Tokac: “Nella nuova sfera creativa abbiamo iniziato a rispettare cucchiai e mestoli” (2013)
Autore: Aleš Podbrežnik
Luogo: Šmartno (Goriška Brda) / Hiša Kulture / Slovenia
Data dell’intervista: 03.11.2012
I Dan D sono una delle band rock più popolari in Slovenia. Sono sotto gli occhi di una folla esigente che, un po’ viziata, aspetta mosse artistiche sempre nuove da parte del gruppo. La mossa del progetto »Tiho« era per i Dan D praticamente obbligata, per non finire per caso nella trappola della routine e dell’autoripetizione. Rimodellando il repertorio dei Dan D all’insegna di attrezzi esotici come bottiglie, cucchiai, mestoli, apribottiglie e così via… la band ha scosso alla radice il proprio spirito creativo, e questo l’ha aiutata a maturare fino a un nuovo gradino evolutivo, su cui i Dan D oggi stanno ancora più forti, ancora più decisi, e che spalanca loro le porte a un atteggiamento ispirato e a una sfida creativa e artistica che insieme potranno sfruttare al meglio nel processo di registrazione del prossimo album in studio.
Durante il tour autunnale »Tiho« abbiamo intercettato la band il 03.11.2012 a Šmartno (Goriška Brda). Dopo il concerto ci è capitata l’occasione di fare due chiacchiere con il carismatico frontman e principale autore dei Dan D, Tomislav Jovanovič »Tokac«…
RockLine: Da dove nasce l’idea di un grande tour sloveno dedicato ai concerti acustici?
Tokac: Siamo stati invitati al festival Lent e ci hanno detto che gradirebbero un set acustico dei Dan D. Sai, noi l’avevamo già fatto una volta… chitarre acustiche, show acustico, all’inizio l’idea non ci convinceva granché… Poi mi sono ricordato del sottotetto e ci siamo messi a rovistare. Abbiamo trovato cucchiai, mestoli… All’inizio ci scherzavamo su, provavamo le cose un po’ per gioco e un po’ sul serio, ma la cosa è decollata. È scattata la scintilla con un approccio intimo e ha messo tutto sulla strada giusta. Il risultato è stato una presentazione diversa del nostro catalogo musicale, soprattutto nel modo di trasmettere le emozioni, che funziona in maniera diversa rispetto ai tour precedenti della band.
RockLine: In sostanza è una specie di evoluzione della versione »Izštekani«.
Tokac: Sì. Lì avevi chitarre acustiche, spazzole per la batteria… È una pratica consolidata sulla scena. Stavolta invece si tratta di qualcosa di parecchio diverso. Tutto il materiale più vecchio, come pure i pezzi più recenti, funziona in modo molto deviante rispetto a tutti i riarrangiamenti fatti finora, per non parlare delle versioni originali dei Dan D. Si sviluppano un’altra atmosfera, un’altra sensibilità. Viene a galla un altro modo di comporre i brani, e il risultato è un’altra energia…
RockLine: Quella sera a Šmartno, qui nei Goriška Brda, avete suonato tre o addirittura quattro brani completamente nuovi, se non sbaglio?
Tokac: Sì, quattro.
RockLine: Come e quando sono nati? I motivi sono più vecchi, oppure le idee sono arrivate nella fase di riarrangiamento del vostro »back catalogo« per il tour »Tiho«?
Tokac: Sono nati mentre lavoravamo al materiale più vecchio, quindi da poco. Ci siamo detti che non avremmo aspettato a tutti i costi di dare a questi pezzi nuovi la rifinitura elettrica per il prossimo disco in studio. Per noi non era importante. Importante è che questi brani siano nati in un ambiente creativo diverso, in una situazione nuova di intimità particolare, e che appartengano in modo naturale ai classici dei Dan D rivestiti a nuovo, nella regia di »Tiho«. Ci sembra del tutto logico, perché è quello che ha dettato il loro sviluppo naturale. Sono nati insomma in un modo e in un momento tali che per loro è più naturale essere trattati come parte della storia dei Dan D che si chiama »Tiho«.
