Trisector
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Van Der Graaf Generator
Etichetta: EMI Records
Uscita: 2008
Voto: 5/5
Il ritorno dei Van Der Graaf Generator, leggende musicali dell’innovazione e pionieri del lato più oscuro del progressive rock, avvenuto qualche anno fa con un nuovo tour, il primo dopo oltre 25 anni, e con l’uscita dell’ottimo album “Present” (2005), prosegue con successo anche dopo l’uscita di “Trisector”. Quest’ultimo è stato sicuramente uno degli album più attesi dell’anno tra gli appassionati di progressive rock e di ogni forma di musica altamente sperimentale. Prima di questo disco la band è entrata in una fase completamente nuova, perché ad abbandonarla è stato lo storico sassofonista e flautista David Jackson. I Van Der Graaf Generator sono così diventati per la prima volta nella loro carriera un trio, formato dall’indistruttibile cantante e visionario lirico Peter Hammill, che continua a mantenere il suo stile vocale unico, straordinariamente pittorico e poetico, e che in questo album si dà da fare ancora più del solito anche come chitarrista; dal tastierista Hugh Banton, eterno innamorato del suono dei suoi organi, che stavolta ha ampliato proprio dove di solito c’erano i fiati; e dal batterista Guy Evans, uno dei batteristi più grandi della storia del progressive rock e, oltre a Hammill, l’unico membro presente in tutte le loro formazioni. Questi tre pezzi da novanta erano anche i membri originali della formazione che nel 1968 accese per la prima volta il motore dei VDGG, e da sempre sono considerati il nucleo della band. Nonostante tutti i loro meriti, però, la stragrande maggioranza dei fan fino a quel momento non riusciva a immaginare il loro suono senza il sassofono di Jackson. Per questo la domanda più grossa era senza dubbio come avrebbe suonato la band da lì in avanti, ovvero come sarebbero riusciti a rimpiazzare tutte le parti di fiati che di solito copriva Jackson, carismatico e amatissimo dai seguaci del gruppo.
Gli altri tre hanno risolto il problema in modo sorprendentemente efficace, tappando in maniera soddisfacente il buco sonoro lasciato dall’addio di Jackson. Ciò che nei soliti punti dei fiati non è stato sostituito dagli organi espansi di Banton, che stavolta sono presenti più di quanto potrebbe desiderare il cuore di ogni amante di questo strumento, l’ha fatto la chitarra di Hammill. Hammill stavolta ha sfoderato decisamente più riff di chitarra e passaggi affilati del solito, e si può dire che dopo tanti anni si è difeso molto bene anche in questo campo. Come chitarrista, a mio parere, ha offerto addirittura la sua migliore prestazione in tutta la sua carriera con i VDGG fino a quel momento. Il suo canto, con gioia di tutti i suoi seguaci, è ancora a un livello eccezionalmente alto, tanto che a stento si nota che il “Thin Man” sia invecchiato negli anni nella sua interpretazione lirica sempre così peculiare. Certo, si concede un po’ meno strilli e acuti di quanti se ne concedeva un tempo, ma resta comunque un narratore incredibile della sua poesia e un trasmettitore di una miriade di emozioni diverse, che da vero camaleonte vocale è in grado di infondere in ogni brano.
All’inevitabile domanda se Jackson alla fine manchi o no, potrei rispondere sia sì che no. Questi sono ancora a tutti gli effetti i vecchi, cari VDGG, ma non più esattamente come li abbiamo sempre conosciuti. I brani stavolta sono un po’ più corti del solito, ma non per questo meno complessi e magniloquenti. Il loro suono è diventato appena un filo meno oscuro e un po’ più melodico, mentre i singoli arrangiamenti contengono ancora quella componente drammatica, costruendosi lentamente per poi alternare con efficacia atmosfere perlopiù malinconiche e cupe. Le improvvisazioni jazz d’avanguardia dentro i singoli brani sono stavolta solo un assaggio, il che farà piacere a tutti quelli a cui su “Present” non andava giù il disco extra fatto solo di improvvisazioni. Anche se la loro veste sonora è cambiata, non c’è assolutamente motivo di allarmarsi per chi da sempre ama le loro cupe visioni post-apocalittiche e i testi metafisici e spesso estremamente sarcastici di Hammill. I Van Der Graaf Generator, insieme ai King Crimson, con i loro arrangiamenti e testi cupi restano ancora oggi cronisti estremamente convincenti, oscuri ma al tempo stesso beffardi, del declino della civiltà occidentale e di tutti gli aspetti della sua infinita apatia. “Trisector” è un album abbastanza fresco e ispirato da accontentare chi sente la mancanza di maggiori innovazioni nel prog rock contemporaneo, e al tempo stesso contiene tutti i loro elementi riconoscibili. Al primo posto, come sempre, l’immancabile e carismatico vocalist Hammill, il grande tesoro di organi di Banton (attraverso cui spesso passano riff di chitarra sporchi) e il batterismo vario di Evans. Tutto questo continua a garantire quella inconfondibile magia VDGG, che nemmeno l’addio di Jackson ha scalfito.
