Winter Days of Metal: è la quarta volta

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Giovedì, 28. 11. 2019

Il festival Winter Days of Metal guadagna prestigio un anno dopo l’altro. Oltre ai concerti serali, durante il giorno c’è un sacco di altre attività, solo che quest’anno il meteo non ha proprio permesso di sciare sulla vicina pista di Vogel. Ma alla fine la musica viene comunque prima di tutto. Il cartellone era vario, quindi l’affluenza era più che giustificata.

Il primo giorno è stato più che altro roba per gli amanti del black metal, con l’eccezione degli Exciter, che hanno chiuso la serata. Ad aprire sono saliti sul palco gli svizzeri Matterhorn, che hanno suonato davanti a un pugno di persone. Il giovane trio ha alle spalle un solo album e dice di suonare extreme metal, mescolando death e speed metal. Ma dal vivo i Matterhorn sono sembrati ancora parecchio grezzi. Il chitarrista/cantante ha tirato fuori un paio di buone idee, ma per il resto purtroppo niente che spiccasse. Ai Matterhorn serve decisamente più rodaggio per risultare convincenti.

Sono seguiti i black metaller polacchi Blaze of Perdition, che hanno richiamato un pubblico più numeroso. La band aveva debuttato in Slovenia già l’anno scorso a Kranj, e stavolta è tornata per far impazzire di nuovo la platea. Il black metal può diventare noioso in fretta, ma i Blaze of Perdition si sono comportati decisamente bene. Possono vantare tre chitarre, che hanno dato più dinamica al loro sound. Anche le voci erano parecchio varie, e le chitarre hanno inserito qualche momento melodico per spezzare la monotonia. La band ha un approccio piuttosto raffinato e pure fantasioso, e a tratti saltano fuori richiami a Watain e Deathspell Omega. Insomma, una band che promette ancora molto, anche se l’esperienza si è fatta sentire parecchio.

Ai polacchi sono succeduti gli svizzeri Bölzer, black metal in formazione a due: HzR alla batteria e KzR a chitarra e voce. Non è la prima volta che passano da queste parti, e negli ultimi anni, con un album e qualche EP all’attivo, si sono fatti notare parecchio. Nonostante siano solo in due, i Bölzer creano un muro sonoro piuttosto ricco. KzR usa una chitarra a dieci corde, con cui copre l’assenza del basso. HzR, con la sua batteria, punta più sul minimalismo alla Darkthrone. Con i Bölzer non ci sono complicazioni, ed è anche per questo che hanno una loro unicità. Ma stavolta la prestazione del chitarrista/cantante non è stata proprio la migliore. Ha avuto problemi tecnici e a un certo punto ha sbraitato di brutto contro il fonico. Ai Bölzer evidentemente bisognerà dare un’altra chance, perché con questo concerto non hanno brillato.

I norvegesi Dødheimsgard erano il nome di punta della serata. Logico: la band è in giro dagli anni Novanta e in 25 anni di vita ha registrato solo cinque album, eppure è riuscita a restare riconoscibile. Agli inizi erano un black metal più crudo, poi i Dødheimsgard hanno cominciato a sperimentare, e si è sentito anche in concerto, che è stato il primo dopo molti anni e il secondo in assoluto in Slovenia. Insomma, quasi un’esibizione esclusiva. La band ha proposto un repertorio vario. Con i pezzi più recenti, che mescolano elementi di industrial e avantgarde, ha mostrato ciò che la rende speciale. Verso la fine è passata a un black metal più genuino, con qualche brano più vecchio, e agli appassionati è arrivata dritta all’anima.