RockLine: A questo sono seguite due mosse naturali, anzi molto furbe: avete pubblicato una forma rustica del nuovo supporto audio su cassetta, infilata in una confezione a forma di ceppo di betulla, e anche in una specie di borsellino di cuoio…
Tokac: Sai, anche questa mossa è nata in modo del tutto spontaneo. Nessuno ci ha pensato su. Abbiamo registrato nell’atmosfera particolare di una fattoria a Šentjernej. È una sfera creativa completamente nuova per noi, che ci ha stregato in modo speciale, ci ha ispirato, ci ha dato motivazione in più, ci ha animato, sai, qui cantano uccellini diversi, eh eh eh… L’idea della cassetta è ottima. Il momento ci sembrava ideale per provocare di nuovo la gente in modo un po’ furbo. Una band deve sempre provocare in qualche modo il pubblico, ma non può farlo con la forza, bensì offrendo, per esempio, una cassetta – qualcosa che oggi la maggior parte ha dimenticato sia mai esistito, e allora la gente deve darsi da fare per trovare un mangianastri e poter far girare la cassetta e ascoltare i pezzi. È una forma di provocazione sottile, che deve far scattare la scintilla in chi la riceve, in chi è interessato alla nostra musica, in questo caso.
RockLine: A Šmartno c’era parecchio di interessante da vedere e da sentire nel vostro show. Obra si è trasformato per un attimo di nuovo in fiatista, quando ha preso in mano la tuba, i pezzi suonano particolarmente intensi, come se non li avessi mai sentiti prima, a me ha toccato in modo speciale per esempio il brano Tiho, ma non è stato l’unico…
Tokac: Anche qui la scelta dei brani da portare sul palco è avvenuta in modo del tutto spontaneo. Non c’erano brani decisi in anticipo da rivestire nella versione »Tiho«, abbiamo semplicemente provato, senza pensarci troppo, come funzionavano i pezzi in un nuovo ambiente musicale, in nuovi paesaggi sonori, con nuove emozioni. Quando un brano ti prende davvero, è nell’emozione. È l’essenza primordiale di ogni messaggio musicale. Almeno dovrebbe esserlo, dal punto di vista della sincerità. Così è nato il repertorio. Non abbiamo forzato niente.
RockLine: Com’è andato il processo di trasformazione dei brani?
Tokac: Ci siamo trovati a casa mia e siamo saliti in sottotetto. Abbiamo preso in mano strumenti che in vita nostra non avevamo mai suonato. E abbiamo provato, provato e riprovato. Ci siamo accorti che tutto funzionava in un modo che prima non conoscevamo, sapevamo che quello che stavamo facendo non somigliava a nulla di ciò che avevamo provato in carriera. Tutti questi pezzi funzionano in modo così diverso, come se fossero stati creati per la prima volta. In questo modo ci siamo praticamente tolti il terreno sotto i piedi. Voglio dire che ci siamo messi alla prova in una situazione completamente nuova, per noi molto impegnativa. Era una specie di esame di maturità. E ce l’abbiamo fatta. Qui c’è solo una domanda: »Ci sei o non ci sei?« Sai, e qui non ci sono scuse. O suoni, oppure è meglio che fai subito le valigie e te ne torni a casa!
RockLine: Stasera avevi tra le mani un vero mare di strumenti diversi, quando hai imparato a suonarli tutti?
Tokac: Faccio musica da tantissimo tempo. E poi arriva il momento in cui ti provochi da solo fino al punto di trovarti di fronte al fatto che non sei sui soliti strumenti sicuri, capisci…. Niente Marshall, niente Les Paul, niente banalità, niente prevedibilità, niente controllo – quindi niente di ciò che ti dà sicurezza. In questa situazione nuova all’inizio ti senti un po’ insicuro, saltano fuori domande, dubbi… Ma quando la fiducia in te stesso si costruisce, quando capisci di essere entrato in una sfera che stai scoprendo da zero, diventa un gran piacere, e anzi è proprio questa sfera a sfidarti, con una creatività diversa, ancora mai sperimentata. Cominci a rispettare sia il cucchiaio che il mestolo. Suona modesto, ma significa tanto.
