The Tide e la rottura della linea della mediocrità (2013)

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Luogo: Lubiana / Gala Hala / Slovenia
Data dell’intervista: 12.12.2013

Dopo il concerto dei The Tide alla Gala Hala sono andato dietro le quinte per una breve intervista con la band. I 10 minuti previsti sono diventati 45 di chiacchierata su come si concepisce il fare musica, sulla lealtà e sui giorni che verranno.

RockLine: Ascoltando la vostra musica, il vostro approccio mi ricorda una specie di versione blues di One Republic e Bastille che si incontrano davanti a una gibanica prekmurska. Mi interessa soprattutto come avete tracciato il percorso concettuale del disco Landings, come l’avete messo insieme tra voi?
Tomaž: Il processo dipende dalle canzoni e dalle idee che hai a disposizione. Certe idee si chiudono in fretta, non serve complicare, perché alla base sono sempre semplici. Altre le abbiamo girate su, giù, a destra e a sinistra e non sono finite nell’album. Ci abbiamo speso anche tre mesi e nella band non sono mai decollate.
Marty:
È interessante, però, che il modo di lavorare non è cambiato granché rispetto a quello della band di 10 anni fa. Tutti quanti creiamo i pezzi.

RockLine: Tutti quanti? Non c’è nessuno che guida il processo?
Marty:
Beh, magari quei due (Tomaž e Drejc) hanno qualche idea che mettono in piedi insieme. Ma non funziona che uno scrive le note, le passa alla band e fine. Dall’inizio del pezzo ognuno fa la sua parte e poi lavoriamo insieme al quadro finale; è così fin dagli esordi della band. Ogni tanto però il protocollo cambia: Johnny (Janez) nell’ultimo disco ha lavorato parecchio sui riff di chitarra, e magari qualche pezzo nasce proprio da lì.

RockLine: Ecco, proprio questo ho notato in Janez: mi intriga il suo setup di chitarra e la progressione del suo sound lungo tutto il disco.
Tomaž:
Sperimenta tanto.
Marty: Si prende davvero il tempo per il suono e per quello che suonerà.
Tomaž: Il primo disco, Love & Trust, era costruito su me, Drejc e il bassista Dejan…
Drejc: I pezzi di Love & Trust erano stati pensati ancora prima che Johnny entrasse nella band. Aveva pochissimo margine di manovra. Nel disco successivo ne aveva già un po’ di più, in quello dopo ancora di più, e così via.

RockLine: Si nota anche un cambiamento negli arrangiamenti da un disco all’altro, nel modo di gestire gli elementi dentro i pezzi. Di solito nella musica slovena non c’è: in una band c’è sempre uno che fa il “capo” e gli altri più o meno seguono.
Tomaž: Beh, noi facciamo più fatica se lavoriamo tutti e cinque insieme sull’inizio di un’idea. I pezzi nati da jam sono pochi; magari io e Drejc ci mettiamo a jammare qualcosa, ma è solo uno schema grezzo, a cui poi tutti contribuiamo per far vivere il pezzo. Senza gli altri, io e Drejc a volte tiriamo fuori idee da “mamma mia”. Vanno bene, ma non è quella la cosa.


RockLine: Da quando suonate insieme, avete mai avuto anche un produttore? Qualcuno che vi aiutasse con gli arrangiamenti, costruendo il pezzo dalle fondamenta?
Drejc: No, non nel mezzo del processo creativo. Con Landings è successo per la prima volta che abbiamo avuto un produttore esterno.

RockLine: Infatti si sente una maggiore omogeneità tra i pezzi.
Drejc: I primi due dischi li ha prodotti Dejan (il bassista); per il terzo abbiamo scelto apposta di far produrre e mixare il disco a qualcuno che non fa parte della band.

