Uriah Heep, 50 anni di “Salisbury”

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A metà giugno del 1970 gli Uriah Heep pubblicarono in Gran Bretagna il loro debutto in studio «Very ‘eavy … Very ‘umble» (recensione di RockLine) e con quello misero le basi di un’artisticità tutta loro. Non servirono più album di quanti ne servirono ai loro contemporanei per trovare un suono e uno stile riconoscibili: Deep Purple, Pink Floyd o David Bowie, anche se gli Uriah Heep erano nati un po’ dopo. Un’altra storia, ovviamente, è il successo commerciale, che in quegli anni era lasciato alla totale libertà artistica. Così nacquero i gruppi definitivi del rock pionieristico e tutte le loro innovazioni. E con loro, ovviamente, i classici del rock. I critici musicali non furono clementi con il debutto della band, anche se si tratta di un risultato eccellente. Ma il gruppo non si fermò. Quello stesso anno compose abbastanza musica da pubblicare un nuovo album già a febbraio 1971. E che album! Pieno fino all’orlo di audacia artistica.

Uriah Heep, nei dolori del parto dei primi tempi, ebbero problemi con il ruolo di batterista fisso. Nigel «Olie» Olsson, che aveva suonato la batteria in «Lucy Blues» e «Dreammare» del debutto «Very ‘eavy … Very ‘umble», se ne tornò di corsa dal suo precedente datore di lavoro, Elton John. La band registrò quindi «Bird Of Prey» con il nuovo batterista Keith Baker, che in precedenza aveva suonato con Bakerloo e Supertramp. «Bird Of Prey» fu infatti inclusa solo nella versione americana del debutto in studio, uscita negli USA nell’agosto 1970.

Le due copertine di “Salisbury”. A sinistra quella per il mercato britannico ed europeo (Vertigo Records), a destra quella per il mercato americano (Mercury Records).

La recensione di RockLine dell’album “Salisbury” la puoi leggere QUI.

Durante l’estate e anche l’autunno di quello stesso anno la band consolidò la propria posizione con una valanga di concerti. Grazie a questo gli Uriah Heep arrivarono a un ulteriore consolidamento della loro visione musicale. La band tornò quindi allo studio Lansdowne, la direzione della produzione fu ripresa da Gerry Bron, che peraltro faceva da manager al gruppo, mentre Hensley scrisse da solo metà dell’album e partecipò come coautore alla seconda metà del nuovo materiale. Il disco fu registrato tra ottobre e novembre 1970 insieme al fonico Peter Gallen, con gli «scaricatori di bobine» Ashley Howe e Les Cunningham sempre a portata di mano.

Nel 1970 la tendenza a cercare un rendimento sempre più alto dal rumore distorto in studio era ormai una costante. L’hard rock fu in quell’anno definitivamente fondato. Con i primi due album dei Black Sabbath e soprattutto con «In Rock» dei Deep Purple (articolo di RockLine per il 50° anniversario dell’uscita), con cui trovarono finalmente il loro suono. Di olio sul fuoco di questo genere ne versò di sicuro anche il debutto degli Uriah Heep. Ma, a differenza di quella tendenza, «Salisbury» non ci si buttò affatto a capofitto. È un album estremamente ben bilanciato che in un pezzo come «Bird of Prey» ha sì un’anima hard rock tutta aggressività, ma dall’altra parte offre anche un volto musicale incredibilmente sofisticato e pieno di carattere, incarnato dalla più dolce «The Park», dove David Byron consegnò una delle interpretazioni vocali più affascinanti della sua carriera, e dalla famosa «Lady In Black», mentre un posto speciale sul disco spetta alla cult, cioè alla suite epica e sinfonica «Salisbury», oltre 16 minuti. Annuncia chiaramente la rapida ascesa e diffusione del progressive rock in quel periodo e, con l’integrazione di un’orchestra di 24 elementi tra fiati e archi, conferma la grande simpatia dei capelloni di allora per la fusione di rock’n’roll e musica classica. Insieme agli Uriah Heep, in quegli anni con questo principio si presentarono nei loro lavori anche Pink Floyd, Deep Purple, Yes, Barclay James Harvest, The Moody Blues. La title track dell’album ancora oggi è probabilmente considerata l’opera più ambiziosa dell’intera carriera degli Uriah Heep. Il gruppo, a causa della sua complessità e della logistica richiesta, non la eseguì mai dal vivo. Molti anni dopo ci riuscì Ken Hensley come solista, naturalmente sostenuto da una band e da un’orchestra al completo.

