The Prodigal Son

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Nektar
Etichetta: Bellaphon
Uscita: 2001
Durata: 52:15
Voto: 3.5/5

»The Prodigal Son« è stato il nono album in studio dei Nektar, istituzione britannica del progressive rock, e il primo dopo più di vent’anni di silenzio assoluto. Molti, per via della loro lunga attività in studio su suolo tedesco, i Nektar li infilano per sbaglio nel krautrock, mentre per la loro musica l’etichetta space rock calza molto meglio, grazie alle innovative tecnologie dei sintetizzatori di fine anni Sessanta, con cui hanno dato un significato completamente nuovo all’ambient, e ai testi fantascientifici. Il capobanda, il chitarrista e cantante di culto Roye Albrighton, ha deciso di resuscitare la leggendaria formazione insieme al tastierista Allan ‘Taff’ Freeman proprio al momento giusto, cioè quando, a cavallo del millennio, l’interesse per il rock progressivo cominciava piano piano a risvegliarsi. Su »The Prodigal Son« Albrighton e Freeman erano gli ultimi due membri originali dei Nektar, mentre lo storico batterista Ron Howden è stato sostituito temporaneamente (più tardi è tornato) da Ray Hardwick.

»The Prodigal Son« era costruito più o meno su misura per i fan di lunga data dei Nektar, anche se, come c’era da aspettarsi, non offriva picchi mozzafiato e non figurava certo tra i loro lavori più complessi. Albrighton e Freeman hanno costruito la maggior parte dei brani su ritmi blues rock, ampliandoli con possenti tappeti di sintetizzatori e complesse sfumature ritmiche di basso e batteria. Tutte le parti di basso le ha suonate lo stesso Albrighton, per il quale è stato un gioco da ragazzi, anche se nel corso della carriera era noto soprattutto come ottimo chitarrista e cantante, anzi, come uno dei migliori chitarristi-cantanti della storia del rock.

Nella maggior parte dei brani di »The Prodigal Son« si sente che i Nektar sono invecchiati come il buon vino: suonano ancora riconoscibilissimi, ma allo stesso tempo moderni e adattati alle nuove condizioni di produzione. Per l’atmosfera generale della maggior parte dei pezzi, questo disco è ancora la cosa più vicina al capolavoro »Remember The Future« (1973), il che era sicuramente un buon segno del fatto che i vecchi, cari Nektar erano di nuovo qui, ma al tempo stesso era lontano dagli esperimenti innovativi, complessi e imprevedibili di un tempo. »The Prodigal Son« è stato così un boccone relativamente leggero da digerire anche per chi giura su melodie rock dal taglio più minimalista. La maggior parte di chi non ha il progressive rock tra i generi preferiti si spaventerebbe probabilmente già davanti ai nove minuti della suite d’apertura »Terminus/Oh My«, eppure alla base si tratta di un funky rock melodico con tendenze blues, poggiato su intelligenti variazioni ritmiche e su un sontuoso sfondo di sintetizzatori, che entra senza fatica nell’orecchio del classico ‘Mario Rossi’. Albrighton, aiutato dai coinvolgenti cori di accompagnamento, dimostra subito che la sua voce ha conservato tutta la sua protettiva epica melodrammatica.

»Now«, nonostante un’intro lenta che non promette granché, si sviluppa bene fino alla fine e nel complesso si presenta con un’atmosfera possente e nostalgica e con un ritornello epico, costruito nella miglior maniera ambient dei Nektar. »I Can’t Help You« è ancora un brano notevole, che entusiasma tutti i fan di lunga data, perché contiene il giusto mix di complessa magia ambient e di melodicità costruita su arguti giri di chitarra e su una voce epica. »The Drinking Man’s Wine« è una ballata pastorale delicata, incentrata sulla chitarra acustica, in cui si può ammirare anche l’efficace tessitura di Albrighton sulle temperamentose linee di basso, mentre le armonie vocali melodiche vengono ancora una volta intonate in maniera classica.

»Shangri-La«, per un pezzo che prende il nome dalla visione tibetana del paradiso, si presenta con l’ambient epico-etereo che ti aspetti, dove Albrighton intreccia bene i delicati accordi di chitarra acustica con appassionati passaggi di chitarra elettrica. Il ritornello solenne, invece, stavolta non è riuscitissimo: insieme al testo d’amore un po’ sdolcinato suona leggermente patetico, cosa che ai Nektar non era mai capitata in tutta la loro carriera; di sicuro un segnale che Albrighton e Freeman avevano ormai superato una certa soglia d’età e che, tra una rispolverata di nostalgia e l’altra, a volte si lasciavano portare un po’ troppo dal sentimentalismo. »Salt And Vinegar Rhytm And Blues« è un pezzo che, senza dubbio, soprattutto per la struttura ritmica un po’ ‘assonnata’, è costruito meno di tutti secondo il gusto della maggior parte dei fan dei Nektar. In sostanza è un blues/hard rock energico ma un po’ tirato per le lunghe, fondato su un riff di chitarra incisivo, mentre i suoi punti forti sono gli arguti strati di organo hammond e le ottime armonie vocali.

La title track è uno dei momenti più sperimentali e quindi migliori del disco: accanto all’ampio respiro ambient dei tappeti di sintetizzatori speziati d’orchestra, dominano interessanti improvvisazioni di chitarra e di basso e ipnotiche armonie vocali. La ricca atmosfera epico-eterea richiama per un breve momento alla memoria alcuni dei loro risultati migliori degli anni Settanta. »Be Tonight«, rispetto al suo predecessore dal colore space rock, a causa della melodia acustica spensierata, dei ritmi leggeri, del testo d’amore e del ritornello nostalgico è quasi un pop rock. La conclusiva »Day Nine« si apre senza promettere granché, come un’altra ballata sentimentale, ma col tempo si trasforma in un complesso rock progressivo con possenti passaggi di batteria, un’energica sequenza di frasi di chitarra e maestose armonie vocali, lasciando così una buona impressione finale. Il crepitio e il fruscio finale delle frequenze radio fanno la figura di un’aggiunta un po’ superflua, anche se probabilmente volevano creare così un’aura di enigmatico space rock.

Con »The Prodigal Son« i Nektar, a cavallo del nuovo millennio, sono risorti in modo convincente dopo oltre vent’anni di totale ibernazione in studio, dimostrando che il loro linguaggio musicale è ancora attuale anche nel XXI secolo, anche se ai fan più fedeli riescono ormai a offrire ben poco di davvero nuovo. Una delle band più innovative di tutti i tempi con »The Prodigal Son« non ha entusiasmato con un eventuale nuovo capolavoro, cosa che dopo tutti quegli anni era un po’ irrealistico aspettarsi, ma ha di certo accontentato tutti quelli che forse temevano che nel nuovo lavoro in studio mancasse il classico ambient dei Nektar, etereo in stile space rock.

Formazione

Roye Albrighton – voce, chitarra, basso
Allan “Taff ” Freeman – tastiere, cori
Ray Hardwick – batteria, percussioni

Produzione

Nektar

Tracklist

1. Terminus/Oh My (9:05)
2. Now (6:11)
3. I Can’t Help You (4:48)
4. The Drinking Man’s Wine (5:50)
5. Shangri-La (5:30)
6. Salt And Vinegar And Rhythm And Blues (6:15)
7. The Prodigal Son (6:41)
8. Be Tonight (3:58)
9. Day 9 (5:17)

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