Whitesnake – 35 anni di carriera, live a Zagabria (2013)
Location: Zagabria / Dom sportova / Croazia
Data: sabato, 15.06.2013
Un anno e mezzo fa i Whitesnake avevano fatto tappa alla Hala Tivoli di Lubiana, e da noi si erano riversate le folle di fan arrivati da tutta l’area dell’ex Jugoslavia. Stavolta la situazione si è ribaltata. Nell’ambito del nuovo tour europeo, i Whitesnake hanno suonato a Belgrado e il giorno dopo a Zagabria, nella grande sala del Dom Sportova, dove tra le altre cose giocano le loro partite gli hockeisti del Medveščak e i cestisti della Cibona. Visto che i Whitesnake in Europa si vedono praticamente ogni anno, dalla Slovenia non è partita una marea sterminata di appassionati, ma nel mare di nero qua e là si riusciva comunque a captare qualche parola in sloveno.
Ancora prima di andare a vedere i Whitesnake bisogna rendersi conto di cosa può offrire la band nel 2013. Una delle più grandi istituzioni rock del pianeta nella seconda metà degli anni Ottanta è ancora, a distanza di un quarto di secolo, estremamente prolifica sia in studio che dal vivo, ma purtroppo una carriera musicale lunga e intensa e la conseguente età hanno portato via parecchie forze alla prima gola della formazione, il leggendario David Coverdale, che vocalmente non riesce più a stare al passo con i suoi anni d’oro. Eppure, rinforzato da una squadra di ottimi musicisti attorno a sé, rappresenta ancora in modo credibile la grandezza del nome Whitesnake, e così, già all’annuncio del concerto di Zagabria, l’unica decisione logica era chiara: lì non potevo (potevamo) mancare.
Nel ruolo di spalla si sono presentati Ivan Mihaljevic e i suoi Side Effects. La band costruisce la propria carriera sul genio chitarristico del fondatore Mihaljevic, il cui stile ricorda vagamente quello di Paul Gilbert o Richie Kotzen. Il trio d’assalto, in mezz’ora di set, ha attraversato di corsa una selezione di brani originali di hard rock d’atmosfera, riuscendo a riempire bene il suono per tutto il tempo nonostante l’organico ridotto all’osso. La band ha un potenziale enorme, e pur con poca visibilità mediatica si è battuta con dignità contro l’ingrato compito di aprire per un nome come i Whitesnake.
Dopo il cambio palco, passati venti minuti di pausa, i Whitesnake sono sbucati sul bordo del palco tra le volute di fumo e hanno aperto lo show con Give Me All Your Love. Coverdale ha risparmiato la voce fin dal primo istante, usando subito la furba tattica di dividere il ritornello con i chitarristi, e una bella fetta del lavoro l’ha scaricata anche sulle spalle del pubblico, che nel resto della serata ha coinvolto volentieri soprattutto sui brani più noti della band.
In tour i Whitesnake celebrano i 35 anni dalla nascita della band, quindi la scaletta di questo giro è stata rinfrescata per l’occasione, con dentro qualche perla che raramente finisce nel loro repertorio dal vivo. Chi ama il loro primo periodo blues è rimasto sorpreso da Ready an’ Willing, mentre il sorriso sulle facce del pubblico si è allargato ancora di più con Don’t Break My Heart Again. Ma attenzione! L’esecuzione sul palco dei Whitesnake nel 2013 è nettamente subordinata al sound metallizzato che la band segue docilmente più o meno dal famigerato album «1987» in poi. Nel loro modo di suonare non c’è più molto margine di manovra per il fascino blues: il duo di chitarre Reb Beach / Doug Aldrich oggi punta più sulla raffinatezza tecnica e sull’impatto diretto che sulla vecchia scuola succosa. I pezzi più vecchi sono quindi ingrassati da un linguaggio chitarristico tagliente, e la differenza di mood, per esempio, tra le versioni live di Gambler (che Coverdale ha dedicato agli eroi caduti – Mel Galley, Cozy Powell e Jon Lord) e Can You Hear the Wind Blow è appena percepibile.
