevano stare al passo con le tendenze dell’epoca, quando alla fine degli anni Novanta diversi gruppi musicali volevano lasciare il segno nel mondo dell’intrattenimento elettronico (il caso più chiacchierato furono gli Iron Maiden). Proprio per questo non sorprende la collaborazione degli Yes con la casa di sviluppo Relic Entertainment. Questa ha realizzato un videogioco strategico di fantascienza intitolato ‘Homeworld’, per il quale i membri degli Yes hanno contribuito con un brano omonimo, comparso durante i titoli di coda principali e come tema di commiato.
»Homeworld« è stato al tempo stesso il brano d’apertura di »The Ladder«, che oltre a questo contiene un solo altro pezzo più lungo (»New Language«), ma nessuno dei due raggiunge i dieci minuti, che per gli Yes sono una specie di minimo sindacale per un’epopea sinfonico-progressiva. »Homeworld« si apre con una breve introduzione ambientale, poi, grazie alle melodiche frasi di chitarra di Steve ‘mister Gufo’ Howe e alla scintillante prova vocale di Jon, da sfumature atmosferiche malinconiche vira verso acque molto più serene. Le armonie vocali eteree e il ritornello positivista sono tra i pregi principali di uno dei risultati migliori di »The Ladder«, che anche grazie alle sfrenate acrobazie tastieristiche di Khoroshev ci riporta ai vecchi tempi, mentre Squire non smette di entusiasmare con il suo modo dinamico di stendere le linee melodiche sul suo basso Rickenbacker. Gli enigmatici passaggi di chitarra acustica di Howe spianano la strada a una conclusione positivista con il ‘grande maestro spirituale’ al culmine della sua performance vocale. Nonostante l’assenza di epopee ambiziose, su »The Ladder« si sono trovate parecchie chicche che hanno almeno in parte rievocato i tempi in cui gli Yes stavano in cima al movimento progressive rock.
»It Will Be A Good Day (The River)« è una creatura ritmicamente contagiosa, che nel testo contiene un altro mantra risvegliante di Jon, che, se ci concediamo un po’ di sarcasmo, può predicare con fervore soprattutto una persona ben fornita materialmente, per la quale ogni giorno può quindi essere un bel giorno. L’atmosfera positivista è coronata da un ritornello allegro, dove non mancano epiche voci a più strati, mentre Howe dimostra qualche specifica variazione chitarristica. »Lightning Strikes«, intriso di elementi di world music, contiene una sezione di fiati ospite, il che significa che è uno degli esperimenti più insoliti di »The Ladder«, mentre l’atmosfera scanzonata è alimentata ancora dai passaggi di chitarra variabili di Howe e dalle allegre voci a più strati. Per fortuna gli Yes non si sono buttati in altri esperimenti simili, che stanno meglio su un qualche album solista di Jon.
»Can I?« è una breve improvvisazione vocale-ritmica nello stile di »We Have Heaven« e contiene perfino un verso a più voci con un riferimento al già citato standard di »Fragile« (1972). Segue un passaggio diretto in »Face To Face«, che ha un’introduzione elettronica di sintetizzatore dai toni un po’ ‘da cowboy’ e la dinamica stesura di linee di basso melodiche. Sotto la gioiosa guida vocale di Jon la band costruisce un arrangiamento melodico che culmina in un ritornello a più voci che si innalza, portato sulle ali delle variazioni chitarristiche di Howe e di passaggi di batteria ben calibrati. È uno di quei brani di »The Ladder« in cui gli Yes hanno provato a unire tradizionalismo sonoro e un approccio un po’ più moderno, e stavolta ci sono perfino riusciti in parte, con un buon risultato. Sulla power ballad d’amore »If Only You Knew«, dedicata alla moglie di Anderson, Howe si distingue con un uso sottile del mandolino, mentre la melodia centrale è retta soprattutto dalla voce calda di Jon, che stavolta ha la testa tra le nuvole ancora più del solito. Khoroshev, intanto, con solenni arrangiamenti orchestrali approfondisce ancora l’atmosfera romantica.
»To Be Alive (Hep Yadda)« contiene gli eterei passaggi di pedal steel di Howe che, su un magnifico sfondo vocale d’accompagnamento, sostengono in modo decisivo un’altra prova canora di Jon che vola altissimo. La melodia leggera, con la sua atmosfera ascendente, si ricollega ancora una volta alla perfezione al testo spiritualizzato, che altro non è che un altro inno di Anderson alla vita. »Finally«, impostata su un tempo accelerato, per cambiare rappresenta una svolta verso acque più energiche, dove anche la sezione ritmica guidata dalla batteria di White è di nuovo un po’ più dinamica, mentre stavolta almeno un po’ vengono fuori anche le linee di chitarra di Sherwood, che nella maggior parte dei pezzi restano sempre subordinate a Howe. Le possenti armonie vocali e le splendide cortine sinfoniche, che risvegliano un po’ della magia passata, sono fondamentali per portare a termine l’ennesima conclusione ambientale positivista.
