Tuffo nei ricordi d’oro del rock classico con Don Airey (2014)
Autore: Peter Podbrežnik
Fotografie: Aleš Podbrežnik
Luogo: Tricesimo (Udine) / Interstate Studio 270 / Italia
Data del concerto: 17.03.2014
Numero di spettatori: 70
Prezzo del biglietto: 20,00€
Don Airey passerà alla storia della musica soprattutto come il mago delle tastiere che, entrato nei Deep Purple, ha preso il posto del leggendario Jon Lord, purtroppo scomparso, anche se prima del 2002, anno di quella svolta epocale, alle sue spalle aveva già un percorso musicale davvero impressionante. Airey, con una solida formazione classica e un arsenale di tastiere in cui predilige l’organo Hammond, il mini Moog e il sintetizzatore Kurzweil, dopo una breve collaborazione con il batterista Cozy Powell nei Hammer nel 1974 si è fatto notare per la prima volta in modo serio come membro della superband prog/jazz rock fusion Colosseum II, dove ha conosciuto l’eroe della chitarra nordirlandese Gary Moore (con cui poi ha collaborato per molti anni), per poi diventare per un paio d’anni membro dei leggendari Rainbow guidati da Ritchie Blackmore.
All’inizio degli anni Ottanta ha fatto parte anche degli MSG con Michael Schenker in prima linea e della band solista di Ozzy, per citare solo alcune delle sue imprese musicali più impressionanti, mentre le collaborazioni di Airey con artisti di ogni genere sono semplicemente troppe per essere elencate in una sola frase. Con i Whitesnake, per esempio, da membro aggiunto ha contribuito a creare il loro album di maggior successo, »Whitesnake«, e come musicista dal vivo dei Jethro Tull, alla fine degli anni Ottanta, è tornato per un breve periodo al mondo del rock progressive da cui in fondo proviene, anche se la maggior parte della sua opera creativa l’ha realizzata nell’hard rock.
La carriera solista è partita nel 1988 con l’esordio »K2«, seguito da altri tre album in studio. Il più recente si intitola »Keyed Up« (2014) e per l’occasione Airey ha messo insieme una formazione davvero impressionante: il chitarrista Rob Harris (Jamiroquai), il bassista Laurence Cottle (Sting, Eric Clapton), il batterista Darrin Mooney (Primal Scream) e il cantante Carl Sentance (Persian Risk, Tokyo Blade e Krokus). Quest’ultimo, dopo l’addio di Fish, era addirittura nella rosa ristretta per il ruolo di nuovo cantante dei Marillion, prima che si accorgessero che Carl, in fondo all’anima, è un rocker tutto d’un pezzo. Con questa line-up di musicisti eccezionali Don si è lanciato in un tour a sostegno del nuovo album in studio, che è passato anche da Udine, il che vuol dire che i nostri vicini occidentali avrebbero dovuto accorrere in massa a vedere questo splendido membro dei leggendari Deep Purple, ma così non è stato.
L’affluenza è stata infatti criminalmente bassa: in tutto si sono radunate circa sessanta persone, il che, considerata la scarsa promozione degli organizzatori e le dimensioni del locale, non è nemmeno così sconvolgente. Il club Interstate Studio 270, che tra l’altro chiede il pagamento di una tessera annuale anche agli ospiti stranieri, come se fosse chissà quale prestigioso tempio dei concerti, somigliava più a un garage appena ridipinto o a un’officina meccanica che al palco su cui si esibisce una leggenda delle tastiere.
Ai pochi appassionati di musica che si sono stipati nelle prime file tutto questo non ha dato più di tanto fastidio e nel momento in cui sul palco è salito il signor Airey con la sua band, aprendo il set con il nuovo brano solista »3 In the Morning«, l’atmosfera si è fatta decisamente viva. Il vantaggio di un posto così piccolo è, se non altro, un’atmosfera molto più intima del solito, e poi era un piacere (per una volta in modo tranquillo) starsene a due passi dal palco a guardare le dita del maestro delle tastiere mentre sfrecciavano sul suo variegato tesoro di tasti. Era piuttosto logico che gran parte della scaletta si basasse sul materiale solista di Don, soprattutto sui pezzi del nuovo album »Keyed Up«, ma, con grande gioia di tutti gli amanti del rock classico, la compagnia di Airey ha infilato nel set anche qualche classico dei Rainbow tratto da »Down to Earth« (1979) e »Difficult to Cure« (1981), cioè dai due lavori in cui il cult-tastierista ha lasciato il segno, e anche qualche splendida sorpresa dalla storia del rock.