A chiudere sono stati i veterani canadesi dello speed metal Exciter. Mancavano da molti anni. E comunque gli Exciter non si sono mai fatti vedere granché in Slovenia. Se la memoria non ci inganna, l’ultima volta era stata al Metalcamp 2005. Ci son voluti più di dieci anni, quindi, perché tornassero. La band, nata nel 1978, ha pubblicato finora una dozzina di album e ancora oggi è considerata uno dei nomi più importanti dello speed metal. Suonano in trio, e alla chitarra non c’è più lo storico John Ricci. Al suo posto è entrato il giovane Daniel Dekay, che ha fatto decisamente la sua figura. Il fascino degli Exciter stava tutto in quello spirito da metal della vecchia scuola. Dietro l’enorme batteria sedeva Dan Beehler, che è anche la voce principale. Beehler teneva il ritmo con il bassista di lunga data Allan Johnson e, quando non era impegnato con la voce, riempiva di fill il suo drumming per tutto il tempo. Per un signore sulla soglia dei sessanta, davvero da applausi. Gli amanti del metal della vecchia scuola hanno sicuramente avuto pane per i loro denti. Gli Exciter hanno dimostrato che gli anni non sono un problema, e il loro show è stato bello energico e per niente di routine.


Venerdì, 29. 11. 2019

Se il primo giorno era orientato al black metal, con qualche eccezione, il secondo era più che adatto agli amanti del death metal. Ma anche qui c’è stata qualche eccezione che non si limitava al solo death.

Ad aprire sono stati i padroni di casa Morywa, che dopo l’ultimo cambio di formazione ora suonano in cinque. I Morywa flirtano con le band moderne che puntano su chitarre accordate bassissime e groove. Le chitarre a otto corde rimbombavano davvero per tutta la sala. La band non si complica la vita come certi gruppi djent ossessionati dai poliritmi. Pur con un tocco moderno, i Morywa suonano piuttosto crudi. Con la voce ricordano un po’ i canadesi Ion Dissonance, solo che qui non è il caos a essere in primo piano, ma il groove, che si porta dietro elementi di death metal. Per i Morywa ora si aspetta soprattutto un album, che renda un po’ più chiaro dove la band punti con il suo stile.

Come secondi hanno suonato i death metaller inglesi Dyscarnate, tornati in Slovenia dopo nove anni. Il trio death inglese ha ormai tre album alle spalle e nel frattempo ha affinato il suo stile. Le influenze di Dying Fetus e Misery Index si sentono ancora, certo, ma con l’ultimo album With All Their Might si sono definiti un po’ di più, cominciando a puntare su più groove alla Gojira. Quello che i Dyscarnate hanno portato è stata una dose abbondante di musica aggressiva, sostenuta da un doppio attacco vocale, chitarre veloci e batteria. Da lodare senza dubbio le voci di chitarrista e bassista, soprattutto comprensibili e non orientate a un growl incomprensibile. Ma dall’ultimo album i Dyscarnate non puntano più solo sulla velocità. Ci sono passaggi più calmi, più groove, e insomma tutto questo ha fatto dei Dyscarnate una band molto varia, che da un lato sa essere brutale come i Dying Fetus e dall’altro sa anche calmare le acque. Mancava, ovviamente, qualche pezzo più vecchio, ma i Dyscarnate hanno comunque fatto un concerto sorprendentemente buono, anche se l’affluenza era scarsa e pure il suono non era granché soddisfacente.

Anche i Fleshgod Apocalypse sono dei ritorni fissi sui palchi sloveni. Niente di strano. La band sforna album con costanza e di anno in anno allarga la sua base di fan. Al centro c’era quindi l’album Veleno, uscito dopo alcuni cambi di formazione. I Fleshgod Apocalypse a quanto pare non si fanno scalfire da niente e ogni anno sono più forti. La band si è esibita anche con la cantante lirica Veronica Bordacchini, che ha dato ai concerti dal vivo un tocco più autentico. L’insieme funziona alla grande. In primo piano c’era il materiale più recente, con le orchestrazioni messe davanti a tutto, grazie a cui la band è diventata, insieme ai Septicflesh, il nome principale del death metal sinfonico. I Fleshgod Apocalypse sono senza dubbio rodatissimi, e anche la presenza scenica è convincente. Ma dopo qualche pezzo, con tutti quegli elementi infilati dentro, la band suonava semplicemente barocca. Il loro modo di suonare è definito tecnico, ma a tratti suonava semplicemente kitsch, con la brutalità ridotta ai soli pedali veloci della batteria. Nei pezzi succede parecchio, le voci sono affidate a tre membri: oltre al growl ci sono le parti melodiche del bassista e quelle liriche. Con le orchestrazioni, i Fleshgod Apocalypse funzionano come una versione brutale dei Therion. Si potrebbe dire che esagerino addirittura. Eppure la band ha convinto un pubblico bello numeroso. Logico, visto che sono stati suonati pezzi di quasi tutti gli album. Non c’erano tutti i favoriti, ma la forma della band è più che buona, e con questo show hanno confermato ancora una volta la loro fama.