»The Messenger«, dedicata a Bob Marley, contiene interessanti linee di basso e passaggi di chitarra dal tocco un po’ funk, mentre Jon è di nuovo in pieno slancio vocale dal colore etereo. L’ottimo ritornello a più voci è decisivo perché questo sia uno dei brani migliori di »The Ladder«, mentre stavolta vanno lodate soprattutto le variazioni strumentali di Howe e Squire, con cui i due badano con successo all’equilibrio armonico dei singoli arrangiamenti.
»New Language«, che si apre con interessanti intrecci tra organo e chitarra, è un’ottima approssimazione di un’epopea classica degli Yes, mentre White finalmente si scatena del tutto sulla batteria, tanto che, dal punto di vista ritmico, è uno dei vertici di »The Ladder«. Un capitolo a parte è il folle assolo di Khoroshev all’organo hammond in mezzo alla sezione strumentale iniziale, relativamente complessa. Con l’ingresso della voce di Jon passa in primo piano un arrangiamento melodico-etereo, che raggiunge il climax con un ritornello epico. Nella parte finale entra una possente sezione strumentale, in mezzo alla quale gli Yes dimostrano che in loro è ancora rimasta un po’ di voglia di sperimentare, anche se la cosa appare piuttosto timida rispetto ad alcuni capolavori del passato. »The Ladder« si chiude con il breve brano »Nine Voices (Longwalker)«, adagiato su pastorali accordi di chitarra acustica e che è al tempo stesso un’altra ode spiritualizzata di Jon alle ‘forze che ci circondano’, mentre le ipnotiche voci a più strati approfondiscono ancora l’atmosfera eterea.
Con »The Ladder« gli Yes sono riusciti a firmare il loro miglior album in studio degli anni Novanta, se non si contano i due capitoli dell’ibrido live-studio »Keys to Ascension«. Così si sono almeno in parte riscattati per qualche risultato poco convincente del decennio che volgeva al termine. Sherwood era diventato superfluo per Howe già durante i concerti del 1999, quando era incaricato per lo più di coprire le linee di chitarra nelle rare esecuzioni di brani dell’era Trevor Rabin, cosa che avvertì anche lui stesso, tanto da andarsene ancora prima dell’inizio del tour successivo, quello di ‘Masterworks’, durante il quale gli Yes hanno visitato anche la Slovenia. L’addio di Khoroshev, subito dopo il tour di ‘Masterworks’, è stato invece piuttosto disonorevole e perfino vergognoso: a causa di uno strano incidente sessuale, a tutt’oggi non del tutto chiarito, è finito davanti a un tribunale, e questo gli è costato subito il posto negli Yes, da sempre noti per il loro giuramento di fedeltà a più alte virtù morali. Così per la prima volta nella loro carriera si sono ritrovati senza tastierista.
Formazione
Jon Anderson – voce
Steve Howe – chitarra solista e chitarra acustica, pedal steel, mandolino, cori
Billy Sherwood – chitarra, cori
Chris Squire – basso, cori
Alan White – batteria, percussioni, cori
Igor Khoroshev – tastiere, cori
MUSICISTI OSPITI:
Randy Raine-Reusch – strumenti a fiato
Rhys Fulber – campioni digitali dance
The Marguerita Horns:
Tom Keenlyside – ottavino, sax tenore su “Lightning Strikes”
Derry Burns – tromba su “Lightning Strikes”
Rod Murray – trombone su “Lightning Strikes”
Tom Colclough – sax contralto su “Lightning Strikes”
Neil Nicholson – tuba su “Lightning Strikes”
Produzione
Bruce Fairbairn
Tracklist
1. Homeworld (The Ladder) (9:33)
2. It Will Be A Good Day (The River) (4:53)
3. Lightning Strikes (4:34)
4. Can I? (1:32)
5. Face to Face (5:03)
6. If Only You Knew (5:42)
7. To Be Alive (Hep Yadda) (5:07)
8. Finally (6:01)
9. The Messenger (5:13)
10. New Language (9:19)
11. Nine Voices (Longwalker)(3:20)