Turbo

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Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Judas Priest
Etichetta: Columbia Records
Uscita: 1986
Durata: 50:11
Voto: 3/5

Di certo questo disco è difficile da digerire, se ti porti dietro il peso del nome Judas Priest e dei predecessori di “Turbo”. Ma chi riesce a scavalcare questo ostacolo ne resterà semplicemente incantato. In effetti la rivoluzione dei sintetizzatori, con i loro tasti multicolori e le lucine lampeggianti, era già ben radicata nella musica commerciale, e i musicisti pop, dai Duran Duran a Michael Jackson, ne erano diventati veri maestri. Prima o poi la moda doveva contagiare anche le band metal e a metà anni Ottanta i metallari si misero a studiare con entusiasmo come si usano i synth.

Non potevano sottrarsi nemmeno i Judas Priest, che da sempre sorprendevano con il coraggio di provare “l’ignoto”. Per la quantità di esperimenti musicali di ogni tipo che ha dovuto attraversare durante la gestazione, “Turbo” è senza dubbio al primo posto nella storia della band! Sbagliato liberarsi di questo album come di una mera mossa commerciale: io ci vedo semplicemente coraggio e la nascita sincera di nuove idee creative, che i membri della band tiravano fuori in quel periodo. “Turbo” è forse un interessante ibrido ante litteram di pop/metal? No, no. Solo che lo shock all’uscita fu così forte che i media scatenarono una sensazionalizzazione assurda, che ha sollevato ancora più polvere tra la gente, e da lì, ahimè, alla parola “Turbo” si appiccicano spesso senza motivo aggettivi miracolosi di ogni sorta. “Turbo” è davvero un capitolo a sé, ma alla base resta pur sempre heavy metal al 100%!

Più che altro, è il modo in cui i synth sono usati a respingere la maggior parte del pubblico: questo disco non è riuscito a far accettare, assimilare o capire un salto di qualità del genere. Su “Turbo” i Judas Priest non pestavano, segavano e smontavano tutto con ferocia pura come prima; hanno anche scambiato l’immagine in cuoio nero con un cuoio dai colori più sgargianti e hanno iniziato a truccarsi in stile glam, le acconciature sono diventate cotonatissime, e Dave e K.K. si sono fatti persino la permanente. I testi sull’apocalisse hanno lasciato il posto alla poesia d’amore. Tutto, nei Judas Priest, trasudava glam e pompa in modo incredibile!

Già i due singoli atipici, la “dolce” Turbo e l’ultraleggera Parental Guidance, usciti prima dell’album “Turbo”, lasciavano intuire ai fan che si stava preparando qualcosa di molto sospetto. Ovviamente il metallaro, nel 1986, o ha vomitato per lo shock o gli è preso un infarto quando è tornato tutto su di giri dal negozio con l’ultimo vinile della band sotto il braccio ed è corso il più in fretta possibile al giradischi per godersi il primo ascolto, superficiale, convinto di avere davanti un album carico come i suoi predecessori “Defenders Of The Faith” e “Screaming For Vengeance”.

L’album si apre con la title track, e che apertura! Sembra l’atterraggio di una flotta di UFO. Scioccante: all’inizio solo Halford e un siluro di batteria, poi i Priest, furbi, giro dopo giro aggiungono una tavolozza variopinta di suoni del futuro e li incastonano nei loro elementi di classico distorto, così che alla fine ne esce un brano completo e coloratissimo. Dal punto di vista della produzione l’album è, ancora una volta, un salto in avanti. Le batterie sono ancora più profonde e piene, le chitarre perfettamente separate nel suono, e lo stesso vale per il basso. Gli strumenti non si pestano mai i piedi e hanno tutti pari espressività. L’inossidabile Halford, al centro della produzione, è di nuovo espressivo in tutto il suo splendore.

“Turbo” offre un notevole salto nell’atmosfera, che sale di un gradino nella seconda metà del disco. Uno dei momenti più intensi di tutta quest’aria rarefatta è catturato nel dramma atmosferico di Out In The Cold. I sintetizzatori per chitarra ti avvertono subito che la tecnologia musicale arrancava dietro le idee dei musicisti, ma il suono ci porta dritti a metà anni Ottanta. Così l’intro, oggi, suona spoglio e alieno, e per un devoto della distorsione chitarristica persino di cattivo gusto. Per questo è davvero difficile sostenere con argomenti che i synth siano stati usati in modo eccellente su tutto il disco: su “Turbo” si poteva senza dubbio fare di meglio, magari rinunciando del tutto a usarli in certi punti (ad es. nell’intro di Out In The Cold). Quanto alla perfezione dei dischi metal con chitarre sintetizzate, tendenza di quei giorni lontani del 1986, gli Iron Maiden con “Somewhere In Time” hanno spianato tutta la concorrenza metal.

Ma torniamo a noi. Out In The Cold, per il resto, è un pezzo eccellente, carico di tristezza, struggimento, disperazione. Un Rob Halford sensuale al centro. Il brano è costruito come solo i Priest sanno fare, con un picco nella parte strumentale. E che suono glam hanno le batterie in produzione!!! Subito dopo, Wild Nights, Hot & Crazy Days offre un contrasto perfetto con questo pezzo, perché ne traspare la luce, e Rob cambia l’approccio pacato e sofisticato con strilli sfrenati. L’altro vertice atmosferico accanto a Out In The Cold sta nel pre-ritornello di Hot For Love, che si apre con la linea “Nowhere to run,…”, una bomba che fa venire la pelle d’oca, mentre il culmine del pezzo sta ancora una volta nell’inserto strumentale rifinito. Tutto con puro feeling e ascoltando sempre il cuore. Il detonatore finale Reckless mantiene alta l’atmosfera e non si potrebbe desiderare una chiusura migliore.

Gli assi del disco sono Locked In, con il fantastico fuoco incrociato di assoli del duo di chitarre, e Reckless. Gli assoli suonano già nello spirito di Ram It Down. I due chitarristi hanno continuato a far crescere il proprio modo di suonare. Con tutta l’unicità che questo duo irradia e la continua sperimentazione, si sono eretti una specie di monumento. Il suono della produzione negli assoli e lo stile con cui vengono suonati sono una vera fuga verso “Ram It Down” (1988). Insomma, per loro “Turbo” è solo una tappa di un cambiamento positivo costante.

Il primo bonus è la frenetica, velocissima scheggia metal All Fired Up, priva di trucco sintetico, che guarda ancora di più a ciò che la band avrebbe messo su nastro due anni dopo. È più veloce di qualsiasi brano uscito ufficialmente su “Turbo”, ed è strano che la band non abbia deciso di inserirlo nel disco già allora. Sarebbe stato un ottimo diversivo e avrebbe alzato la dinamica di un disco dominato, numericamente, da pezzi a medio ritmo. Il secondo pezzo è la versione live di Locked In, che per atmosfera e performance sembra provenire dal tour mondiale di “Turbo”, durante il quale i Priest registrarono il loro secondo album live ufficiale.

Formazione

Rob Halford – voce
K.K. Downing – chitarra
Glenn Tipton – chitarra
Ian Hill – basso
Dave Holland – batteria

Produzione

Tom Allom

Tracklist

1. Turbo Lover
2. Locked In
3. Private Property
4. Parental Guidence
5. Rock You All Around The World
6. Out In The Cold
7. Wild Nights, Hot And Crazy Days
8. Hot For Love
9. Reckless

BONUS TRACK DELL’EDIZIONE REMASTERIZZATA DEL 2002:
10. All Fired Up
11. Locked In (Live)

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