Wear My Skin
Autore: Rok Klemše
Artista: Brutart
Etichetta: On Parole Productions
Uscita: year_month
Durata: 44:27
Voto: 4/5
La macchina death/doom della Gorenjska Brutart è entrata nel DNA del metal sloveno con l’ottimo debutto in studio Mimic, uscito ben dieci anni fa. All’epoca la band macinava chilometri anche dal vivo, poi l’attività è piano piano calata fino a spegnersi. Fino allo scorso aprile, quando è arrivata a sorpresa la notizia che i Brutart tornano tra i vivi, e che il nuovo album non è solo in cantiere, ma è già registrato per intero e pronto per l’uscita.
Wear My Skin fa capire fin dalle prime note di essere il successore logico di Mimic, e nemmeno una volta i Brutart mostrano il minimo segno di ruggine. Eppure la pelle che indossiamo stavolta è più bella e più lucente, e non certo grazie ai cosmetici. No, la pelle dei Brutart è quella di un morto appena spirato, che perde colore e vita e si ricopre di una patina grigia e spenta. Questa morbosità, questa oscurità e questa sensazione di perdita pervadono tutti i quarantacinque minuti dell’album, che per questo suona come un boccone bello corposo di death e doom metal, a tratti anche sludge, a tratti ravvivato dalla malinconia di grunge e post punk.
Se su Mimic i Brutart tiravano spesso verso gli olandesi Gorefest, su Wear My Skin sono molto più personali, anche grazie a un sound decisamente più curato rispetto al debutto. La base restano comunque i riff di chitarra pesanti e massicci, i ritmi spezzati e complessi, una sezione ritmica devastante e voci brutali, intrappolate nell’agonia della perdita. Ancora una volta il duo formato da Blaž Kelbl e Sebastjan Mulej ha creato una dinamica vocale variegata che, con voci urlate, ancora più brutali e profonde che in passato, avvolge chi ascolta in un’atmosfera minacciosa e nichilista. A completare il quadro ci sono voci femminili, sussurri e parti parlate che sembrano Vincent Price intento a recitare le poesie di Edgar Allan Poe.
La monotonia vocale che affliggeva il debutto qui non si avverte più, e lo stesso vale per i pezzi. Se sul primo disco le strutture troppo simili tra loro potevano risultare monotone, stavolta sono molto più elaborate, ragionate e varie. Anche se a comandare è ancora per lo più la lentezza massiccia del doom, nei punti giusti arrivano a ravvivarle riff più veloci, melodie efficaci e soluzioni che di solito si trovano più in altri generi che nel death/doom. Soprattutto per questo è stato risolto il difetto principale del debutto – i pezzi che non riuscivano a piantarsi nella memoria (a lungo termine). Stavolta negli incubi si insinuano molto più spesso brani come Dolores, Hollow Heights, Dirty Creatures, Suffer In Silence e Children For Despair.
Wear My Skin non è un boccone facile per chi ascolta, soprattutto per la cupezza del filo rosso della perdita che attraversa tutto l’album e che è stato tradotto in musica in modo eccellente. Ma anche nel brutto si nascondono bellezza ed estetica, e la pelle che chi ascolta si infila con il nuovo album dei Brutart, per tema e contenuto, si può tranquillamente paragonare a Il profumo di Patrick Süskind.
Formazione
Blaž Kelbl – voce, chitarra
Erik Orson – chitarra
Sebastjan Mulej – batteria, voce
Roman Štupar – basso
Produzione
Brutart
Tracklist
1. Evil Eve
2. Monodark
3. Dolores
4. The World at the End of the Light
5. Misanthropy
6. Hollow Heights
7. Dirty Creatures
8. Devil’s Thrill
9. Suffer in Silence
10. Bearing the Unbearable
11. Children for Despair