U.D.O. nel gran finale della maratona del tour di Steelfactory (2019)

foto: ALEŠ PODBREŽNIK 2019
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Luogo: Hluk / Sportovni Hala / Repubblica Ceca
Data: venerdì, 06.12.2019


Udo Dirkschneider, nel mondo del metal, è sinonimo di cantante classico. Anzi, di più. È una delle definizioni stesse del genere. La sua band, gli U.D.O., è dal 1987 una presenza fissa sulla mappa mondiale del metal. Prima ancora Udo si era fatto gli anni Ottanta come prima ugola degli Accept e già allora, grazie al suo approccio vocale unico e riconoscibile a un miglio di distanza e a un carisma iconico, era passato alla leggenda. Il resto è storia.

Alla fine dello scorso agosto gli U.D.O. hanno pubblicato il loro ancora attuale album »Steelfactory«, che si è rivelato fortissimo e di grande successo. Già a ottobre dello stesso anno la band è partita per un tour che si chiude davvero solo in questo dicembre. Nel frattempo il gruppo ha già iniziato a registrare il nuovo album, lasciando intendere che nel 2020 aprirà un altro capitolo della sua lunga carriera.

Certo, Udo alla rispettabile età di 67 anni non avrebbe mai trovato un simile slancio se dopo le registrazioni di »Steelfactory« non avesse rinfrescato ulteriormente la squadra, che oggi accanto al cantante iconico è composta da quattro ragazzi in gamba, pieni di voglia di dimostrare e di impegno creativo. Sono: il prodigio russo della chitarra Andrey Smirnov, il figlio di Udo Sven Dirkschneider (batteria), il brillante bassista sloveno (!!!) Tilen Hudrap e il giovane asso tedesco della chitarra Fabian »Dee« Dammers.

La parte finale dell’ampio tour europeo gli U.D.O. l’hanno aperta con quattro date in Repubblica Ceca. La più comoda da raggiungere era la terza, cioè quella di venerdì, quando gli U.D.O. hanno suonato in una località chiamata Hluk, nella Moravia ceca.

Quest’anno gli U.D.O. li abbiamo visti ufficialmente tre volte. Nella tranche invernale-primaverile del tour nella capitale ceca Praga (la recensione del concerto QUI), a Zlin, altrettanto ceca (la recensione del concerto QUI) e a Parma, in Italia (la recensione del concerto QUI). Si è sempre detto che Udo e la sua ciurma non tradiscono mai e che affrontano ogni volta l’esecuzione del materiale dal vivo con la massima concentrazione. Cioè, a tutta potenza. Non importa se il locale è sold out, ben pieno o se invece c’è meno gente di quanta uno si aspetterebbe. Gli U.D.O. danno sempre tutto. Certo, quella sera a Hluk si sentiva che l’euforia di febbraio per i concerti della band in giro per la Repubblica Ceca stava piano piano calando. L’affluenza è stata ottima e invidiabile, ma comunque non il pienone, figuriamoci il sold out.

Il riscaldamento iniziale è toccato ai metaller russi Amalgama, di San Pietroburgo, insieme dal 2001 e con in tasca appena due album, l’ultimo, intitolato »The Dream«, uscito sette anni fa. Il quintetto cammina sulle orme del metal classico e se qualcuno cercasse in lui la scoperta della teoria quantistica, perderebbe tempo. Vladislav Ivaylov è un cantante convincente, con una forma vocale curata, una posa autorevole, forza e dinamite, mentre il resto del quintetto fa il suo con grande correttezza. Alla grottesca ci pensa il tastierista Yury Egorov, che si trucca da clown, in linea con la copertina dell’album attuale e degli EP »Miraž« (2014) e »Cinema« (2015). Doppia cassa a galoppo e, curiosamente, la band va avanti con una sola chitarra, a cui cerca di affiancare le tastiere alla pari. Il tutto è quindi subordinato al fattore orecchiabilità. Anche se i testi sono in russo e quindi non si capisce dove infilare la band, il che è un bene, i ragazzi devono essersi sentiti parecchi album degli Helloween e dei primi Stratovarius. Bisogna abituarsi al suono stridulo delle tastiere che fanno compagnia alla chitarra, ma poi funziona. La band è una vecchia conoscenza degli U.D.O., visto che nel 2017 aprì i concerti dei Dirkschneider (la versione degli U.D.O. che suona solo materiale degli Accept). Un ruolo da spalla svolto con sicurezza, insomma.

Chi stavolta è venuto al concerto degli U.D.O. e in passato ha sostenuto la band con la sua presenza, anche questa primavera o a qualche festival estivo, ha avuto una sorpresa piacevolissima. Per le date finali della maratona del tour di »Steelfactory« gli U.D.O. hanno rivoltato come un calzino la scaletta, ringraziando così in modo splendido chi li ha seguiti lungo il tour. L’apertura, come previsto, è stata un’esplosione con Tongue Reaper, che ha subito portato lo show sul palco al punto di ebollizione, tra detonazioni ad alto numero di ottani e un’esecuzione eccellente, sotto il comando dell’indistruttibile Udo Dirkschneider. La band è rimasta su Steelfactory con l’ottima Make the Move, ispirata al classico degli Accept Livin For Tonite, poi è arrivato il primo cambio di scaletta. Gli U.D.O. hanno rimesso in repertorio Pain dall’album »Decadent« (2015), mentre nella parte precedente del tour la band suonava il classico di »Mission No. X«, 24/7. Per la prima volta in assoluto nella storia degli U.D.O. è stata eseguita dal vivo anche l’ottima, orecchiabile The Wrong Side of Midnight dall’album »Mastercutor«, seguita dalla sempre fenomenale Independance Day (»Solid«, 1997).