Un grande calamita per gli occhi è il batterista Tommy Aldridge. Il tizio, che ha già 62 anni, mantiene intatta la sua vitalità e massacra la batteria come se niente fosse, restando al tempo stesso rilassatissimo, quasi giocherellone. È un vero showman, e l’ha dimostrato con il suo riconoscibile numero alla batteria in Steal Your Heart Away, chiuso suonando a mani nude, senza bacchette. Per lo stile con cui picchia, che da sotto il palco lascia vedere solo la sua chioma che svolazza, mi è scattata in testa senza volerlo una somiglianza tra Aldridge e un altro gigante della batteria, Mikkey Dee (Motörhead). Alla mostra della loro ricca tavolozza di abilità, ovviamente, non si sono risparmiati nemmeno Aldrich sulla destra e Beach sulla sinistra del palco. La loro collaborazione compatta ha toccato il culmine con l’assolo alternato. Nonostante lo ripetano ogni sera, grazie alla perfezione tecnica e al carico emotivo dalle loro sei corde riescono ogni volta a sparare una mitragliata godibilissima, regalando al capo qualche minuto di pausa, durante il quale probabilmente si aggrappa con entrambe le mani a una bombola d’ossigeno. Qualche briciola nella seconda metà dello show è toccata anche al bassista Michael Devin, la cui incursione all’organo ha fatto da introduzione a Fool for Your Loving.
David Coverdale, nonostante la forma vocale in crisi, per presenza scenica fa ancora parte della vera élite dei migliori frontman rock. Fasciato in pantaloni aderenti e in una camicia di sua produzione che non nascondeva i peli del petto, nonostante l’età attira ancora dal pubblico sguardi vogliosi del gentil sesso. Nelle prime file c’era perfino una ragazza niente male che, con addosso solo il reggiseno, gli offriva la sua carne fresca. Coverdale per tutto lo show ha giocato in modo sexy con l’asta del microfono e, con mosse studiate e un carisma enorme, ha tenuto il pubblico di Zagabria in pugno senza fatica. La sua voce ormai consumata resta così il punto più debole dei concerti dei Whitesnake, ma al bel signore, grazie alla magia di tutti gli altri ingredienti dello show, i fan evidentemente perdonano tutto strada facendo. Stavolta uno dei buoni motivi per l’assoluzione è stata anche la già citata scaletta allettante. Nel bis ha proposto la ballata acustica Ain’t No Love in the Heart of the City, che nel finale Coverdale (come già due anni fa a Lubiana) ha allungato con una versione vocale di Soldier of Fortune, di sapore Deep Purple. Per il saluto i Whitesnake hanno servito una corsa sui binari di sempre – una monumentale Still of the Night, in cui il pubblico, per fortuna, ha coperto il frontman ormai visibilmente stremato dopo una buona ora e mezza di serata.
Whitesnake si sono rivelati a Zagabria una macchina ben oliata, e hanno messo in piedi uno show ancora un gradino più vivo di quello visto di recente a Lubiana. Il materiale degli ultimi due album, che si aggrappa ancora saldamente alla scaletta, nel tempo trascorso dalle rispettive uscite si è ormai piantato per bene nelle orecchie degli ascoltatori, così insieme ai classici più vecchi i Whitesnake hanno confezionato una piacevole passeggiata retrospettiva lungo i loro 35 anni di tour. Con la forma di Coverdale o senza, ragazzi e ragazze, tra qualche anno (noi amanti del rock della vecchia scuola) ci verrà un gran singhiozzo di nostalgia per concerti come questo!
testo: Urban Bolta
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta:
My Generation (intro registrata)
1. Give Me All Your Love
2. Ready an’ Willing
3. Can You Hear the Wind Blow
4. Don’t Break My Heart Again
5. Is This Love
6. Gambler
7. Love Will Set You Free
8. “Pistols at Dawn” (duello di chitarre: Doug Aldrich & Reb Beach)
9. Steal Your Heart Away (più assolo di batteria: Tommy Aldridge)
10. Forevermore
11. Best Years / Bad Boys / Children of the Night
12. Fool for Your Loving
13. Here I Go Again
—bis—
14. Ain’t No Love in the Heart of the City
15. Soldier of Fortune (versione “a cappella”)
16. Still of the Night
We Wish You Well (outro registrata)























