RockLine: Avete mixato anche sotto la guida del produttore?
Tomaž: Abbiamo mixato al Metroj, siamo andati su mixer completamente analogici.
Marty: Penso che la sorpresa più grossa del nuovo disco sia proprio questa: i pezzi non sono poi così diversi da quelli di prima, ce ne sono alcuni che escono dal solco, ma ce ne sono sempre stati. Un produttore esterno aggiunge ai pezzi e al modo di creare qualcosa che da soli non riusciamo a fare, che Dejan come produttore (e membro della band) non può fare.
Tomaž: Con Dejan abbiamo sempre pensato: “Tanto è un membro della band, vuole tenere conto di tutti noi”. Il sound era ottimo, ma per Landings abbiamo deciso diversamente. Matjaž qui ha avuto carta bianca e ha cominciato a mixare direttamente tutte le registrazioni dai nastri, si è messo a lavorare sui pezzi, li ha fatti passare nel mixer completamente crudi.
Marty:
In un pezzo ha sostituito tutta la batteria. Semplicemente il sound non gli tornava, e l’ha cambiata di sana pianta.
Drejc:
In un pezzo ha tolto tutte le tastiere (risate).
Tomaž:
Lunedì esce la nuova Little Love Pretender: qui, per esempio, io mi immaginavo da sempre una voce fluttuante. Lui (Matjaž) l’ha fatta completamente asciutta, così com’è in studio, cruda. Che ti arriva dritta in testa, e basta. Pianoforte e chitarra dietro creano l’atmosfera.

RockLine: Con certe mosse di conseguenza risolvi i conflitti tra gli strumenti.
Marty: Visto col senno di poi, ti limiti, perché ragioni di continuo nello stesso modo. Qui invece Matjaž dice: “Beh, io questa cosa la vedo diversamente”. E noi ci lasciamo andare. Comunque come band funzioniamo sulla fiducia; ci fidiamo di Matjaž, ha carta bianca sul suo lavoro, esattamente come Kitch&Nitch per il design, e così via.

RockLine: Il design è una cosa che salta all’occhio parecchio in voi. È un lavoro collettivo?
Tomaž:
C’è una regola d’oro che vale sempre: se non sei del mestiere, lascia fare a chi lo è. A chi ci fa il design, o il video, diciamo sempre: “Non ti diremo assolutamente niente, hai carta bianca.” Kitch & Nitch ci fanno queste animazioni; non sono video, sono sfondi animati, è un’altra cosa. Bisogna spezzare questa linea della mediocrità. Di fiducia, su queste cose, (in Slovenia) c’è sempre una gran carenza.
Marty: Cerchi di scegliere qualcuno di cui ti fidi abbastanza da sapere che farà bene il suo lavoro, così non ti stressi su quanto spazio avrà nel video il cantante o il chitarrista. Tu pensa al design, tu pensa ai video, noi facciamo musica. E basta. Noi siamo una live band, è di questo che ci occupiamo.

RockLine: Dal vivo i vostri pezzi da studio brillano ancora di più, senza dubbio.
Marty: Noi siamo prima di tutto una live band, solo dopo una band da studio.

RockLin: Avete mai registrato anche dal vivo? Intendo tutti insieme in contemporanea.
Marty: Avevamo avuto l’idea di registrare i pezzi in presa diretta.
Tomaž: Ma non siamo una band abbastanza brava, no go (risate).