RockLine: E le reazioni del pubblico sono esplosive, quando a un concerto dei Dan D, per dire, Obra a un tratto colpisce una serie di bottiglie legate a delle cordicelle…
Tokac: Sì. Prima tutti guardano cosa diavolo ci facciano le bottiglie sul palco per tutto quel tempo. Hanno il loro scopo, il loro momento e sono importanti. Ma tutti sono impazienti perché non sanno quando arriverà quel momento. Non mi piace quando giornalisti e media mettono in risalto il nostro nuovo approccio come qualcosa di speciale e in pratica in qualche modo lo gonfiano, lo sensazionalizzano. No. Mestolo e cucchiaio sono oggetti normalissimi. L’essenza è se la gente ci sente dentro della musica oppure no. Conta solo la musica. Un tocco di artismo.
RockLine: Nella seconda metà di settembre dell’anno scorso avete tenuto alla stazione ferroviaria di Lubiana un concerto «a sorpresa» in tarda mattinata. Come hanno reagito i passanti e che sensazioni avete avuto?
Tokac: La risposta è di nuovo la stessa. Ci siamo buttati per voglia di provocare. C’è però una differenza. Poco fa avevi in mano sul sottotetto cucchiai e mestoli, quindi l’ispirazione del momento non ti spinge a salire su un palco glamour come la Hala Tivoli, cerchi cose piccole, piccole e semplici, ma con il battito dell’intimità. La stazione ferroviaria è l’ideale in questo senso. È collegata ai nostri stati d’animo nel periodo in cui provavamo questi attrezzi, questi strumenti esotici…. Puoi dire anche una specie di riflessione sul periodo creativo. Naturalmente nell’aria aleggiava di continuo il pensiero se con questa esibizione mattutina in stazione potessimo rendere felici i passanti che andavano al lavoro o all’università e abbellire così la loro giornata. Alla fine è anche lo scopo principale. Lo scopo della musica. L’obiettivo l’abbiamo centrato, la cosa è scattata!
RockLine: Ultimamente a Lubiana la moda dei trovatori musicali di strada è esplosa parecchio…
Tokac: Sì. Ma la cosa curiosa è che nel periodo in cui ci siamo ritrovati noi alla stazione, lì non c’era nessuno di loro. Abbiamo perfino chiesto alla gente, al personale che lavora in stazione, se qualcuno facesse una cosa del genere, e ci hanno risposto di no. Non lo capisco. Le band dovrebbero fare proprio lì i loro test sonori.
RockLine: Però è stata una terapia d’urto per i passanti.
Tokac: L’effetto si è visto, certo. Ma nel senso che abbiamo diffuso uno spirito positivo, le vibrazioni e gli stimoli erano molto positivi. L’energia è diversa. E non conta la qualità di chi suona, conta l’intenzione, che dev’essere sincera. Io in generale il suonare per strada non lo vedo come »elemosina«. Semplicemente qualcuno ha imparato a suonare qualcosa e va in strada a mostrarlo, perché gli piace farlo. Ed è giusto che per la sua musica e il suo spettacolo si porti a casa anche qualche monetina. Dovrebbero essercene sempre di più. Non è accattonaggio. Il principio è che dai qualcosa alle persone, qualcosa che hai dentro e che deve uscire da te.
RockLine: Nel 2008 hai prestato la voce a un brano del secondo album degli Elevators. Visto che loro fanno musica in un contesto completamente diverso, mi chiedo come siete arrivati alla stessa lunghezza d’onda e come mai sei intervenuto con la voce sul brano »Čedo ljubavi«?
Tokac: Noi siamo in giro insieme da un pezzo. Il testo è in serbo-croato, l’ha scritto RunJoe (Sergej Ranđelović, batterista degli Elevators, nota dell’autore), e a lui è sembrato comodo che mi occupassi io della voce, forse perché vengo anch’io dal sud, e gli Elevators avranno pensato che per questo l’avrei interpretato meglio io. È un pezzo jugo-revival, che in effetti mi stava cucito addosso. Secondo me il motivo della collaborazione è questo.
RockLine: C’è già qualche raggio di luce all’orizzonte che magari annuncia un nuovo album in studio dei Dan D?