Dopo la brutalità all’italiana è arrivato il momento di quella all’americana. A meno di sei mesi di distanza sono tornati gli statunitensi Whitechapel, deathcore, oggi uno dei nomi di punta del genere. Con l’ultimo album The Valley (recensione QUI) la band ha mostrato un volto piuttosto diverso, inserendo anche voci melodiche. Il deathcore, infatti, può diventare noioso in fretta, ma i Whitechapel con le loro sperimentazioni hanno dimostrato di avere ben più margine di manovra. Anche stavolta l’accento era sull’album attuale, e forse non è stata la scelta migliore. La band ha puntato troppo sui pezzi con voce pulita, e così qualche favorito è rimasto fuori. Sulla forma della band non c’è nulla da dire. Spicca ovviamente Phil Bozeman con il suo growl profondo, mentre nei pezzi più calmi, dove entra la voce melodica, è passato in secondo piano. Questo ha dato anche un tocco più emotivo. Con tre chitarre i Whitechapel creano un suono possente, ma come chitarrista a emergere di più è Ben Savage, che si occupa di assoli e armonie. L’ultimo arrivato dietro la batteria, Alex Rudinger, è stata decisamente un’ottima scelta. Rudinger suona preciso come un metronomo e veloce, e questo aiuta la band a rendere meglio. A far felici i fan sono stati This Is Exile, Our Endless War e The Saw is The Law. Insomma, i pezzi più noti della band, ma qualcuno in più non sarebbe dispiaciuto. Il ritorno è stato comunque benvenuto, i Whitechapel hanno fatto il loro, ma si poteva fare ancora un filo meglio.

Ai canadesi «hyperblaster» Kataklysm negli ultimi 15 anni è stato difficile sfuggire, a meno che tu non abbia vissuto in una grotta. La band ha suonato in Slovenia già quando i concerti si facevano ancora al club K4 di Lubiana. Finora è stata qui almeno quindici volte. La cosa sorprendente è che i Kataklysm continuano a conquistare nuovi fan. I loro concerti sono lo specchio di costanza e duro lavoro. Anche stavolta i Kataklysm hanno dimostrato di essere sul palco una macchina ben oliata. Anni di lavoro duro che hanno dato i loro frutti. Il pubblico accoglie sempre i Kataklysm con calore. E la band, con uno show energico e una buona animazione, fa in modo che la platea risponda sempre scatenandosi. Quello che farebbe bene ai Kataklysm sarebbe una rinfrescata del repertorio. Forse è difficile immaginarsi un loro concerto senza pezzi come Cripled & Broken, As I Slither, Prevail, Shadows and Dust. Ma proprio per via dei soliti pezzi, il concerto dei Kataklysm finisce per sembrare di routine e prevedibile. La squadra è comunque rodata, il batterista Oli Beaudoin continua a brillare con il suo drumming veloce e preciso. Ma al centro ci sono i pezzi con un ritornello forte o tanta melodia. Nonostante la ricca discografia, la scelta dei pezzi dei Kataklysm è proprio l’opposto. I Kataklysm restano noti come la band che sa organizzare una bella festa, ma non ci si può aspettare molto di più.

