Mentre su MTV regnavano Motley Crue, Bon Jovi e tanti altri che gli andavano dietro, c’era un’altra band che portava avanti la propria evoluzione musicale in modo spiccatamente personale, senza badare granché alle mode. Con ogni album cambiava pelle in modo evidente e nel 1990 sfornò probabilmente il migliore di tutti i suoi dischi. Questa è la storia dei Queensryche e del loro quarto album «Empire».
Negli ultimi scampoli degli anni Ottanta i Queensryche cavalcavano un’onda gigantesca di creatività, che spingeva il quintetto a maturare artisticamente senza mai fermarsi. Considerando che il predecessore «Operation: Mindcrime» ed «Empire» sono usciti a soli due anni di distanza, e con direzioni musicali così diverse, è chiaro che una cosa del genere poteva riuscire solo a un quintetto dalla struttura particolare, con una chimica tutta sua, cresciuto lungo il proprio percorso musicale in modo indipendente e spontaneo.

Nel 1988 lo straordinario «Operation: Mindcrime» aveva regalato ai Queensryche il successo commerciale, portandoli sotto i riflettori del grande pubblico, visto che finalmente anche MTV aveva cominciato a dedicargli la giusta attenzione. «Operation: Mindcrime» – la definizione definitiva di quanto di meglio possano dare insieme concept e heavy metal – al fianco delle opere di band americane come Savatage, Crimson Glory e Fates Warning parlava già un linguaggio progressivo, quando ancora nessuno pensava ai vari Dream Theater. Un traguardo che dal punto di vista artistico sembrava imbattibile. E ancora oggi non è difficile sostenerlo. Con il successore i Queensryche non volevano superarlo. Anzi, meno ancora. Non volevano nemmeno imitarlo. Di sicuro all’epoca non immaginavano nemmeno che quel sempreverde sarebbe diventato un giorno uno dei gioielli della corona dell’heavy metal di tutti i tempi. Ma probabilmente già allora sapevano benissimo di aver tirato fuori un album difficile da replicare. Unico e irripetibile sotto ogni punto di vista. E lo stesso si può dire del suo successore «Empire», in cui i Queensryche hanno confermato ancora una volta una sicurezza fuori dal comune e un incredibile talento compositivo, incarnato dalla magia delle scariche di energia che correvano nel triangolo creativo formato dai due chitarristi, Chris DeGarmo e Michael Wilton, e dall’iconico cantante Geoff Tate. Per «Empire» i Queensryche hanno scartato qualsiasi idea di storia a cui legare la nuova musica. Volevano tirare fuori un disco che mettesse in primo piano il perfezionismo compositivo. Rispetto ai lavori precedenti della band, doveva intensificare la combinazione di mosse sofisticate e dosate col bilancino con la botta del fraseggio. I Queensryche si sono concentrati prima di tutto sul tirare fuori il meglio dal loro indiscutibile talento di autori. I messaggi sono socialmente critici e impegnati, ma è rimasto anche un po’ di spazio per «dare la caccia» al romanticismo. La poesia nasce quindi soprattutto dalle impressioni di una vita a Seattle più di 30 anni fa, mentre la title track punta il dito dritto contro gli USA, impero corrotto che già allora cominciava a mostrare i primi segni di cedimento.
Se metti insieme il decennio di strada fatto dalla band fino al 1990 e il grado di maturità raggiunto dai Queensryche sul finire degli anni Ottanta, è incredibile dove siano riusciti a spingere la loro arte partendo dagli umili inizi, quando componevano ispirati dal boom della N.W.O.B.H.M. Su «Empire» certe tendenze a incrociare il metal con i trucchi sofisticati dell’estetica pop, già percepibili negli album «Rage for Order» (1986) e «Operation: Mindcrime» (1988), sono state portate al loro apice artistico. È nato così un altro album dei Queensryche con una carta d’identità musicale e un carattere unici, impossibili da eguagliare.
Con l’uscita di «Empire», il 20 agosto 1990, per la EMI Records, i Queensryche hanno raggiunto il picco commerciale della loro carriera. All’uscita «Empire» è balzato al 7° posto della classifica Billboard 200 dei dischi più venduti e solo negli USA ha venduto più di tre milioni di copie, più di tutti e quattro i precedenti lavori in studio messi insieme. Sul finire degli anni Ottanta, prima che sulla dissolutezza dell’hair e del glam metal calasse il sipario del grunge, con «Empire» i Queensryche hanno raccolto una serie di premi di tutto rispetto. Sono stati nominati anche in tre diverse categorie ai Grammy, ma il Grammy non sono riusciti a portarselo a casa. Hanno però ricevuto l’MTV Viewer’s Choice Award per il video di Silent Lucidity. «Empire» ha regalato alla band ben sei singoli, e il migliore di gran lunga è stato la ballad Silent Lucidity. Che ballad, poi. Una mega ballad, che Chris DeGarmo aveva presentato un giorno ai compagni con la chitarra acustica, ed è cresciuta fino a diventare una delle più grandi ballad nella storia del rock, con Michael Kamen a curare le orchestrazioni per arricchire ancora di più il sound. Un hit che, con il nono posto, si è infilato tra i dieci singoli più venduti della classifica americana.

Nel gennaio 1991 i Queensryche hanno suonato davanti a decine di migliaia di persone al celebre festival «Rock in Rio», poi sono partiti da headliner per un tour mondiale di diciotto mesi, chiamato «Building Empires». Nella prima parte della scaletta la band eseguiva i nuovi pezzi di «Empire», mescolandoli ai classici dei primi tempi, mentre nella seconda suonava per intero l’album «Operation: Mindcrime». L’encore obbligato chiudeva con la ballad Silent Lucidity. Ma su quel tour è caduta anche una macchia nera, quando il 20 novembre 1990 a Ichtegem, in Belgio, nel palazzetto dello sport del posto, è successo un incidente. Durante il concerto due fan della band hanno litigato. Quello con il passaporto americano ha piantato un coltello nel petto dello sfortunato belga, che poco dopo è morto per le ferite. La band stava suonando il settimo pezzo in scaletta, «Roads To Madness», e per decisione del manager Howard Ungerleider ha interrotto subito l’esibizione.
Nel 1991 è uscito il live «Operation: LiveCrime», registrato ai concerti della band nel maggio dello stesso anno, e nel tour è stata inclusa anche una data per la serie televisiva «MTV Unplugged» di MTV a Los Angeles, il 27 aprile 1992, negli studi della Warner Hollywood.
«Empire», prodotto di nuovo da Peter Collins come «Operation: Mindcrime» (con Jim Barton dietro la console) a Vancouver, in Canada, resta anche dopo 30 anni un traguardo musicale senza tempo e incarna l’unicità di un momento catturato al volo, quello in cui la forza compositiva e l’affiatamento dell’indimenticabile formazione, nell’età dell’oro della band, brillavano in modo tutto loro. O come ha detto il chitarrista della band, Michael Wilton: «All’epoca siamo riusciti a unire la nostra musica ai gusti del pubblico e dell’industria musicale. Con “Empire” abbiamo toccato il massimo della nostra popolarità.» Queensryche sono rimasti «caldi» anche con il quinto album, «Promised Land», uscito nel 1994, che è arrivato al terzo posto della classifica Billboard 200 dei dischi più venduti, migliorando di quattro posizioni il piazzamento di «Empire».
Autore: Aleš Podbrežnik