RockLine: Ci avete almeno provato? Perché l’energia di un’esibizione dal vivo ha qualcosa di tutto suo. Non dico che la stessa sensazione non si possa trovare nei vostri album, ma il live è tutta un’altra cosa.
Tomaž: Live abbiamo suonato a Izštekani, nel 2007, ed è stato fantastico. Ma non ci sentivamo proprio pronti per registrare in presa diretta; con il disco Landings ci siamo accorti che le idee si sviluppavano durante la registrazione. Siamo andati parecchio sul crudo: la batteria c’è, la linea vocale c’è, la chitarra c’è, il piano c’è, e via.
Marty: Per quanto riguarda la registrazione di Landings: prima di registrare abbiamo fatto circa tre mesi di prove intensive tutti insieme, quanto bastava per avere la base pronta e per avere io le strutture della batteria a posto. La batteria poi l’ho registrata in un giorno (9 pezzi): il primo giorno abbiamo montato la batteria per la registrazione, il secondo l’ho incisa. Poi gli altri hanno registrato le loro linee sopra quelle parti di batteria.
Tomaž: Anche se hai ragione, sarebbe bello registrare le cose dal vivo. Nelle registrazioni si sente quel “calore”, ma nei concerti dal vivo ne ricevi molto di più.
Marty:
Sai cosa sarebbe davvero interessante? Fare entrambe le cose: registrare live e poi anche la versione da studio. Doppio disco.
Drejc:
Personalmente penso che ci sia una ragione molto realistica per cui non registriamo dal vivo: noi non viviamo di musica e non abbiamo il tempo di provare 4 ore al giorno. Se potessimo provare 4 ore al giorno, registreremmo un live album senza problemi. Ognuno ha i suoi impegni di lavoro, e di tempo per provare ce n’è poco.
Tomaž: Abbiamo un sacco di idee registrate sul computer nella sala prove; per Landings abbiamo scelto quelle che ci hanno davvero svegliato qualcosa, per esempio la voglia di jammare sul palco. La voglia di saltare sul palco e mettersi a jammare e basta.

RockLine: Proprio per questo; il live ha un valore aggiunto quasi tangibile. Se hai le cose registrate in modo sterile, ti serve qualcosa che si perda un po’ per strada, qualcosa di sbagliato, qualcosa di umano.
Tomaž: Alla musica slovena manca questo.
Drejc: Questa è un’osservazione piuttosto musicale: secondo me c’è una cosa che nel gruppo pratichiamo fin dall’inizio, cioè che i pezzi non partono mai dalle stesse tonalità. È una cosa molto sottile, ma sulle persone funziona. Pensa che la maggior parte delle band di chitarre ha pezzi nelle tonalità da chitarra, che di solito sono facili. Noi invece creiamo pezzi partendo da tonalità completamente diverse.
Tomaž: Qui Drejc è quello che sottolinea la varietà (risate).
Drejc: Ce lo possiamo permettere perché ci conosciamo così bene: Johnny è un bravo chitarrista, Tomaž canta come si deve, eccetera. Ovviamente le tonalità le cambiamo anche per ragioni psicologiche: è dimostrato che tonalità diverse suscitano nelle persone sensazioni diverse. Per noi sono cose di cui non parliamo troppo, ma che in qualche modo succedono. È un bene anche per il disco: quando lo ascolti non hai la sensazione che si ripeta, una volta arrivato in fondo.
Tomaž: Con Kings of the Hill abbiamo capito che si può cominciare e creare un pezzo anche in altri modi, non solo a livello di tonalità. I pezzi sono parecchio pianistici, quindi ci siamo detti: “O.K., non partiamo dal piano, mettiamoci dentro qualcos’altro”.

RockLine: Diamo un po’ di spazio al bassista. (risate)
Drejc: Un bell’esempio sono questi ultimi due pezzi che abbiamo suonato oggi: queste due idee erano nate prima al piano.
Tomaž: Beh, Roll the Dice no.
Drejc: Anche Roll the Dice.
Tomaž: No.
Drejc: L’idea sì. (risate)
Dopo una breve pausa, tra risate e urla, andiamo avanti.

Drejc: Ora il cantante se n’è andato, ma restano due saggi che guidano fino a casa. (risate)
Marty: Per quanto riguarda i pezzi: un fatto da sottolineare è che suoniamo nella stessa formazione da 10 anni. Siamo il tipo di band che, se ne togli uno, gli altri si sfaldano. Siamo abituati l’uno all’altro da 10 anni, non vediamo i membri come dei mercenari.

RockLine: Come in un rapporto azienda-dipendenti.
Marty:
Sì, oppure una cantante più una band di accompagnamento in cui nel giro di 5 anni cambiano tutti. Da noi, se qualcuno per lavoro o per qualsiasi altro motivo dovesse smettere, probabilmente diremmo tutti: “OK, è finita qui.” Potremmo cercare un sostituto, ma non sarebbe la stessa cosa. Siamo già così legati tra noi che faremmo fatica a restare insieme dopo l’uscita di uno qualsiasi.

