Vices

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Dead Poetic
Etichetta: Century Media
Uscita: 2006

“Quando si parla dei migliori album di tutti i tempi, sono uno di quelli che nominerà prima di tutto i Led Zeppelin, e questo prima di qualsiasi cosa dei Refused.” (Brandon Rike)

Daytona non ha da offrire solo gare di indie car e montagne di lamiere accartocciate, ma nutre per bene le tue orecchie anche con qualcosa di diverso dal rombo dei motori. Lo dimostrano i ragazzi dei Dead Poetic, già iscritti agli annali della musica con tre album all’attivo. L’ultimo si chiama Vices. La quantità non giustifica l’esistenza, se nel profondo non si nasconde qualcosa di più. Il talento, per dire. E il cantante Brandon Rike, i chitarristi Zach Miles e Dusty Redmon, il bassista John Brehm e il batterista Jesse Sprinkle questo requisito minimo lo coprono con successo. Ma come siamo messi a originalità di quello che si sente?

Lo screamo è un sottogenere che, da quando è nato, ha agitato gli animi della fetta più esigente del pubblico musicale. Con la chiara visione che è impossibile tenere testa alle dure leggi del mercato se nella tua musica non infili un po’ di fronzoli melodici e non ti tiri addosso l’incantesimo della digeribilità commerciale, l’anno scorso anche i Dead Poetic sono entrati in studio. Dietro la console c’era Aaron Sprinkle, che finora ha dato forma ai suoni di gruppi come Pedro The Lion e Anberlin, mentre a tenere in equilibrio le influenze del rock classico con il sapore alternative dei Novanta ha pensato Chino Moreno, co-produttore ospite e voce ospite in ben due pezzi di questo disco. Chino è una garanzia per attirare le folle già solo perché senza di lui i Deftones è difficile anche immaginarli. Eppure i Dead Poetic suonano molto più vicini a Stone Temple Pilots e Pearl Jam a volume hardcore che a un qualunque clone arrogante e “fresco” dell’alternative dei giorni nostri. Le urla se le sono lasciate alle spalle, puntando su un canto che ha capo e coda. ‘Cannibal Vs. Cunning’ è il primo contatto con l’immagine ritoccata dal chirurgo estetico della band, che una volta spaccava i vetri degli occhiali a colpi di voce e adesso è capace di cantare a più voci con malinconia. Il pezzo ti culla e ti ipnotizza con un conglomerato di suono che è un misto di sentimentale fracasso anni Novanta e minimalismo artistico di gruppi come i Deftones, e in parte si sente pure la rifinitura da studio di certe band più commerciali, tipo i primi Linkin Park. Riker canta con voce da tenore, e il suono che ti entra dritto in testa come un diretto in pieno volto viene completato da uno strumentale a tutto tondo. Dopo la culla è tempo per un goccetto di vecchie influenze, hardcore, ma addolcite al punto giusto da un salto elementare nella combinazione già sentita della rabbia alla Stone Temple Pilots che ammiravi negli ultimi dischi di quella band. ‘Lioness’. Resta comunque in bocca, nonostante la pienezza del suono, la sensazione che i Dead Poetic siano caduti fin dall’inizio in una forma lineare di ripetizione, che ti pianta i messaggi in testa con chiodi d’acciaio e allo stesso tempo ti supplica, senza giri di parole, dritto nel terzo occhio. Il proseguimento di questo volo parabolico aggiunge una linea meditativa che non respingerebbero nemmeno gli A Perfect Circle, e Riker, alla Maynard, rielabora il tema della delusione e della perdita di intelligenza emotiva. Non resta che l’autodistruzione e la morte. Ma i ragazzi offrono altro conforto. Gli oppiacei come calmante del dolore si usavano già parecchio tempo fa, quindi il brano ‘Narcotic’ con la sua decadenza non ti smuove più di tanto. Il pezzo suona più vicino a un’overdose di speed che al tramadolo o a qualche altro tranquillante. Almeno i lassativi ti sono stati risparmiati per un’altra volta. Eppure, di minuto in minuto, cresce la sensazione di girare in tondo e di ascoltare qualcosa di simpatico, ma troppo simile a roba già sentita. Il tempo è sempre lo stesso, e alla marcia più alta alla band mancano i giri per salire ancora di un gradino. Così rallentano un po’ la corsa e servono una ballatina alternative del tutto solida, che sarebbe potuta essere facilmente uno degli hit principali del disco. ‘In Coma’ ricorda i Coheed In Cambria. Il tutto per poi farti spazzare via, con ‘Long Forgotten’, a ottani altissimi dalla bora esplosiva del pezzo successivo, per il quale giuri di nuovo che suona come Scott Wailand nella sua nuova trovata rock da pistolero. Stantio e stramasticato, ma spinge comunque a muoversi e a un battito del cuore un filo più veloce. Il “remake” del suono dei Novanta va avanti, e i Dead Poetic nella loro perfezione bidimensionale non si lasciano proprio disturbare. La prima sorpresa, se così si può chiamare, è un esperimento genetico di incrocio tra il sound degli Audioslave e qualcosa di presumibilmente autonomo. ‘Sinless City’ segna la seconda sospensione dei giri del disco, e ancora di più ti calma l’ipnotico duetto tra i Dead Poetic e il già tante volte citato Chino Moreno. ‘Paralytic’ suona sexy e rassicurante. Come se i ragazzi si giocassero la corsa a diventare i nuovi alfieri capaci di sventolare la bandiera alternative del suono “the-best-of-Deftones”. L’ipnosi continua anche dopo, e ‘Animals’ ci offre per la prima volta i contorni del classico sciamanesimo alla Led Zeppelin, mentre la distruzione post-apocalittica si insinua sotto forma di visione allucinogena nel brano ‘Crashing Down’, e siccome è chiarissimo che Moreno non si accontenterà di un ruolo di contorno nel disco, stavolta ha cucinato e servito loro una scodellina di beat elettronici che potrebbe finire anche nella colonna sonora del prossimo disco dei Team Sleep. ‘Copy Of A Copy’. Nomen est omen. E per chiudere ti corteggiano un’ultima volta con un bacio post-grunge, con cui cercano di spingere la loro lingua intorpidita, e ormai piagata dal copiare cose già dette, almeno fino alle tonsille. ‘Vices’ è il canto del cigno di un disco che avrebbe potuto riuscire, ma qualcosa è andato storto nella programmazione della macchina del tempo.

