Three Of A Perfect Pair
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: King Crimson
Etichetta: Discipline Global Mobile
Uscita: 1984
Voto: 5/5
Negli anni ’80, decennio piuttosto faticoso per il progressive rock, i King Crimson sono stati l’unica band di quella élite dei gruppi più importanti del genere a continuare davvero a creare musica innovativa, ritmicamente impegnativa e movimentata, capace di sfondare i confini dei generi. Robert Fripp, chitarrista principale e capo supremo della band (noto anche come dittatore efficientissimo), è sempre stato un inguaribile anticonformista, che usava le tendenze musicali del momento solo come mattoncini per le sue idee musicali variegatissime, e non come mezzo per regalare alla band un successo commerciale più clamoroso a colpi di cambi di sound. Anche stavolta, come nei due album precedenti “Discipline” (1981) e “Beat” (1982), i King Crimson si sono aggrappati a un mix estremamente movimentato di new wave, musica etnica e avant-garde rock. Con il loro solito calcolo, ovviamente, che anche questo disco portasse qualcosa di nuovo rispetto al predecessore. Ciononostante, all’uscita di “Three Of A Perfect Pair” (il titolo probabilmente si riferisce alla trilogia conclusa dei loro album anni ’80) molti fan hanno cominciato a chiedersi se la band, che nella sua storia non avrebbe potuto schivare di più la commercializzazione del sound, con questo album non avesse comunque ceduto alle esigenze del mercato, visto che ci sono parecchi brani con tanti elementi pop come mai prima nella loro storia. Già “Beat” conteneva parecchi motivi pop/new wave insoliti per la band, ma al posto giusto e nelle dosi giuste, così che non c’è mai stato il pericolo né il timore che zio Bob cedesse per caso al profumo dei soldi sacrificandogli il sound riconoscibile, ovvero l’anima, della sua band. E così è stato ovviamente anche in questo album.
Come già detto, anche stavolta hanno usato un approccio completamente nuovo, che non poteva essere più furbo. L’album infatti è diviso in due parti dallo stile totalmente diverso. Mentre nella prima ci sono brani commercialmente più accessibili, costruiti sulla melodia (tra cui alcuni dei pezzi più orecchiabili della loro carriera, con cui hanno dimostrato con successo che avrebbero potuto sfornare tranquillamente anche hit da radio, se solo avessero voluto), nella seconda prevalgono creazioni decisamente avant-garde, con largo uso dei soundscape di Fripp (o frippertronics, se preferite) e tante improvvisazioni jazzate. Difficilmente troverete in un altro loro album tante cose avant-garde come nella seconda parte di questo disco. Allo stesso tempo, difficilmente troverete un loro album che, grazie alla prima parte, sia più accessibile al grande pubblico. In questo modo “Three Of a Perfect Pair” è un paradosso a modo suo, e forse è proprio questo il suo fascino principale, il motivo per cui ci torno più spesso che alla maggior parte degli album usciti in quegli anni (anche di band prog rock).
Anche stavolta zio Bob ha potuto contare su una formazione da sogno e solidissima: Adrian Belew con la sua voce più o meno paranoica (la somiglianza con David Byrne stavolta è appena percettibile) e le sue follie alla chitarra da scuola del buon vecchio Frank Zappa, più una sezione ritmica schifosamente efficace e ramificata, quella dei signori Tony Levin allo stick/basso e Bill Bruford, il re dell’uso delle batterie elettroniche. Anche stavolta la vera leccornia, degna di tutta l’ammirazione, è il contrasto pazzesco tra le parti dei due chitarristi (il Fripp “tranquillo” con le sue linee melodiche inconfondibili e i soundscape, e il Belew “scatenato” con i suoi tanti suoni avant-garde, tra tremolo a gogò e uso dello slide). Levin ha di nuovo giustificato in pieno il suo status di bassista più ricercato in giro, a prescindere dal genere musicale, e le sue mosse sullo stick e l’uso delle bacchette da slide tolgono il fiato. Bruford, jazzista, si è sfogato come non mai con batterie elettroniche e percussioni, e certe parti di questo album sono tra le sue migliori nei suoi anni con la band.