RockLine: E ovviamente si nota. Parlo di sottigliezze che si colgono, per esempio i finali. Uno che suona insieme da dieci anni si conosce fino al dettaglio e sa centrare esattamente quel finale, che sia più in terzine o più con un feeling “four on the floor”. Sono dettagli che noti subito.
Marty: Noi musicisti che guardiamo le mani lo vediamo. Ma si sente anche.
Drejc: Ci sono tante cose che l’ascoltatore percepisce, anche se magari non sa suonare nessuno strumento.
Marty: E se l’ascoltatore non percepisce niente, allora la band non ha fatto abbastanza. Non si è impegnata abbastanza. Se la band funziona in modo primordiale, l’ascoltatore lo sentirà; se no, non basta comunque. Oppure si “fa finta”, tipo “su le mani!”. (risate)
Drejc: Dipende anche dal tempo in cui viviamo. La nostra musica ha anche elementi pop, non possiamo negarlo, è popolare. Le oscillazioni del popolare, nel senso di ciò che entra subito in testa e di ciò che è popolare a livello di genere, sono per esempio gli anni 60. Negli anni 60 era popolare quello che entrava subito nell’orecchio, nei 70 glam e heavy hanno acceso la popolarità di genere, gli 80 hanno di nuovo prodotto alcune delle melodie più popolari, e i 90 hanno innescato la popolarità di genere del grunge. Oggi la gente è già abituata a tutto: con il crollo della produzione e le richieste basse, però, spopolano sia le melodie “catchy” sia una produzione di genere che sfiora l’inumano. È difficile ascoltare, per esempio, Lady GaGa, che ha un pezzo perfettamente “catchy” ma prodotto in modo tipicamente disumano. Non dico che sia male, ma la generazione attuale si identifica con questo tipo di musicista. Quindi quel “calore” dal vivo è in un certo senso il vantaggio dei nostri concerti. Oggi è così. Un valore in più devi crearlo: se non con melodie “catchy”, devi farlo in un altro modo.

RockLine: Beh, come il vostro live, anche la scelta degli accordi non è esattamente tipica, tipo i soliti G, D e C. Portate in giro una firma armonica piuttosto particolare.
Marty: Non guardare me (risate, e indica Drejc).

RocKLine: Beh, durante il concerto ho osservato i manierismi di Drejc, e ho fatto caso a quando ti (Drejc) “si accendeva qualcosa”, a quando ti sei trovato nel momento giusto, a quando sei venuto nel tuo, e di solito succedeva su qualche accordo interessante, strano. (risate)
Drejc: Il mio piccolo segreto sul perché creo certi accordi: molti pezzi sono nati da una jam tra me e Tomaž. Poi in alcuni abbiamo tagliato via quasi tutte le linee di tastiera. Gli accordi sono così perché io e Tomaž ci accompagniamo di continuo: se lui non si ritrova, i miei accordi non mi aiutano per niente. Lo scopo è prendere degli accordi totalmente da falò (da cui potrebbe nascere una canzone da falò) e tirarne fuori varianti un po’ più complicate. In questo modo mi cucio addosso il mio spettro melodico. Alcune cose riescono, altre no, dipende dalla sensazione. Il problema non è fare 20 pezzi che si suoneranno attorno al fuoco, ma che siano tutti maledettamente simili e quindi noiosi. (risate)

RockLine: E col tempo diventano piatti anche per te, non li suoni più con lo slancio iniziale. I pezzi perdono stratificazione e di conseguenza non riesci più a immergerti dentro.
Drejc:
Anche dopo dieci anni dalla nascita di Love & Trust suoniamo i pezzi con lo stesso slancio di dieci anni fa, a volte persino meglio.
Marty:
Il segreto di Love & Trust: la batteria siamo andati a registrarla per fare un demo. Da quella batteria sono poi venuti i nastri usati nell’album. (risate)

RockLine: Questa si chiama spontaneità.
Marty: Beh, abbiamo registrato un set Pearl low-budget e ci siamo detti: “O.K., questo lo teniamo come demo.”. Poi, dopo averlo ascoltato, abbiamo pensato: ”Però, questo è bello, prendiamolo direttamente per il disco.”. 10 anni fa lavoravamo a un altro livello: arrivi, dai gas, registri. Oggi la situazione è piuttosto diversa.

