Una serata stoner rock coi fiocchi in Prekmurje (2010)
Autore: Urban Bolta
Foto: Urban Bolta
Luogo: MIKK / Murska Sobota
Data del concerto: 18.02.2010
Numero di spettatori: 130
Prezzo del biglietto: 5€
Venerdì, al MIKK, il cuore dell’offerta alternativa di Murska Sobota, è andata in scena una serata per tutti gli amanti della musica lenta, psichedelica e per lo più strumentale, che si riesce a descrivere meglio con l’etichetta stoner rock. Il MIKK sta proprio in centro nella capitale del Prekmurje, in un boschetto, abbracciato dal complesso del castello: farsi due chiacchiere prima o dopo il concerto in mezzo a tanta maestosità è una bella esperienza.
Quando sono arrivato, alle dieci e mezza di sera, dentro al locale non c’era praticamente nessuno: qualche anima solitaria sorseggiava la sua birra negli angoli e la ressa, contro ogni previsione, non si vedeva. Evidentemente anche in Prekmurje piace l’usanza tipica del Litorale (e ancora di più italiana) di far partire i concerti a un’ora incomprensibilmente tarda. Visto il mio arrivo tardivo ero convinto, e per questo pure un po’ incavolato, di essermi perso buona parte dell’esibizione della band spalla, ma il sospetto si è rivelato sbagliato. Gli apritori della serata, gli Stonebride, sono saliti sul palco una buona mezz’ora dopo il mio arrivo, e nel frattempo il locale si era riempito in modo decisamente dignitoso.
Per primi sono saliti sul palco i croati Stonebride. Il quartetto di Zagabria suona insieme dal 2005 e in poco più di quattro anni di attività, grazie ai tanti concerti in patria e fuori, si è già fatto le ossa dal vivo. Nel 2008 hanno pubblicato l’esordio “Inner Seasons” e, a quanto pare, all’inizio di quest’anno torneranno in studio per mettere insieme il successore di questa riuscita ouverture.
Hanno aperto il set con una lentezza estrema. Un riff sfiancante, che si allunga come una tenia, ha subito fatto capire che gli Stonebride costruiscono il loro linguaggio musicale su un sound psichedelico, a tratti persino morboso. Quando è entrata in scena anche la sezione ritmica, la band ha schiacciato un po’ l’acceleratore, ma si è comunque goduta i ritmi più lenti, che risucchiano l’ascoltatore in un mondo di ipnosi. I loro pezzi non seguono alcuna regola: ognuno è una storia a sé e allo stesso tempo un insieme spontaneo, dove si intrecciano tantissime influenze. Le chitarre di impronta doom sono quelle che con toni lenti e bassi ti tagliano i timpani, mentre la sezione ritmica imprevedibile guida il pezzo e a ogni passaggio successivo sorprende, tanto che nel sound degli Stonebride si avverte anche un tocco progressive. I brani sono lunghissimi, così in un’esibizione di poco meno di un’ora i croati hanno suonato in tutto appena quattro composizioni. Le chitarre non hanno un sound particolarmente metal, anzi, a tratti sono persino sotto l’influsso di un’ipnosi blues, e questo li colloca in una versione più rilassata dello stoner rock. Il cantante, che ogni tanto imbracciava anche la chitarra, ha sperimentato per tutto il set con vari suoni elettronici tirati fuori da un aggeggio sotto la mano destra; in pratica con quello ha gestito anche la sua voce, che per la maggior parte del tempo era preregistrata, e questo ha rovinato un po’ l’ottima impressione che i croati avevano dato fino a quel momento. Nonostante tutto, noi del pubblico abbiamo decifrato con successo il messaggio della loro musica, il cui segreto è semplicissimo: lasciati andare al flusso della musica, segui il cuore e fregatene delle tendenze commerciali.
Come headliner della serata sono saliti sul palco i bavaresi Colour Haze, importanti esponenti del movimento stoner rock europeo. I Colour Haze vengono da Monaco di Baviera e sono attualmente in tour per i club dell’Europa centrale, con date soprattutto in Germania e Austria, quindi un salto in territorio sloveno era il momento perfetto per andare a vedere il trio tedesco. La band è attiva da più di quindici anni, e da più di dieci con la stessa formazione: l’unico membro originale è il chitarrista e cantante Stefan Koglek, mentre il trio è completato dal bassista Philipp Rasthofer e dal batterista Manfred Merwald.
I Colour Haze cercano ispirazione nella vecchia scuola alla Cream o Led Zeppelin: ogni loro pezzo poggia su una base power blues, ma poi ognuno viene sviluppato in una direzione diversa, e così, pur costruendo sulle stesse fondamenta, il risultato resta stratificato. A far girare gli ingranaggi è il leader Koglek, che già con la sua pettinatura e i piedi nudi sul palco ti fa capire che la sua testa è rimasta soprattutto alla fine degli anni Sessanta, quando nelle vele del rock soffiava il vento delle menti libere. Le sue dita tirano fuori dalla chitarra tanto suoni più lenti, acustici e psichedelici, quanto riff più distorti e rabbiosi, quando anche bassista e batterista premono sull’acceleratore e portano il pezzo in una sfera più dura, lontano dalle radici blues. Nonostante la presenza di elementi psichedelici, sanno sorprendere e infilare nei pezzi momenti ottimistici e positivi, una caratteristica forse un po’ insolita per i rappresentanti della scuola stoner rock.
Il trio è composto da musicisti eccezionali, accordati sulla stessa lunghezza d’onda e perfettamente in sintonia sul palco. Come gli Stonebride prima di loro, anche loro puntano su composizioni lunghe, dove vengono fuori tutte le capacità individuali, soprattutto quelle del chitarrista Koglek. Nei pezzi originali hanno infilato parti jam, confermando la tesi che i Colour Haze sono innanzitutto una band da concerto. Solo dal vivo capisci davvero il senso della band. La voce di Koglek entra in scena solo di rado e perciò nell’immagine complessiva dei Colour Haze ha in realtà un’importanza secondaria: è solo un altro elemento sonoro di contorno. Le lunghissime parti strumentali, piene di fusioni tra generi, non sono fatte per essere digerite al primo ascolto: l’ascoltatore deve piegarsi al volto particolare della band, e solo allora può assimilarla fino in fondo. Chi ci è riuscito quella sera è uscito senza dubbio entusiasta!
Foto: Urban Bolta, Karin Zelko
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