Travolti dalla distruzione con Soilwork e Kataklysm (2023)
Il Kino Šiške non vedeva un pacchetto di nomi metal di peso da un bel po’, ma venerdì scorso le cose sono finalmente cambiate: il trio Wilderun/Soilwork/Kataklysm è sceso a Šiška e, in un’ottima atmosfera, ha chiuso nel migliore dei modi la settimana lavorativa.
Ad aprire le danze è stata la band più atipica della serata, i progsters di Boston Wilderun. Perché atipica? Perché, rispetto a Soilwork e Kataklysm, la cui musica si regge su pezzi brevi, melodici, poco complicati e facili da digerire, con ritornelli ben marcati, i Wilderun sono l’esatto opposto. Gli americani sono infatti famosi per il loro «complicare» progressivo e per i brani ultra lunghi in cui infilano un sacco di elementi diversi, dal classico metal progressivo fino a sfumature sinfoniche e folk. I Wilderun sono saliti sul palco puntualissimi e in tre quarti d’ora sono riusciti a suonare ben quattro pezzi, che però sono stati un vero e proprio viaggio musicale. Hanno saltato da una parte all’altra come se niente fosse: da passaggi «folky» sognanti, spezzati di colpo da riff di chitarra aggressivi e blast beat, a momenti di elementi sinfonici pomposi e ritornelli quasi da operetta. Qualcosa che siamo abituati a sentire, che so, dagli Opeth. Agli Opeth, anzi a Mikael Åkerfeldt, fa pensare anche il cantante Evan Berry, soprattutto quando passa da una voce pulita e delicata a un growl ultra profondo. All’inizio dell’anno scorso i Wilderun hanno pubblicato il loro quarto album in studio, Epigone, che molti considerano il gioiello della corona della loro discografia e che l’anno scorso è finito ai primi posti di tantissime classifiche dei migliori album metal del 2022. Dopo quello che abbiamo visto e sentito è facilissimo capire perché, e per il loro debutto in Slovenia i Wilderun hanno fatto da warm-up molto interessante, anche se è vero che avrebbero fatto ancora più bella figura con un set più lungo e in compagnia di gente come Threshold, Riverside o Opeth.
Se durante l’esibizione dei Wilderun la sala era ancora un po’ mezza vuota, le cose sono cambiate prima del set dei veterani svedesi del death metal melodico Soilwork, quando vecchi e giovani hanno riempito per bene la Katedrala del Kino Šiške. Il merito è probabilmente anche del fatto che i Soilwork non sono affatto degli sconosciuti sui palchi sloveni, anche se finora da noi avevano suonato solo nell’ambito di festival, e a Lubiana per la prima volta in un concerto tutto loro (se la memoria che vacilla non mi tradisce). Anche i Soilwork, come chi li ha preceduti, l’anno scorso hanno pubblicato un nuovo album in studio, il dodicesimo, Övergivenheten, e anche se in svedese significa abbandono o desolazione, di certo non era quello che provava il pubblico, che ha accolto gli svedesi con tanta energia e fervore, mentre la band non è rimasta in debito e ha messo in piedi uno spettacolo bello e di alto livello. I Soilwork hanno salutato Lubiana proprio con la title track dell’ultimo album, mossa azzeccatissima: il pezzo si distingue per l’esplosione iniziale, la velocità, un ritornello contagioso e una valanga di passaggi melodici tipici dei Soilwork. Il pubblico è esploso quando ha aperto bocca per la prima volta l’unico membro originale rimasto, Björn «Speed» Strid, salito sul palco con un outfit (un gilet senza maniche con le frange e una specie di alette sulle spalle) che starebbe meglio nel suo altro gruppo, The Night Flight Orchestra, eheh. Comunque sia, in un set di un’ora e mezza abbondante i Soilwork hanno conquistato il Kino Šiška con un death metal melodico ad alto numero di ottani, che ti si pianta nelle orecchie in un attimo, soprattutto grazie all’ottima prova vocale di Speed, che se l’è cavata bene sia nelle parti growl sia in quelle con voce pulita. Del resto la band sul palco funzionava come una macchina ben oliata, in particolare i tre chitarristi, visibilmente di ottimo umore, mentre un retrogusto un po’ amaro è rimasto solo per l’assenza del chitarrista David Andersson, scomparso lo scorso settembre e che il giorno dopo il concerto avrebbe compiuto 48 anni. Ma la vita, purtroppo, va avanti per la sua strada, e anche la band stavolta si è concentrata soprattutto sugli anni più recenti della sua carriera: la parte del leone l’hanno fatta i pezzi dell’ultimo disco, mentre i ritorni al passato sono stati solo un assaggio. Il salto più indietro nel tempo è stato con la devastante stampede di Bastard Chain, dall’album A Predator’s Portrait, ma, a sorpresa, non hanno suonato nemmeno i loro primi successi come Follow the Hollow o Rejection Role. Verso la fine ci stava benissimo l’hitone Nerve, con un ritornello contagioso in modo mostruoso, e la chiusura un po’ malinconica con Stålfågel. È stato davvero bello vedere e sentire i Soilwork in splendida forma e, dopo tanti anni, di nuovo su un palco al chiuso, con il suono dalla loro parte, luci stupende e un pubblico in vena.
La sala si è riempita ancora un po’ di più per l’altro co-headliner, i veterani canadesi Kataklysm, e anche stavolta non c’è da stupirsi: sono una di quelle band che, per quanto spesso passavano da noi, una volta si diceva avessero anche la nostra cittadinanza (cosa che allora valeva anche per gente come Korpiklaani, Amon Amarth, Ektomorf, …). Beh, suonare di continuo e sfornare album ha ripagato i Kataklysm: già da un bel po’ sono tra le band estreme più popolari, che riempiono senza problemi sia le sale sia i palchi dei festival, anche se, diciamocelo, il loro picco in studio l’hanno toccato un bel pezzo fa, una ventina d’anni addietro, con l’album Shadows & Dust. Ma dal vivo ai canadesi non si può rimproverare nulla: il loro mestiere lo fanno fino in fondo, sai esattamente cosa aspettarti da loro e loro te lo consegnano. È vero però che non giustificano più la vecchia fama di «northern hyperblast». I Kataklysm, come i Soilwork, si sono concentrati molto sui periodi più recenti della loro carriera, ma per i vecchi fan hanno pensato anche a qualche caramella di death metal dal sound epico e melodico, come Where the Enemy Sleeps, Manipulator of Souls e la botta brutale di Crippled & Broken. Anche se negli anni hanno un po’ ammorbidito il loro sound, dal vivo suonano ancora devastanti, Maurizio Iacono è sempre incazzato e convincente, nonostante i discorsi al pubblico ormai tipicamente da cliché, e il chitarrista Jean-Francois Dagenais continua a dimostrare che con una sola chitarra copre senza problemi tutto lo spettro della distruzione chitarristica. Il pubblico, carico a molla, mangiava letteralmente in mano alla band in gran forma, non sono mancati crowd surfing e mosh, e i Kataklysm hanno chiuso in bellezza una bella serata di venerdì.
Foto: Nina Grad













