Mentre il sudore di Sven, Tilen, Andrey e Fabian è stato instancabile e i ragazzi sono stati estremamente pignoli sia nell’esecuzione precisa di ogni finezza, sia soprattutto nell’abilità di riempire ogni angolino disponibile dell’ampio palco, la maggior parte dell’attenzione se l’è ovviamente presa il leggendario Udo, che anche stavolta non ha tradito. Durante il concerto ha parlato al pubblico un po’ meno del previsto, ma comunque. Udo, in un modo o nell’altro, non è mai stato famoso per fare tanti discorsi mentre si suona. Che parli quindi il metal. E parla eccome. Stavolta la band ha messo un po’ più in primo piano Fabian; Andrey, nella formazione attuale, Udo ovviamente a parte, è l’uomo con più anni di militanza nel gruppo e non ha più bisogno di presentazioni, a differenza di Fabian, arrivato l’anno scorso. La band ha sorpreso anche inserendo un pezzo nuovo, Rose In The Desert, un’ottima semi-ballad drammatica e incisiva, per poi scatenarsi in due marce velenosissime, Vendetta e subito dopo l’infiammabile Rising High. Nemmeno l’eccellente album »Timebomb« è stato trascurato: al posto della title track la band ha inserito nella scaletta delle date dell’ultima parte del tour la non meno orecchiabile e affilata Metal Eater. Udo ha mantenuto in scaletta due ottime ballad, eseguite dopo l’assolo di Fabian: il classico di »Animal House« In the Darkness e subito dopo la perfetta I Give As Good As I Get, nata nel periodo post-millennio.

Il pezzo in cui il nostro Tilen e Sven uniscono le forze per infiammare il pubblico ha svegliato per bene la platea, che ha poi ricevuto un’altra scheggia recente, nell’esecuzione della spassosa e divertente Hungry And Angry. Come il concerto era iniziato, così si è concluso. La band si è appoggiata di nuovo all’album »Steelfactory« e per chiudere la parte regolare ha suonato uno dei suoi brani più forti, l’inno One Heart One Soul, che già di suo chiama a cantare a squarciagola il potentissimo ritornello.

La band, come sempre, ha fatto di nuovo il suo lavoro con grande merito. La voce di Udo ha brillato ancora e ha consegnato alla classica posa heavy metal tedesca quell’unicità immacolata e quella riconoscibilità ipnotica che, nella sua penetrazione devastante, sono semplicemente infallibili. Quando guardi questo cantante d’acciaio sul palco è superfluo aggiungere tre parole, ma che vuoi, vengono sempre così bene: »Un uomo, un mito, una leggenda!«

Sono seguiti due bis! Il primo bis di questa tappa è stato in realtà il secondo bis del tour autunno-inverno e primavera di Steelfactory 2018/2019. La cupa marcia Man And Machine e subito dopo il classico antibellico di »Animal House«, They Want War. Proprio in coda al concerto, cioè nell’apertura del secondo bis, la band ha reso l’incontro più vivace con un’altra sorpresa. L’inserimento del classico di »Mean Machine«, Break the Rules. Faccio notare che in tutto il tour di »Steelfactory« la band non aveva suonato nemmeno un pezzo di questo classico. Ovviamente fino a questa parte conclusiva, quella di dicembre! Per chiudere questa nuova, superba festa heavy metal, intagliata secondo il principio tipico della scuola metal tedesca delle origini, la band si è tenuta (come previsto) la title track del primo album in studio, con cui ha ridotto il palazzetto dello sport di Hluk in mille pezzi, in polvere e cenere.

Il cantante carismatico, insieme alla sua ciurma di giovani eccellenze musicali, affilate e affiatate, ha dimostrato anche nel concerto di Hluk di restare una figura impenetrabile di tutta la galassia heavy metal. Per potenza esecutiva, eredità ed energia, gli U.D.O. restano un’entità in prima linea dell’era classica dell’heavy metal, così come l’hanno definita, insieme ai coetanei della sua generazione, l’unica e inimitabile voce possente del metal di tanto tempo fa, il signor Udo Dirkschneider.  

testo: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta degli U.D.O.:

  1. Tongue Reaper
  2. Make the Move
  3. Pain
  4. The Wrong Side Of Midnight
  5. Metal Machine
  6. Independence Day
  7. Rose in the Desert
  8. Vendetta
  9. Rising High
  10. Guitar Solo (Dee Dammers)
  11. In the Darkness
  12. I Give as Good as I Get
  13. Metal Eater
  14. Drum Solo/Bass performance
  15. Hungry and Angry
  16. One Heart One Soul
    bis 1:
  17. Man and Machine
  18. They Want War
    bis 2:
  19.  Break The Rules
  20. Animal House

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