La title track “Three Of A Perfect Pair” negli anni è diventata un classico amatissimo dei Crimson. Il motivo sta soprattutto nei lunghi giochi ritmici e nell’ottima prova vocale di Belew (tutto il merito anche alla voce di accompagnamento di Levin). Il riff di chitarra principale suona estremamente minimalista, mentre i passaggi ritmici stavolta sono belli conditi di jazz. Il matto Belew, ovviamente, nel mezzo si concede immancabilmente anche un assolo avant-garde che con la sua follia ti fa saltare via le mutande. Il testo, come la maggior parte dei lavori di Adrian di quel periodo, è piuttosto personale e gioca coi confini della psiche umana (in questo caso la schizofrenia), dove la sua voce paranoica ovviamente ci sta a meraviglia. “Model Man”, introdotta da una delle basi ritmiche più originali, melodiche e raffinate del disco, contiene qualche spruzzata di new wave. Il ritornello è insolitamente romantico, mentre la linea ritmica melodica, insaporita di funk, è groovata fino al limite. Per i parametri di una band come i King Crimson direi che è addirittura una roba pop. Ma è una sciocchezza in confronto a quello che offre lo spuntino romantico new wave “Sleepless”, il singolo nonché il loro più grande e unico hit, per il quale hanno girato anche il loro unico video. E, perché la misura della controversia fosse colma, il pezzo girava pure nelle discoteche di allora, il che è sicuramente una delle storie più controverse nella storia della band, che di certo si è goduta un mondo a spiazzare i vecchi fan con un hit pop e a far agitare certi critici dell’epoca, che li davano per “dinosauri sopravvissuti”. “Sleepless”, nonostante sia il lavoro più commerciale della loro storia, è un brano eccellente, che non fa che confermare la loro straordinaria eclettismo e libertà da ogni genere. All’intro con il basso super groovato e le batterie elettroniche segue uno strato ambient del sintetizzatore di Levin (raro caso del suo uso in un lavoro della band) e un motivo di chitarra minimalista. Quando entra la voce di Adrian, romanticamente sognante, la dose di romanticismo new wave, rinforzata di disco funk, è perfetta. L’ambient è come svegliarsi da un sogno in mezzo a una discoteca degli anni ’80. Gli arpeggi di Belew sono efficacissimi, mentre la linea ritmica è una vera leccornia da gourmet che, insieme all’armonia dei soundscape, forma il miglior pezzo “pop” della loro carriera. “Man With An Open Heart” (hm, dove l’ho già sentito un titolo simile, di un pezzo famosissimo) è un altro interessantissimo esperimento new wave/pop dal ritmo funky, che rappresenta il picco melodico del disco (un altro potenziale hit mancato). Nonostante la melodicità, i passaggi ritmici sono estremamente imprevedibili. E non smettono di entusiasmare nemmeno i tanti spiritosi ornamenti sonori della chitarra.
Da qui in poi l’album scivola in acque molto più avant-garde e complesse, di solito meno accessibili al grande pubblico, anche se è proprio qui che la natura sperimentale della band brilla di più. Nell’ambient “Nuages (That Which Passes, Passes Like Clouds)” Fripp si abbandona a tanti fragili soundscape, a cui fanno compagnia percussioni orientaleggianti e svariate improvvisazioni su chitarra e stick. Come tipico di quasi tutti i soundscape di Fripp, è musica che non vale la pena ascoltare solo con le orecchie. Lo strumentale avant-garde-apocalittico “Industry” è il ritratto sputato di quell’oscurità crimsoniana che qualcuno forse aveva rimpianto nella prima parte del disco. Ecco, stavolta possono lasciarsi andare a un martellare di batteria regolare e letteralmente assassino nella prima parte, a soundscape mistici e a improvvisazioni di chitarra ringhianti, quasi minacciose, che creano l’atmosfera di una città immersa nello smog sotto ciminiere che bucano il cielo del grigiore quotidiano. L’interessantissima “Dig Me” è una vera boccata d’aria fresca, che porta un soffio di romanticismo e melodia in una seconda metà del disco piuttosto oscura e cupa. La prima parte suona decisamente robotica, per merito dell’effetto sulla chitarra e della voce cromata dall’effetto. Il ritornello centrale è entusiasmante, melodico e suona parecchio beatlesiano, o meglio alla McCartney, il che crea un bel contrasto con la struttura per il resto piuttosto avant-garde del pezzo (tanti suoni di chitarra strampalati). Il testo, attraverso la metafora di un’auto che aspetta di essere portata in discarica, parla del desiderio di un nuovo inizio. L’improvvisazione “No Warning” secondo me è il pezzo meno interessante del disco. In passato la band si è distinta con tante improvvisazioni interessanti, stavolta invece, a parte l’ottima dinamica della batteria (un buon assolo di Bruford) e gli effetti di chitarra avant-garde, offre una dimostrazione piuttosto mediocre di idee nate lì per lì. Tanto più grande è la gioia che regala l’ottimo strumentale “Larks’s Tongues in Aspic – Part III”, con cui hanno proseguito la saga delle “lingue di allodola in gelatina” da dove si erano fermati nella leggendaria “Larks’ Tongues In Aspic” (1973). La terza parte non resta nemmeno tanto indietro rispetto ai suoi incredibili predecessori. Il motivo principale è piuttosto simile a quello della “due”. Dopo che nell’intro ci crivellano gli arpeggi di Fripp, arriva un vero manicomio strumentale alla Crimson, con passaggi ritmici imprevedibili e qualche assolo di chitarra sballato. Metterei in risalto soprattutto il lavoro dello stick di Levin, che penetra attraverso la linea jazzata della batteria. Le prime due parti erano ovviamente meglio, ma anche la terza non è da buttare, e negli anni è arrivata pure la quarta. Sicuramente uno dei picchi e un’ottima chiusura del disco.