A chiudere sono saliti sul palco i Kampfar, che in Slovenia avevano già suonato al festival Metaldays e in alcuni club. Quest’anno i Kampfar hanno pubblicato il nuovo Ofidians Manifest, da cui hanno portato anche una parte del repertorio. Dei Kampfar va detto che tra tutte le band hanno avuto il suono migliore. Con la loro musica arrivano dritti all’anima degli amanti del black metal. I Kampfar puntano più sulla semplicità, e a renderli speciali è soprattutto l’inserimento di elementi folk, con cui creano un’atmosfera diversa dalle classiche formazioni black metal. Con le chitarre e la sezione ritmica i Kampfar mettono l’accento sulla semplicità in stile Taake e simili. Anche stavolta la band ha dimostrato di essere sicura di sé nei suoi concerti, e questo è soprattutto il riflesso di tanta esperienza.


Sabato, 30. 11. 2019

Restava l’ultimo giorno, con sei band in programma. Si sono esibiti alcuni nomi noti e anche qualcuno che cerca di uscire dal sottosuolo. Tra questi gli australiani Copia. La band ha due album alle spalle e si definisce alternative metal, qualunque cosa voglia dire. Nella loro musica si sentono influenze di metalcore, groove metal e nu metal. Il concerto, nonostante la sala vuota, è stato molto energico, ma la band non ha presentato niente di troppo innovativo per suscitare maggiore interesse. Ma molte band nella loro carriera hanno provato cosa vuol dire suonare davanti a un pugno di persone, quindi anche per i Copia c’è speranza.

Hanno messo una marcia più alta i finlandesi heavy/thrash metaller Stam1na, che sono riusciti ad attirare sotto il palco un po’ più di gente. Musicalmente i finlandesi a tratti ricordavano i connazionali Children of Bodom, solo che gli Stam1na cantano i testi interamente nella lingua madre. Per il genere che suonano è piuttosto insolito e dal vivo non funzionava proprio al meglio: il finlandese nel thrash metal dal vivo suona semplicemente un po’ goffo. Ai ragazzi comunque non si può rimproverare molto: l’energia sul palco era sicura, l’esecuzione di livello (le battute sul finlandese un po’ meno) e di band di apertura peggiori ne abbiamo sentite parecchie.

I successivi sul palco sono stati una vera leccornia per i fan della leggendaria serie animata The Simpsons. A Bohinjska Bistrica hanno vissuto il loro primissimo concerto sul continente europeo gli americani Okilly Dokilly, che suonano “Nedal”. Sì, per un fan della serie il nome dice già tutto. Gli Okilly Dokilly hanno preso a modello per il loro personaggio e il loro lavoro lo zelota religioso Ned Flanders, con tutti gli annessi e connessi: maglione di lana verde, camicia rosa, occhialini e baffi. In un set di appena mezz’ora scarsa, gli Okilly Dokilly hanno regalato lo show più divertente del festival, pieno di omaggi alla serie. La band, a metà strada tra HC, punk e metal, guidata da “Head Ned”, che ha studiato alla perfezione il personaggio di Flanders, ha detto di essere felice di suonare a questo “festarooni”, rivolgendosi al pubblico per tutto il tempo con “neighbourinos”. Head Ned, davanti a un pubblico che ha accolto la band con grande calore, ha messo in guardia dal pericolo di un’eccessiva energia cinetica (leggi: mosh) e ha detto di non fare come negli USA, dove da questo punto di vista il pubblico è Shelbyville (la città vicina e rivale di Springfield) dopo Shelbyville, e che il vicino che si becca troppa energia cinetica lo raccogliamo da terra. Gli Okilly Dokilly hanno proseguito la loro Reneducation portando sul palco il simbolo di Homer, un enorme ciambellone rosa gonfiabile, e pretendendo che il pubblico lo distruggesse. Quando Head Ned ha annunciato che sul palco erano già belli assetati, era chiaro che fosse arrivato il momento del più grande successo della band, ispirato dal famigerato incidente di Phil Anselmo, White Wine Spritzer, mentre gli Okilly Dokilly si sono congedati con Nothing At All. Durante il pezzo Head Ned si è cambiato indossando una tutina aderente, ispirata all’episodio della serie in cui Ned Flanders porta proprio una tuta da sci così, con grande sconcerto di Homer. La Reneducation è riuscita più che bene. Doodily.