Nella foto gli Uriah Heep ai tempi della registrazione di “Salisbury”, da sinistra a destra: Ken Hensley, David Byron, Paul Newton, Mick Box e Keith Baker (archivio degli Uriah Heep)

«Bird Of Prey» – un pezzo con un riff d’apertura micidiale –, considerato un vero prototipo del metal, la band la provò per la prima volta in un pub londinese e, a detta di Mick Box, fu lì che per la prima volta in carriera riuscì davvero a elaborare e arrangiare con successo le armonie vocali, che man mano sarebbero diventate il marchio di fabbrica del suono e dello stile del gruppo. Questo brano d’apertura, inquietante e devastante, che per il mercato americano è sostituito in apertura da «Simon the Bullet Freak» – «Bird of Prey» era già stata usata nella versione americana del debutto del gruppo –, possiede marcate armonie in falsetto che, unite a un fraseggio rabbioso, evocano un’impronta da rapace e intensificano l’atmosfera cupa. A proposito di falsetto… Byron con questa maniera regalò una delle prestazioni più commoventi della sua carriera nel brano successivo, la fragile ma profonda «The Park», l’esatto opposto dell’apertura scatenata del disco. Questa bellissima ballata fu scritta da Hensley nell’agosto 1970 a Stanwell Village (Middlesex). Hensley suonava un harmonium che la band aveva trovato in una casa, durante una vacanza ad Amburgo.

Anche «Time to Live» nacque durante una delle prove del gruppo a Chiswick. Sempre nell’agosto 1970. La segnano i colpi pesanti del fraseggio di chitarra di Box, rafforzati da una robusta «roccia» di Hammond e dal canto sentito del contagioso e carismatico Byron, più un testo che racconta il ritorno a casa, tra le braccia della moglie, di un prigioniero condannato ingiustamente per un omicidio. Non c’entra nessuna esperienza di vita di uno dei membri della band. Il riff di chitarra è sospettosamente simile a quello che più tardi gli Iron Maiden composero per il loro classico Revelation, il che conferma soltanto quanto profondo sia stato il segno lasciato dall’ascolto degli Uriah Heep su un adolescente di nome Bruce Dickinson.

«Lady In Black», che chiude il primo lato del disco, Hensley la scrisse a Bradford nel novembre 1970, dopo aver guardato fuori dalla finestra una tormenta di neve e aver visto apparire, come una visione, una donna in abiti scuri, con i riccioli che svolazzavano nel vento gelido. Hensley non seppe mai spiegare come fosse riuscito con la sua poesia a legarsi così profondamente a quella figura mistica, ma è logico che poi non se ne sia pentito affatto. Il pezzo infatti diventò un grande hit nel 1978, quando uscì in Germania come singolo a sé e con cui gli Uriah Heep vinsero il Golden Lion, una sorta di equivalente europeo del Grammy americano. Anche se la struttura del brano si basa su soli due accordi, Hensley nell’arrangiamento usò quattro diverse chitarre acustiche e, per giunta, su tutto regna la sua interpretazione vocale in un ritornello potentissimo e subito memorabile, che evoca anche una bella dose di misticismo. È un brano che tra gli abitanti rock’n’roll del pianeta, anche mezzo secolo dopo, resta tra i più riconoscibili degli Uriah Heep.

La mistica ma serena «High Priestess», in apertura del secondo lato, prepara la pista all’ingresso della straordinaria title track. «High Priestess» parla della felicità che nasce stando insieme agli altri. Quanto è semplice, quindi, trovare la felicità. E quanto è significativo, nei tempi che viviamo. Questo pezzo nacque in Germania, nel settembre 1970. Come «The Park», quando il gruppo si prese un po’ di tempo per riposare tra un tour e l’altro. Resta ovviamente la mozzafiato composizione di Hensley che dà il titolo al disco, che abbiamo già citato sopra. Si tratta di un’opera musicale unica, un mix di tutto in un solo posto. Elementi di progressive rock nascente, di hard rock, ancora di rock psichedelico, che come tendenza stava lentamente lasciando la scena musicale, ma anche di fusione jazz-rock e naturalmente di musica neoclassica. È incredibile anche rendersi conto di quanto bene siano incastrati e collocati in questo arrangiamento complesso gli apporti di tutti e cinque i protagonisti della formazione di allora degli Uriah Heep. L’inconfondibile voce di Byron, che con la sua intensità e la sua passione mostra un’infinità di volti, e l’assolo di chitarra col wah-wah, posato alla perfezione da Box verso la metà del dodicesimo minuto… La composizione è piena di colpi di scena teatrali e drammatici. L’atmosfera predatoria oscilla in modo dinamico ed è piena di picchi. Nel 1970 Hensley, a proposito del brano, scrisse: «La composizione è fantasticamente e insolitamente ben condita con arrangiamenti per fiati e flauti scritti da John Fiddy. Ci sono momenti di risacca in cui la musica ti trascina dritto nell’aldilà. Il modo in cui flauto e corno inglese circondano la voce di David crea quasi un’aria barocca. A aprire il pezzo sono l’orchestra e l’organo, che insieme costruiscono le fondamenta del suo contesto. Seguono i primi versi di Byron, poi un assolo d’organo spinto dal basso deciso di Paul, e a tutto questo si aggiunge piano piano, con un’intensità eccezionale, l’orchestra! In questo pezzo succede un sacco di roba. Ci sono tantissimi suoni diversi in un unico posto e ogni volta che lo ascolti ci trovi senza fatica qualcosa di nuovo.»