I Dead Poetic sono senza dubbio poetici e piacevoli da ascoltare, persino orecchiabili, ma non hanno proprio l’elemento della sorpresa positiva con qualcosa di nuovo. Hanno consumato e digerito con coerenza e poi, con una certa arte, hanno cagato un bel mucchietto delizioso, che si meriterebbe senza dubbio i suoi cinque minuti di gloria e almeno un decimo della tua attenzione, che in qualche modo gli verrebbe pure concessa. Avrebbero raccolto molto più successo di oggi una decina di anni fa, quando per il primo posto della classifica di MTV avrebbero potuto sfidare STP, Jam e gli altri grungeri che sono “sbocciati” dopo la morte del primo uomo dei Nirvana. Così invece i Dead Poetic sono solo un’altra band che sa suonare, ha melodia, talento e visione, ma la cui data di scadenza è già un filo passata.

Formazione

Brandon Rike – voce
Zach Miles – chitarra
Dusty Redmon – chitarra
John Brehm – basso
Jesse Sprinkle – batteria

Produzione

Aaron Sprinkle, Chino Moreno

Tracklist

DEAD POETIC- Vices
1. Cannibal Vs. Cunning
2. Lioness
3. Self – Destruct & Die
4. Narcotic
5. In Coma
6. Long Forgotten
7. Pretty Pretty
8. Snless City
9. The Victim
10. Paralytic
11. Animals
12. Crashing Down
13. Copy Of A Copy
14. Vices

DURATA DELL’ALBUM: 50:58

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