Già l’opener strumentale “The Hurlyburly” conferma che i VDGG non hanno perso nemmeno un briciolo della loro riconoscibile energia ad alta tensione, tanto che potrebbe stare tranquillamente in uno qualsiasi dei loro album classici. Dopo un oscuro fruscio di effetti entra un riff di chitarra solitario, accompagnato sullo sfondo dalla batteria. Poi arriva il primo passaggio e con esso infuocate cavalcate sugli organi di Banton, filtrate attraverso le linee di chitarra affilate e a tratti anche malinconiche di Hammill e il ritmo dinamico della batteria di Evans. Lo strano titolo di questo brano Hammill l’ha preso in prestito da una commedia nera monografica su attori cinematografici disfunzionali, da cui fu poi tratto anche un film con Sean Penn nel ruolo principale.
Chi magari non fosse ancora convinto dall’opener strumentale sulla qualità del nuovo volto dei VDGG, butterà via i suoi dubbi alle prime battute della bellissima “Interference Patterns”, che con il suo riff di chitarra sparpagliato, steso sopra gli organi, ricorda di nuovo un po’ i vecchi tempi. Qui entra per la prima volta la voce poetica di Hammill, che continua a navigare incredibilmente bene tra paranoia e teatralità e si sposa alla perfezione con le singole sezioni strumentali, come al solito piuttosto cupe.
“The Final Reel”, che si apre con una dolce melodia di elegante pianoforte, scioglie bene la tensione elettrica accumulata nei primi due brani. La voce di Hammill e il suono gotico degli organi raccontano con efficacia un’altra storia nera dal ricco serbatoio di idee di critica sociale di Peter. L’atmosfera malinconica creata da organi, pianoforte e batteria affilata è spesso in contrasto con il canto beffardo di Hammill, come sempre superbo.
La magniloquente “Lifetime”, che potrebbe stare anche in uno dei loro primi album, si apre con una dolce melodia di organi dalle tinte gotiche, seguiti poi dal pianoforte elettrico. Il canto di Hammill stavolta è del tutto pacato e in sintonia con la malinconia creata dalle linee in minore di organi e chitarra. Hammill qui, attraverso una metafora, racconta la propria consapevolezza dell’invecchiare e l’incredibile caducità e fragilità della vita umana in generale.
Su “Drop Dead”, una delle creazioni più dure dell’album, si vede bene come gli organi di Banton siano riusciti a sostituire in modo del tutto soddisfacente le linee che di solito erano riservate al sassofono. Questo brano ha un ritmo quasi da hard rock. Contribuiscono anche dei riff di chitarra elettrica piuttosto sporchi, che stavolta non sono affatto relegati sullo sfondo, la linea di basso di Banton stesa sugli organi e una batteria tagliente come poche, con tantissimi passaggi. Hammill si concede persino un breve assolo di chitarra, cosa non proprio tra le sue abitudini, mentre non manca nemmeno l’ottimo assolo di organo di Banton. E naturalmente, ancora una volta, non si può ignorare il canto estremamente variegato di Peter, che stavolta veicola uno dei suoi testi più brutali.
“Only In a Whisper”, il brano più jazzato dell’album, calma di nuovo un po’ l’atmosfera elettrica. Con la sua dolce melodia di tastiere, il suono dei piatti e il canto pittorico, strizza un po’ l’occhio ad alcuni pezzi della carriera solista di Hammill. Il suo testo, che tocca vari errori della storia umana, tra cui l’inquisizione, fa riaffiorare per un attimo il ricordo dell’indimenticabile classico dei VDGG “White Hammer”.
La drammaticissima “All That Before” è di nuovo un pezzo un po’ più croccante, con un’ottima linea di basso stesa sopra possenti organi, paragonabile anche ad alcuni classici dei VDGG del passato. La voce teatrale di Hammill è di nuovo al centro della composizione e ne è il principale mattone dell’atmosfera drammatica e apocalittica. La sezione strumentale contiene riff di chitarra elettrica fortemente distorti e un’abbondanza di organi di Banton dal suono diabolico. Hammill sorprende ancora con un assolo di chitarra breve ma interessante, di quelli che fino a qualche anno fa non gli avrei attribuito. Col tempo la drammaticità si allenta e la composizione si chiude in modo strano e piuttosto misterioso.
