Vapour Trails
Artista: Rush
Etichetta: Atlantic Records
Uscita: 2002
Durata: 67:20
Voto: 3/5
Come si taglia un disco, se sei i Rush? Con meno calcoli possibile e senza stare dietro ai dettagli? “Vapour Trails” è l’album più duro nella storia dei Rush. È arrivato dopo sei lunghi anni di attesa dai tempi di “Test For Echo” (1996). Cos’era successo?
Una pausa creativa così lunga i Rush non se l’erano mai concessa in carriera. Dietro c’è il fatto che la band era a un passo dallo scioglimento. Il personaggio tragico di tutta la faccenda è il batterista Neil Peart. Il tipo è rimasto senza famiglia in meno di un anno: prima la figlia è morta in un incidente stradale, poi, a meno di un anno di distanza, se n’è andata anche la moglie, portata via da un cancro. Scenario da brividi. Come se ne esce? In parte anche con la musica. Ottima soluzione.
“Vapour Trails” è il disco con i versi più personali in assoluto mai usciti dalla penna di Peart. Geniali, con torsioni metaforiche che ti spingono a riflettere e accendono la fantasia. I testi sono davvero cupi, perfino apocalittici (Vapour Trails), si riferiscono alla tragedia di Peart (Ghost Rider, Sweet Miracle), e il tipo è ben consapevole che al corso del destino non ci si può opporre. A un certo punto devi lasciarti andare, devi accettare. Vittoria o sconfitta (One Little Victory), il resto lo “sbrigano” le stelle (The Stars Look Down). Insomma, in una certa misura siamo marionette di una forza superiore (chiedi a un astrologo per saperne di più) e le linee guida della nostra vita sono tracciate già nella culla (almeno quelle più importanti), e contro la direzione della tempesta è dura camminare, quindi meglio abbandonarsi. Pensieri cupi, dal frammento più nero della consapevolezza dell’anima. Quando non si può andare oltre. Disperazione e ostinazione nella disperazione, dietro di te il buio, davanti a te il buio (Ghost Rider, Freeze). È difficile guardare dentro la testa di Neil Peart, ma gli eventi che ha vissuto in quel periodo, prima di registrare “Vapour Trails”, nonostante la tragedia hanno portato a una rinascita personale completa. A un risveglio spirituale, se vuoi. I testi sono eccezionali e, con quel marchio personale in più, forse i più sinceri della carriera della band. Secret Touch rivela che senza sacrificio, senza rinuncia, non raccogli niente. Senza dolore non c’è amore, e viceversa. Ci sono cose che ti risucchiano impotente in un vortice, da cui esci più ricco di una nuova esperienza, di una prova di maturità. Da brividi, ma vero! È questa la nostra strada.
Gli altri due hanno lasciato al “ferito” Peart ancora più spazio libero. Lo hanno ascoltato al massimo, da migliori amici, e hanno impreziosito i suoi testi con un contributo straordinario. Lee ha scartato del tutto l’uso delle tastiere nel disco. I versi nella loro psichedelia hanno raggiunto una forza speciale, quando vengono vestiti con audaci armonie vocali di Lee, soprattutto nei ritornelli (Ceiling Unlimited). Con il suo approccio sensuale il tipo ti si pianta di nuovo, in un attimo e senza scampo, sotto la pelle: così vera suona la poesia di Peart nella resa vocale di Lee. Lifeson ha dato un senso a travaglio, disperazione, depressione, impotenza, rabbia, fuga e paura con riff di chitarra crudi e spigolosi, che suonano pesanti come mai prima d’ora per i Rush. Per sottolineare la durezza dell’espressione fatta di riff, ha evitato di proposito gli assoli. Lifeson però non si è dimenticato dell’accento acustico. Così il suono è ancora più pieno e più organico, e l’acustica prevale sulla distorsione solo nel pre-ritornello della (stavolta) meno interessante How It Is (la title track dell’album, subito dopo, la fa fuori letteralmente in espressività). Il drumming di Peart è più diretto che mai, anche se il duo Peart – Lee si scambia ancora qualche acrobazia ritmica davvero impressionante e unica, quella per cui i Rush sono inconfondibili. Il problema di questo disco è una produzione monodimensionale, che toglie all’album un po’ della dinamica e della varietà necessarie. Il riffing massiccio a tratti copre in modo dannoso le linee melodiche del basso di Lee, il che significa che uno dei marchi di fabbrica della band resta frenato. Insomma, anche se i pezzi sono tagliati con una vibrazione simile, cioè sul “tre quattro”, tra loro hanno comunque abbastanza varietà da meritare decisamente un po’ più di attenzione produttiva individuale.