Gli Okilly Dokilly hanno creato una vera atmosfera in sala, e quella toccava mantenerla anche a chi veniva dopo. È tornato il quintetto di Detroit chiamato The Black Dahlia Murder. Alcuni media descrivono la band come i nuovi Cannibal Corpse. La band pubblica infatti album con regolarità e tiene la qualità alta. Gli anni ancora non si fanno sentire. La loro musica è aggressiva, ma anche melodica. Nel repertorio hanno inserito anche pezzi dei primi album, come Unhallowed, Miasma e Nocturnal. Quest’ultimo ha tirato la band fuori dal sottosuolo, e proprio da quest’album hanno suonato sorprendentemente tanti pezzi. I TBDM, che in Slovenia si sono fermati ormai per la quinta volta, in un’ora hanno proposto un repertorio brutale e melodico. La band rappresenta ancora oggi un’ottima combinazione di death metal svedese e americano. Cosa più importante, sono ancora abbastanza rodati ed energici da convincere con il loro show anche chi non li conosce. Non sono cambiati granché nell’ultimo decennio. Qualche chilo e qualche capello grigio in più, ma a livello strumentale la band respira ancora. La voce ringhiante e soprattutto urlata di Trevor Strnad sembra conservata sotto formalina. L’unica cosa che si può rimproverare loro è che nella scelta dei pezzi avrebbero potuto pescare un po’ meno dall’ultimo album Nightbringers, uscito più di due anni fa.

Dopo la brutalità melodica all’americana era il momento della melodia finlandese con un accento sulla malinconia. Sul palco sono saliti i death metaller melodici finlandesi Insomnium, che con l’ultima visita in Slovenia avevano riempito fino all’ultimo posto l’Orto Bar di Lubiana. Stavolta gli Insomnium dovevano promuovere il fresco album Heart Like a Grave, su cui c’era un forte accento. Ovviamente è stato suonato anche qualche successo, come Through the Shadows, Ephemeral e While We Sleep. Come da copione gli Insomnium hanno servito la giusta dose di melodia, e non sono mancati nemmeno i brani più lenti e malinconici, orientati più al doom metal. Così gli Insomnium hanno fatto in modo che il loro repertorio fosse abbastanza vario. Anche stavolta gli Insomnium hanno ricevuto una risposta più che buona. Le prime file erano in movimento, e di crowd surfer ce n’erano a frotte per un concerto che non ha proprio le dimensioni di un festival. Sul modo di suonare della band non c’è niente da dire; il bassista Niilo Sevänen, che si occupa dei growl, non cala. Lo stesso vale per il chitarrista Ville Friman, che mette le voci pulite. Quest’anno la band ha annunciato di aver preso anche un terzo chitarrista, ma stavolta si è esibita in quartetto. Il suono per questo non è stato per niente peggiore, ma senza dubbio avrebbe potuto essere più ricco. Il concerto degli Insomnium è stato per molti il clou del festival, e infatti dopo in tanti hanno cominciato a lasciare il posto.

L’onore di chiudere il festival è toccato ai cult crossover americani M.O.D. (Method of Destruction, che gli Okilly Dokilly hanno ribattezzato Method of Devotion) guidati dall’indistruttibile Billy Milano. Per finire, davanti a una sala ormai parecchio svuotata, gli M.O.D. hanno servito una bella botta di punk e thrash, chiusa dai ruggiti di Billy. Milano tra un pezzo e l’altro ha infilato un bel po’ di critica sociopolitica, gli hit Get a Real Job e You’re a Fucking Dick, e nella seconda metà una manciata di classici degli S.O.D., a partire da March of the S.O.D.

Con gli M.O.D. si è così chiusa la quarta edizione del festival Winter Days of Metal, che a detta dell’organizzatore è stata la più frequentata. Il cartellone era vario e abbastanza ricco da attirare un sacco di gente. Si vede chiaramente che il festival a ogni edizione guadagna prestigio, e nei prossimi anni c’è da aspettarsi ancora molto.

Testo: Primož

Testo su Stam1na, Okilly Dokilly, M.O.D.: Rok

Foto e video: Sebastijan


Copia


Stam1na


Okkily Dokkily


The Black Dhalia Murder


Insomnium


M.O.D.

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