This Strange Engine

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Marillion
Etichetta: Castle Communications
Uscita: 1997
Durata: 70:49
Voto: 4.5/5

Nel 1996 i campioni inglesi dell’art rock Marillion sono finalmente diventati ‘padroni del proprio destino’: il loro contratto di lunga data con la famigerata EMI era scaduto. Né la band né l’etichetta avevano intenzione di rinnovarlo, perché i Marillion ne avevano fin sopra i capelli delle condizioni che i dirigenti EMI continuavano a mettere sul tavolo per far crescere il successo commerciale, una ricetta dalla vista corta che con l’artisticità innata di questa leggendaria formazione prog inglese c’entrava ben poco. Così hanno deciso di passare a una piccola etichetta indipendente, la Castle Communications, con cui negli anni successivi hanno pubblicato tre album in studio.

»This Strange Engine«, il loro nono album in studio, segnava una nuova svolta stilistica rispetto all’ottimo predecessore »Afraid Of Sunlight« (1995). La cosa curiosa è che i Marillion, proprio in un momento in cui il successo commerciale non gli interessava più e volevano fare musica soprattutto per il loro piacere e per la gioia dei fan più fedeli, hanno tirato fuori qualche pezzo con un bel potenziale da hit, ovviamente in circostanze un po’ diverse. Ogni membro della band su »This Strange Engine« ha provato qualcosa di nuovo, mettendo alla prova il proprio potenziale musicale e compositivo. Il tastierista Mark Kelly, per esempio, come mai prima su un disco dei Marillion si inventa una valanga di arrangiamenti orchestrali magniloquenti che regalano ai singoli brani un’atmosfera davvero imponente.

Il chitarrista Steve Rothery non aveva mai usato la chitarra acustica in modo così esteso in tutta la sua carriera come su questo album, dove firma una serie di arrangiamenti dal sapore pastorale. Alla chitarra acustica gli dà una mano in alcuni punti anche il bassista Pete Trewavas, che anche stavolta tira fuori linee di basso innovative e semplicemente entusiasmanti. Il batterista Ian Mosley, il membro più anziano del gruppo, con la sua innata dinamica ritmica cuce con cura i vari arrangiamenti e garantisce una coesione perfetta tra i brani. Steve ‘Mr H’ Hogarth è di nuovo eccezionale nel mettere alla prova le sue doti vocali, e come autore di testi attenti al sociale e all’emotività raggiunge qui un nuovo livello di maturità. Per la maggior parte dei testi si faceva ancora aiutare dall’amico e collaboratore di lunga data John Helmer, ma H ha scritto da solo il testo della title track,  un capolavoro autobiografico e il pezzo migliore dell’intero album.

Che »This Strange Engine« sia molto più acustico di tutti i suoi predecessori in studio lo dimostra già l’iniziale power ballad dall’animo positivo »Man Of a Thousand Faces«, uscita anche come singolo. Un arrangiamento possente sulla chitarra acustica di Rothery è accompagnato dal canto intenso e confessionale di Hogarth,  e ne nasce una melodia irresistibile che ti si pianta nei recettori uditivi in un attimo. La natura artistica di questo magnifico brano d’apertura emerge soprattutto nelle trame di sintetizzatore sinfoniche di Kelly e nei fragili arrangiamenti di piano elettrico. Una spezia particolarmente interessante è il finale epico, in cui la voce potente di Hogarth è accompagnata da maestose armonie vocali corali.

»One Fine Day«, una ballata malinconica adagiata su fragili arrangiamenti di pianoforte, in cui mister H mentre canta è di nuovo la fotocopia di una profondità emotiva fuori dal comune, è un pezzo piuttosto atipico ma innovativo, perché si concede una frase di chitarra blues, cosa che per Rothery è una bella rarità. Un colpo di scena particolarmente riuscito è l’improvviso passaggio a una sezione sinfonica. »80 Days« è stato il secondo singolo dell’album, e non sorprende: è un pezzo a trazione acustica con tanti ornamenti sinfonici di tastiera che, grazie al ritornello piacevole, al testo carico di energia, in cui si sente il tocco autobiografico di H (ricordi dell’ultimo tour), e alla melodia leggera, sembra fatto apposta per essere sparato in autoradio. Composizioni più leggere come questa, con ritornelli dannatamente ipnotici, erano la bella prova che i Marillion in quel periodo covavano ancora un senso straordinario per la scrittura di potenziali hit.