I brani di “Vapour Trails” possono essere molto, molto buoni e riusciti, oppure del tutto insignificanti. I momenti migliori del disco sono l’opener One Little Victory, subito seguita da Ceiling Unlimited, poi Ghost Rider con una delle conversazioni più impressionanti dell’album tra chitarra, batteria e basso, a cui si avvicina molto la title track, così come Secret Touch, nuovo esempio di perfezione melodica e incisiva del trio (la linea di basso viene ripresa poi in modo leggermente diverso anche nella commovente “preghiera personale” Sweet Miracle). Earthshine, dietro la massiccia cortina di riff, è il pezzo più travolgente dell’album. Nocturne riprende all’inizio il trucco di chitarra di Ceiling Unlimited, e poi si accende in modo del tutto spontaneo e splendido nel ritornello. Nel disco non è difficile riconoscere di nuovo quella inconfondibile nota di spontaneità dei Rush e il talento nel mettere in fila vivaci slanci a partire dalle figure motiviche di base.
“Vapour Trails” non è di certo un capolavoro dei Rush. Gli sarebbero bastati nove pezzi, non tredici. Probabilmente l’avete già capito da soli: i brani oscillano di qualità, e l’album avrebbe retto una dose molto maggiore di coerenza e avrebbe mantenuto la fama di alto talento musicale dell’espressione unica dei Rush, se i ragazzi non avessero infilato così tanti pezzi nel disco. Sono passati gli anni Settanta e Ottanta, quando i Rush mettevano in fila album con brani di qualità pari. Quest’oscillazione si sente di più proprio negli ultimi due pezzi, Freeze e Out of the Cradle. Non ne senti la mancanza, se li confronti con il resto dei brani del disco. Meno interessante anche The Stars Look Down.
“Vapour Trails” è l’album dei Rush più rumoroso, spigoloso e diretto, che porta di nuovo una dose maggiore di espressività brillante rispetto al meno interessante “Test For Echo” (1996). Piacerà soprattutto ai giovani fissati con il suono sporco e a chi non è appesantito dal vecchio repertorio dei Rush, mentre per le specificità conservate resta una nuova necessità per ogni vero fan dei Rush. Il suo guaio forse sta proprio nello stendere questa vibrazione eruttiva uniforme su ben troppi 70 minuti di disco, e in un’attenzione produttiva a tratti troppo poco vissuta al senso dei singoli pezzi. Con tutto ciò, resta un album dei Rush speciale, che senza vergogna svela in quale momento creativo si trovasse la band (allora) emotivamente intorpidita e disillusa, ed era chiaro che i Rush un disco così non l’avrebbero ripetuto. È un traguardo straordinariamente bello, che però non ha l’eleganza della maggior parte dei precedenti album dei Rush.
Formazione
Geddy Lee – voce, basso
Alex Lifeson – chitarra
Neil Peart – batteria, piatti
Produzione
Rush & Paul Northfield
Tracklist
1. One Little Victory
2. Ceiling Unlimited
3. Ghost Rider
4. Peaceable Kingdom
5. The Stars Look Down
6. How It Is
7. Vapor Trail
8. Secret Touch
9. Earthshine
10. Sweet Miracle
11. Nocturne
12. Freeze
13. Out Of The Cradle