RockLine: Hai gente che si occupa fino all’ultimo dettaglio, e del posizionamento dei microfoni, sia sugli ampli di chitarra sia sulla batteria. Beh, la batteria dal punto di vista della registrazione è una cosa piuttosto delicata.
Marty:
Sì, la batteria è la rogna più grossa, perché sulla batteria si regge il mondo. (risate). Scherzo un po’, ma comunque: se hai la batteria registrata bene, da lì in poi si lavora più facilmente.
Drejc:
Questi trucchi di produzione ci mostrano subito che viviamo davvero in un mondo “fake”. Se guardi tutte queste pubblicità e la televisione, comunque la giri ogni pubblicità è “fake”, e lo stesso vale per la produzione musicale. Quello che senti è per lo più “fake”, spesso vedi un artista che dal vivo soffre parecchio, o che di rado suona dal vivo come sul disco.
Marty: O meglio, dal vivo può suonare simile solo se hai la base con tutti gli strumenti aggiuntivi. Noi non andiamo su quella strada. Magari le nostre registrazioni (da studio) hanno più chitarre incise, ma per i concerti facciamo sempre una specie di “dibattito” su come ricreare la sensazione con meno strumenti. Drejc non ha cinque paia di mani per suonare in contemporanea diverse parti di archi e trombe. Però comunque, non andremo sulla base: non vogliamo la copia di questo o quel suono, vogliamo sempre qualcosa di nuovo.
Dopo un po’ di trambusto e di cenni con le sigarette, Tomaž torna da noi.

Tomaž:
Quando eravamo a Izštekani abbiamo suonato Carry On; in questo pezzo abbiamo una parte solista nel mezzo in cui suonano solo chitarra, basso e batteria. Punto. Niente batterie aggiuntive, effetti, niente aggiunte. Potremmo averli, ma restiamo su questa semplicità. Se con questo riesci a far alzare la gente, se riesci a fare impressione, è fatta. Senza abbellimenti.

RockLine: Mi chiedo, visto che avete delle radici pop e delle tendenze ambient nell’esecuzione, se per il prossimo disco magari pensate di aggiungere batterie elettroniche, campionate. Non elettroniche nel ritmo, ma nel sound.
Drejc:
Penso di no, soprattutto perché secondo la nostra logica le idee non nascono dalla sperimentazione con l’attrezzatura, ma dalla sperimentazione con la creatività. All’inizio le idee sono piuttosto da falò, ma con l’aggiunta di tutti gli elementi e di tutti noi si trasformano in qualcosa di speciale, in un esperimento creativo.
Tomaž:
Per il futuro invece questo: abbiamo sempre incontrato gente che ci assicurava che siamo pop e, dall’altra parte, gente che sosteneva che siamo alternativi. Una situazione di m****. Abbiamo pezzi come Desire, che sono puro pop, e Matrix World, che è una sega elettrica. Quindi per il futuro abbiamo più opzioni: o proviamo a fare pezzi in sloveno sotto il nome The Tide, o magari con un altro nome. Proviamo a girare la bussola verso il rock duro o verso l’atmosfera? È come chiedere a se stessi: “E adesso che fai? Ristagni? Stai fermo?”

Marty e Drejc: In realtà non lo sai nemmeno tu (risate).

Si va avanti, semplicemente, in modo spontaneo.

Nella foto: The Tide, durante il concerto del 12.12.2013 alla Gala Hala di Lubiana (RockLine fotoarhiv 2006-2013, tutti i diritti riservati)!

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