Il cantante Carl Sentance ha una voce dal timbro piuttosto vicino a quello di Graham Bonnet, così ha "spaccato" senza problemi sugli evergreen dei Rainbow, persino durante l’esecuzione del classico »Spotlight Kid« da »Difficult to Cure«, che in originale canta Joe Lynn Turner. Se non si fosse messo in testa un’acconciatura così stramba, di quelle che di solito portano certi calciatori moderni, Sentance potrebbe passare per il fratello gemello di Roger Daltrey, il cantante dei The Who. Una vera delizia per le orecchie è stato sentire dal vivo alcuni indimenticabili pezzi dei Rainbow, come lo strumentale »Difficult to Cure«, stavolta con un arrangiamento portante sensibilmente rimaneggiato e con più spazio per l’organo Hammond, mentre »All Night Long« è stata, come previsto, pensata soprattutto per far cantare il ritornello al pubblico. Dopo una breve mini suite in cui il signor Airey, con una serie di brevi improvvisazioni alle tastiere, ha sfoggiato le sue acrobazie classicheggianti, che non hanno raggiunto le dimensioni dei suoi assoli con i Deep Purple ma hanno comunque fatto grande impressione su tutti noi che adoriamo il suono caldo ed energico dell’organo Hammond, è arrivato il momento di omaggiare l’amico scomparso Gary Moore.
Il concerto si è tenuto proprio nel giorno di San Patrizio, cioè la festa nazionale irlandese, quindi l’esecuzione del classico di Moore »Parisienne Walkways« ha avuto un valore simbolico ancora maggiore del solito. Peccato che l’ottimo chitarrista Rob Harris abbia avuto qui parecchie difficoltà, ma ancora più fastidioso era il volume eccessivo della batteria, che nella seconda parte dello show ha cominciato a dominare. Durante »Lost in Hollywood«, classico da »Down to Earth« con cui hanno chiuso la parte regolare del concerto, il volume della batteria ha superato ogni limite del buon senso, tanto che, dopo circa mezzo minuto, su richiesta di Don hanno dovuto fermare tutto. Dopo l’intervento del fonico, l’evergreen è stato suonato daccapo e "come si deve", così il pubblico, dopo una breve pausa, ha aspettato il bis con gusto.
Ci sono voluti un paio di secondi perché ai più venisse in mente quale pezzo avessero scelto i compagni di Airey per il bis: la prima strofa del classico »Since You’ve Been Gone«, il più grande successo dei Rainbow, è partita in versione da cabaret, jazzy, ma il testo l’ha tradita ben presto. Poi l’hanno suonata nella sua forma "vera" e hanno regalato uno dei momenti clou della serata. Una piacevole sorpresa è stata l’esecuzione del classico blues »Gimme Some Lovin’«, che in originale appartiene a Spencer Davis Group. La band di Airey ci ha infilato con abilità anche un pezzetto dello standard dei Led Zeppelin »Dazed and Confused«. Il concerto non sarebbe stato completo se la compagnia di Don non avesse suonato almeno un classico dei Deep Purple. Scegliere »Smoke On The Water« sarebbe stato un cliché decisamente eccessivo e inutile, così hanno optato per »Black Night«, che dalle prime file, da dove è arrivato per tutta la serata il sostegno maggiore, ha ottenuto una risposta più che appassionata. Dopo un’ovazione modesta ma sincera, vista la quantità di pubblico, è arrivato un addio fin troppo rapido.
La serata con la band di Airey, che ci ha entusiasmato sia con i classici dei Rainbow, oggi difficilissimi da sentire dal vivo persino dai loro creatori originali, sia con i pezzi solisti, alcuni dei quali sospettosamente vicini al sound dei Deep Purple, è filata via in un’atmosfera piacevolissima e positiva. Nonostante il locale scalcinato, che semplicemente non è all’altezza di musicisti di questo calibro, e il già citato inconveniente con la batteria, abbiamo assistito a un concerto di rock classico di qualità, in cui abbiamo ammirato soprattutto la maestria alle tastiere di Airey, e ci siamo potuti convincere ancora una volta del perché sia stato la migliore sostituzione possibile di Jon Lord, anche se l’intera band si è meritata sinceri complimenti per la sua esibizione.
Scaletta
1. 3 In The Morning
2. A Light In The Sky
3. Solomon’s Song
4. Spotlight Kid
5. Mini Suite
6. Parisienne Walkways
7. Grace
8. Fire
9. The Way I Feel Inside
10. Difficult To Cure
11. Over The Rainbow
12. All Night Long
13. Lost In Hollywood
—bis—
14. Since You’ve Been Gone
15. Gimme Some Lovin’
16. Black Night
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