La riedizione dell’album, a differenza della maggior parte delle loro riedizioni, porta parecchie bonus track. A dirla tutta nessuna di loro fa venire chissà quale entusiasmo, ma sono sicuramente un bel regalo per ogni vero fan della band. In “The King Crimson Barber Shop”, nata dai cori vocali di Levin, che amava fare anche con Peter Gabriel e nella sua carriera solista, la band con una buffa esibizione corale dimostra che l’humor nero non le è per niente estraneo, perché in modo scherzoso presenta la politica di fondo di questa incarnazione del gruppo (niente fotografie, niente classico “21 Century Schizoid Man” in scaletta, eccetera). “Industrial Zone A” e “Industrial Zone B” sono due strumentali avant-garde collegati tra loro, basati sui suoni elettronici sparpagliati di Fripp, su soundscape e improvvisazioni ritmiche. Direi che non sono niente di speciale e a volte suonano pure un po’ irritanti. Mi piacciono le improvvisazioni che riescono a creare un’atmosfera potente, mentre questi due al massimo li definirei una specie di space rock grottesco. Alla fine ci sono ancora tre versioni dell’hit da discoteca “Sleepless”, in diverse forme di produzione. La prima versione l’ha prodotta Tony Levin, mentre le altre due le hanno prodotte Bob Clearmountain e F. Kevorkian (l’ultima delle tre è quella che suona più “disco”).
“Three Of a Perfect Pair” chiude con successo l’opera creativa dell’incarnazione anni ’80 dei King Crimson. È un album che mostra con successo, fino agli estremi (“Sleepless” – “Industry”), entrambi i volti sonori di questa formazione, che si è rivelata la più stabile della loro storia. Anche con “Three Of a Perfect Pair” i King Crimson hanno offerto uno dei loro prodotti più emozionanti e strani, anche se non raggiunge quel livello di perfezione musicale toccato dall’incredibile “Discipline”, che ha plasmato il sound centrale di questa formazione. Dopo che all’uscita del disco si era affacciato un venticello di possibile successo commerciale, zio Bob, secondo la sua vecchia e raffinata abitudine, ha preferito far a pezzi la band per anni, per potersi dedicare alla carriera solista e alla sua scuola per chitarristi di talento. Anche gli altri membri si sono dedicati ai propri progetti. L’ibernazione forzata della band è durata ben dieci anni, finché a metà anni ’90 non sono tornati trionfalmente in una formazione che, secondo i più, è addirittura la più forte (soprattutto per quanto riguarda la sezione ritmica) della loro storia.
Formazione
Adrian Belew – voce, chitarra
Robert Fripp – chitarra, soundscape
Tony Levin – stick, basso, sintetizzatore, voce di accompagnamento
Bill Bruford – batteria acustica ed elettronica
Produzione
King Crimson
Tracklist
1. Three of a perfect pair (4:11)
2. Model man (3:56)
3. Sleepless (5:20)
4. Man with an open heart (3:00)
5. Nuages (that which passes, passes like clouds) (4:42)
6. Industry (7:22)
7. Dig me (2:59)
8. No warning (3:28)
9. Larks’ tongues in aspic part III (6:01)
Durata dell’album: 40:59
Bonus track nella riedizione per il 30º anniversario:
10. The King Crimson Barber Shop (1:37)
11. Industrial Zone A (1:44)
12. Industrial Zone B (4:33)
13. Sleepless (Tony Levin Mix) (7:26)
14. Sleepless (Bob Clearmountain Mix) (5:24)
15. Sleepless (Dance Mix – F. Kevorkian) (6:17)