Tokac: Questo progetto »Tiho« l’abbiamo portato avanti per dare una piccola scossa alla nostra storia consolidata dei Dan D. Per sorprendere noi stessi e la gente. Se non riesci più a sorprendere te stesso e la gente, non sei più divertente. I Dan D sono solo una band un po’ più grande sulla scena musicale slovena, e perché la gente non si stufi della nostra storia, che non deve scivolare nella routine, dobbiamo inventarci nuove idee artistiche e offrirle a chi ci ascolta. Sai, se suoni troppo dal vivo la gente si stufa in fretta della band, e anche il mercato si satura. Siamo troppo popolari e per questo siamo costretti a suonare tanto. La Slovenia, con due milioni di abitanti, in questo senso si satura in un attimo, perché la gente si stanca di sentire sempre la stessa storia e questo può uccidere la storia di una band, la sua musica, il suo spirito, tutto. E per strada uccidi anche le persone e non sei più divertente. Anche per questo abbiamo ridotto il numero di concerti. Il cambiamento con il progetto »Tiho« era per noi necessario per fare un passo di lato rispetto alla prassi consolidata. Credo però che questo nostro distacco artistico sia un fattore importante, che provocherà uno spostamento creativo in tutti noi, e questo inciderà molto sulla freschezza e sulle idee nuove del prossimo album in studio. Quell’album sarà ovviamente elettrico e non vedo l’ora. Non so quando inizieremo a lavorarci e non so dove ci porterà. Proprio questa nota imprevedibile è tanto più affascinante, e per questo, come musicista, mi emoziona e mi rende felice ancora di più. Questa libertà di non essere limitato dal pianificare quando e come è la cosa più bella che ti possa capitare, da musicista.
RockLine: Oltre ai Dan D, a questo modo di funzionare nello spazio musicale sloveno sono condannati in eterno i Siddharta, e anche i Big Foot Mama…
Tokac: La Slovenia è uno spazio molto piccolo, e le band possono cadere in fretta nella trappola di voler suonare tanto e così, a poco a poco, si trasformano in gruppi da fine settimana, che puntano solo a prendersi un ingaggio. Ma questo non deve essere il tuo obiettivo. L’obiettivo deve essere creatività, senso e qualità. E se in Slovenia fai 100 concerti, quella non è qualità, è quantità.
RockLine: È anche il principio di una sana maturazione artistica di ogni artista che crea musica propria.
Tokac: La cosa interessante è che l’altra volta, dopo tantissimo tempo, ho riascoltato il nostro primo disco, è stato poco fa, quando i Dan D viaggiavano insieme in furgone. Morivo dal ridere. Messaggi mezzi bizzarri nella poesia, nei testi spicca lo sciovinismo maschile e cose così. Naturalmente col passare degli anni cominci a guardare tutto questo in modo diverso. Ma andava bene. Eravamo giovani e non tenevamo niente dentro. In fondo, che ne sai della vita quando hai vent’anni o poco più? Ma non è importante. L’importante è tirare fuori quell’energia, perché quello è il momento giusto per farlo. E se ci insisti, segue la crescita, la maturazione della band in modo naturale. L’importante è non restare gli stessi. A me personalmente farebbe soffrire più di tutto. Il nostro secondo album per me è un manifesto musicale molto più forte per quanto riguarda la compiutezza dei brani. Ci sono tanti singoli, ottima scrittura, e anche negli arrangiamenti del secondo album mi sono ammazzato di lavoro molto di più.
RockLine: Hai mai avuto voglia di metterti alla prova in qualche altro progetto musicale? Magari come solista, cantautore, visto che i tuoi messaggi in poesia sono forti e di grande spessore.
Tokac: Certo, accanto a tutto il resto in me c’è sempre un po’ di desiderio di progetti del genere, ma d’altra parte collaboro continuamente con altri musicisti, con altre band, produco la loro musica. Mi interessano soprattutto le giovani band creative e le cerco per »berle il sangue come un vampiro, così mi ringiovaniscono« (risate generali). Queste giovani band creative vanno motivate. Mi piacerebbe trasmettere loro la mia testardaggine e la mia perseveranza. Perché con la perseveranza ce la puoi fare. È possibile. Devi solo fidarti di te stesso e insistere. Purtroppo è come dicevi tu prima, in Slovenia ci sono tre band. Tre istituzioni. E quella non è una vera scena. Bisogna assolutamente allargarla.
Il report del concerto dei Dan D a Šmartno (Goriška Brda) del 03.11.2012, firmato RockLine, puoi leggerlo QUI.
Il report del concerto dei Dan D a Novo mesto (Lokalpatriot) del 29.11.2012, firmato RockLine, puoi leggerlo QUI.
Galleria fotografica