La power ballad contemplativa »Estonia« è entrata nel novero dei classici dei Marillion poco dopo l’uscita ed è senza dubbio il brano più famoso di »This Strange Engine«. Il testo si ispira a fatti reali, dopo che Hogarth aveva incontrato Paul Barney, l’unico passeggero britannico sopravvissuto al naufragio del traghetto Estonia, in cui il 28 settembre 1994 in pieno Mar Baltico morirono 852 persone. Anche questo pezzo splendido si regge su un’atmosfera possente, creata dal connubio tra commoventi arrangiamenti di chitarra acustica, magnifici ornamenti sinfonici di tastiera e passaggi di tempo costruiti con intelligenza. »Memory Of Water« è una ballata malinconica più breve, in cui la voce ‘sofferente’ di H è accompagnata da drammatici arrangiamenti orchestrali. La sua atmosfera è sottile quanto basta perché il tutto non suoni come una messa da requiem funebre. Decisamente più interessante risulta l’art rock temperamentoso di »An Accidental Man«, tirato a un tempo più veloce, dove sul suono frusciante dell’organo dominano possenti passaggi di chitarra. Il ritornello enigmatico è accompagnato da una serie di sfumature ritmiche interessanti e di effetti elettronici.

»Hope For The Future« è forse addirittura l’esperimento musicale più inatteso di »This Strange Engine«: da ballata acustica iniziale, passando per finezze ritmiche dal sapore jazz sul basso di Trewavas, si trasforma piano piano in un pezzo ballabile da ‘cocktail jazz’, soprattutto dopo l’ingresso di una tromba ospite che, insieme a percussioni di ogni tipo, crea un’atmosfera quasi caraibica. Il pezzo migliore di »This Strange Engine« si trova però proprio in fondo al disco, nella forma dell’epopea da 15 minuti della title track (il brano in realtà dura mezz’ora, ma di musica vera ce n’è per 15 minuti). Questo racconto autobiografico di Hogarth, dal suo percorso di vita dall’infanzia fino ai momenti di svolta più importanti, contiene una serie di arrangiamenti complessi e passaggi di tempo interessanti.

Dopo un’introduzione relativamente tranquilla, acustico-eterea, piena di momenti contemplativi al pianoforte e in cui mister H mentre canta torna a brillare nel trasmettere messaggi profondi e confessionali, arriva il passaggio a una sezione energica, quasi martellante, con robuste frasi di chitarra e una serie di passaggi di tastiera innovativi. L’assolo di sintetizzatore di Kelly è addirittura uno dei migliori della sua carriera, mentre la coppia ritmica Trewavas-Mosley lavora a pieno vapore per tutto il tempo. Dopo una breve sezione da ballata, in cui H tra delicati arrangiamenti di pianoforte apre ancora una volta il suo cuore ferito, seguita da un breve inserto di sassofono ospite, il titolo di ‘solista-star’ va comunque a Rothery, che con il suo assolo ‘piangente’ tesse quella magia ambientale per cui i Marillion sono ancora oggi così apprezzati dai buongustai della musica. Proprio alla fine, dopo quasi quindici minuti di silenzio assoluto, arriva un momento divertente: sulle note del pianoforte si sente la risata incontrollata di H.

»This Strange Engine« non viene citato spesso quando si elencano i migliori album dei Marillion, ma resta comunque uno dei dischi art rock più interessanti degli anni Novanta, con cui la leggendaria band britannica ha aperto con successo il primo capitolo di un’era completamente nuova. I Marillion da diversi anni non erano più ‘stelle’, anzi, questo loro status involontario era finito già con la fine degli anni Ottanta, eppure l’album ha comunque raggiunto un discreto 27° posto nelle classifiche britanniche dell’epoca. Gran parte del merito va ai fan straordinariamente fedeli, di cui può vantarsi solo un pugno di band rock comparabili, di successo e longeve. I fan fedeli, uniti al neonato internet, hanno di fatto giocato un ruolo chiave nel permettere ai Marillion di cavarsela con successo anche a fine anni Novanta, quando avevano parecchi problemi con la Castle Communications.

Formazione

Steve Hogarth – voce, cori, tastiere e percussioni aggiuntive
Steve Rothery – chitarra
Mark Kelly – tastiere, cori
Peter Trewavas – basso, cori
Ian Mosley – batteria, percussioni

MUSICISTI OSPITI:
Charlton & Newbottle School Choir – coro in “Man of a Thousand Faces”
Tim Perkins – balalaika in “Estonia”
Phil Todd – sassofono in “This Strange Engine”
Paula Savage – tromba in “Hope for the Future”

Produzione

Marillion

Tracklist

1. Man of a Thousand Faces
2. One Fine Day
3. 80 Days
4. Estonia
5. Memory of Water
6. An Accidental Man
7. Hope for the Future
8. This Strange Engine

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