«Questa composizione è un manifesto sincero della nostra maturazione e del nostro sviluppo e non vediamo l’ora di sapere cosa ne penserete voi. Grazie a tutti quelli che hanno contribuito a far nascere questo album. Noi stiamo già guardando al prossimo», scrisse nel 1970 Ken Hensley.

Manca ancora il retroscena della sua nascita. Il gruppo trovò l’ispirazione per scriverla dopo un incidente capitato a uno dei suoi concerti. Accadde al locale Alex Disco, che si trovava nientemeno che a Salisbury, in Inghilterra (contea del Wiltshire). Dopo la fine della parte regolare del concerto, due spettatori, in uno slancio di entusiasmo incontenibile, spensero per sbaglio l’impianto audio principale e così il gruppo non poté suonare il bis di rito. Agli Uriah Heep restavano appena dieci minuti per sgomberare del tutto il locale e portare via l’attrezzatura. «Così tutte le persone presenti aiutarono la band a portare fuori gli strumenti», ricorda Ken Hensley, e aggiunge: «Avremmo potuto avere una serata rovinata e un concerto andato male, ma il pubblico salvò la situazione, per questo decidemmo di dedicargli questo pezzo.»

Il gruppo era estremamente soddisfatto del risultato. L’unica cosa che lo frustrò fu la scelta delle copertine. Per il mercato britannico ed europeo usarono un carro armato da comando che si fa strada in una fitta nebbia arancione. In quel periodo la band era in tour e i rappresentanti della casa discografica le descrissero la scelta per telefono. L’etichetta aveva collegato la parola «Salisbury» al carro armato in modo del tutto «da discografici»: vicino a Salisbury c’era infatti un poligono militare. Il gruppo non nascose per niente il proprio disappunto. Non andò molto meglio con la copertina per il mercato americano. Quella è ancora più inquietante del carro armato. Secondo Hensley non è solo sgradevole, è proprio ripugnante. C’è infatti il disegno di un uomo che si strappa via la pelle. Anche in questo caso, ovviamente, il gruppo non ebbe alcuna voce in capitolo.

Per fortuna i media musicali furono nelle loro recensioni di “Salisbury” più clementi che con il debutto, anche se sembrava che nelle descrizioni fossero troppo impegnati a cercarne i contenuti hard rock, perdendo così di vista la completezza del prodotto.

Dopo la registrazione dell’album Keith Baker lasciò il gruppo. Il motivo stava nella sua scarsa disinvoltura quando si trattava di stare sul palco. Con “Salisbury” la band partì per la prima volta anche per un tour negli USA e quando arrivò quella proposta Baker rifiutò di partecipare e dovette lasciare la formazione. Questo non mise a rischio il tour, in cui gli Uriah Heep fecero compagnia a Three Dog Night e Steppenwolf. Alla batteria la band reclutò Iain Clark, arrivato negli Uriah Heep dalla formazione progressive rock britannica Cressida. Anche loro erano sotto l’ala della Vertigo Records. Ma gli Uriah Heep erano comunque ancora lontani dal successo commerciale. Che non era lontano. Dal gruppo lo separavano i due album successivi. Ancora un anno e mezzo, insomma.

La copertina del singolo “Lady In Black” per il mercato tedesco

L’album “Salisbury” uscì nel febbraio 1971 e nelle classifiche non lasciò tracce degne di nota. Nella classifica britannica degli album più venduti non entrò, mentre in quella di Billboard arrivò al 103° posto. Andò meglio in Australia (19° posto), in Italia (20° posto), in Germania (31° posto) e in Finlandia (3° posto).  A marzo 1971 uscì il singolo di «Lady In Black». Fu pubblicato in diverse versioni, che sul lato B contenevano «Simon the Bullet Freak» oppure «Bird of Prey». Con l’eccezione della classifica finlandese dei singoli più venduti, dove arrivò al 16° posto, nelle altre classifiche non riuscì a entrare. Nel 1978, alla riedizione, riuscì a sfondare nella classifica tedesca dei 20 hit più venduti, dove rimase per ben nove settimane. La sua posizione più alta fu il quinto posto. In Svizzera se la cavò un po’ peggio.

Per un gruppo con appena un anno di anzianità «Salisbury» è un album che formazioni simili avrebbero pubblicato solo come quinto o sesto disco in studio, dopo aver costruito con cautela il proprio nome e il proprio successo commerciale. Ma non gli Uriah Heep. «Salisbury» fu un passo in su audace e deciso, e la band in tempi estremamente brevi confermò esattamente quello che il debutto lasciava intuire. Cioè di possedere talenti artistici eccezionali, capitalizzati in un ottimo apice di maturità della sua arte di allora. Grazie soprattutto al dono compositivo del geniale Ken Hensley, che su questo album, come autore della musica, passò in primo piano nella creatività del gruppo.

Autore: Aleš Podbrežnik

https://it.rockline.si/50-let-uriah-heep-prvenca-very-eavy-very-umble/

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