Gli ultimi due brani dell’album li definirei i migliori in assoluto e veri classici dei VDGG. “Over The Hill”, l’unico pezzo di oltre 10 minuti del disco, è un classico dei VDGG al cento per cento, si potrebbe dire anche il brano centrale dell’album, che costruisce gradualmente un’atmosfera drammatica e naviga con efficacia tra il cupo e il magniloquente. Questa composizione eccellente, estremamente complessa e dalle dimensioni epiche, contiene tutto ciò che il cuore di ogni fan dei VDGG e del prog rock in generale possa desiderare. Contiene infatti tutti i migliori e più amati elementi della band. L’introduzione è piuttosto delicata, quasi innocente. Banton all’organo costruisce gradualmente una melodia malinconica accanto alla voce “conciliante” di Hammill. Col tempo la drammaticità, attraverso cupe trame d’organo e riff di chitarra sporchi, raggiunge il punto di ebollizione, com’è tipico di tutte le loro migliori epopee, e segue un momento epico e magniloquente che fa esplodere tutta la tensione accumulata. La cosa si ripete poi più volte nel corso della composizione. Tutti i complimenti vanno anche stavolta alla prestazione vocale da sogno di Hammill , alle magnifiche trame d’organo di Banton, alle sporche linee di chitarra e alla batteria rombante di Evans. Un classico dei VDGG perfetto, che diventerà sicuramente una presenza fissa dei loro concerti.
Non è da meno la conclusiva e cupissima “(We Are Not) Here”, un altro futuro classico dei VDGG, che si apre con un suono d’organo straordinariamente possente. A questo si aggiunge presto l’ottima prestazione vocale di Hammill, che suona come se patisse chissà quali pene infernali. Con questo brano i VDGG dimostrano ancora una volta che l’apocalisse è ben lungi dall’essere finita e che le porte dell’inferno sono ancora spalancate. Anche qui prende vita in modo del tutto fresco la loro tradizione di complessi cambi di tempo e sezioni drammatiche, teatrali. L’album finisce come era iniziato: con un fruscio di effetti.
“Trisector” è sulla buona strada per essere il principale candidato al miglior disco prog di quest’anno. E ha buone carte anche come candidato a uno dei migliori album del genere dopo l’uscita di “Present”. I vari neo-prog e i revivalisti prog svedesi e americani degli anni ’90 possono sforzarsi quanto vogliono: i pionieri del prog, con i VDGG in testa, nonostante il peso degli anni restano una categoria a sé e dimostrano che l’allievo non può mai superare il maestro. “Trisector” non regge certo il confronto con i loro lavori migliori come “Pawn Hearts” (1971), “Godbluff” (1975) e “Still Life” (1976), però occupa un posto più che dignitoso nella loro discografia, dove non c’è un solo album mediocre. Se mi toccasse il difficile compito di dividere i loro album in migliori e peggiori, “Trisector” finirebbe di sicuro nella metà migliore. Con “Trisector” i Van Der Graaf Generator hanno (di nuovo) dimostrato che anche in formazione “indebolita”, come trio, si mangiano a colazione tutti i progsters moderni, e spesso solo in una sezione di un brano mostrano più energia e freschezza di quanta ne abbia la maggior parte delle band del genere in tutta la propria carriera. Fa molto piacere anche che restino maestri unici dell’imprevedibilità. A questo, in modo piuttosto ironico, ha di sicuro contribuito anche l’addio di Jackson, perché così hanno avuto l’occasione speciale di plasmare il proprio suono in un modo nuovo, senza sassofono, flauto (o violino). I VDGG restano così una delle rarissime band prog rock a poter vantare una discografia senza momenti deboli né uova di cuculo. Anni fa avrei faticato a credere che proprio loro, dopo quasi trent’anni di assenza, sarebbero stati oggi tra i pionieri del prog più attivi, e per giunta con idee fresche. Anche in questo modo restano un esempio luminoso e una guida per tutti i futuri musicisti prog rock. Dato che non so proprio come lodare “Trisector” a sufficienza, per finire auguro ai Van Der Graaf Generator altri 40 anni di musica fantastica come quella che hanno dimostrato in tutte le loro uscite fino a oggi.
Formazione
Peter Hammill – voce, chitarra, pianoforte
Hugh Banton – organi, basso
Guy Evans – batteria
Produzione
Van Der Graaf Generator
Tracklist
1. The Hurlyburly (4:34)
2. Interference Patterns (3:49)
3. The Final Reel (5:47)
4. Lifetime (4:43)
5. Drop Dead (4:44)
6. Only in a Whisper (6:43)
7. All That Before (6:26)
8. Over the Hill (12:26)
9. (We Are) Not Here (4:04)
Durata dell’album: 53:16