Trent’anni di “Tyr” dei Black Sabbath

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Tempi strani per i padri del metal Black Sabbath, trent’anni fa. Strani, a dir poco. Il mondo intero ormai assorbiva tutto ciò che sapeva di distruttivo ed era prodotto nel furore bestiale di un vampirismo distorto, ma rifiutava ostinatamente i contenuti degli album dei Black Sabbath usciti dopo il flop di »Born Again« (1983). Una band che in carriera non ha mai fatto un disco davvero brutto, eppure una band di alti e bassi marcati, legati a doppio filo a chi in quel periodo ricopriva il ruolo di cantante. Dietro l’era Ozzy c’era una falange dei fan più urlanti, che con questo loro fascismo verso i Black Sabbath degli anni Ottanta hanno quasi «convinto» il mondo intero, se non addirittura l’intera industria musicale, che i Black Sabbath non possono essere i Black Sabbath senza Ozzy in formazione. Una serie di decisioni maldestre prese dal management di allora, l’inflessibilità e il disinteresse dell’etichetta e i continui cambi di line-up, tanto che il pubblico non sapeva nemmeno con una settimana di anticipo chi fosse davvero membro della band, hanno presentato il conto, e i Black Sabbath sono diventati un bersaglio sempre più comodo per le etichette sarcastiche dei media musicali, il che non era certo degno della fama di una delle band più enigmatiche della storia del rock and roll.

L’essenza, quindi, continuava a vivere nelle dita del «Riffmeister» Tony Iommi, comunque si manifestasse. Si è visto che Iommi aveva trovato la soluzione nel suo omonimo, il cantante Tony Martin. Dopo la fine della storia con Ozzy, la band si era lanciata coraggiosissima negli anni Ottanta con l’iconico »Heaven And Hell«, a cui aveva dato la giusta spinta in produzione il leggendario e purtroppo scomparso Martin Birch; quel momento di trasformazione, convincente, con Ronnie James Dio in formazione aveva retto a malapena con il meno ispirato »Mob Rules«, prima che Iommi puntasse la mossa successiva nella direzione completamente sbagliata, imbarcandosi con la voce incompatibile della formazione Mk II dei Deep Purple, cioè Ian Gillan. Dopo il naufragio totale e altri mal di testa con l’esperienza dell’album »The Seventh Star« (1986), con Ray Gillen «scappato» via, è arrivata la rinascita della band con un ottimo nuovo cantante, Tony Martin. Questa incarnazione totalmente nuova dei Black Sabbath, con un unico membro originale, il chitarrista Tony Iommi, ha creato, con gli album »The Eternal Idol« (1987) e poi »Headless Cross« (1989) e »Tyr« (1990), un tris consecutivo di documenti in studio che si affinavano e si superavano a vicenda in qualità. Eppure, nonostante l’ottima musica nuova, agli occhi del pubblico i Black Sabbath di allora continuavano a «sbiadire». La miseria di questa situazione era accentuata e approfondita, in netto contrasto, dalla fama di cui godeva dall’altra parte nientemeno che Ozzy.

“Tyr” – copertina dell’album

Se torniamo ancora un attimo al 1987, in un contesto di stabilità incerta il materiale finale di »The Eternal Idol« se l’era cavata benissimo, anche se Iommi aveva subito una brutta emorragia di membri prima ancora di riuscire a finire il disco. Ma l’importante è che Iommi si sia tenuto stretto Martin, che in questa era della band ha avuto un ruolo praticamente fondamentale perché il gruppo reggesse e continuasse a resistere in modo credibile. Ai tempi di »Headless Cross« Iommi aveva finalmente trovato una formula di line-up che gli garantiva sonni più tranquilli.

Anche per il disco successivo Iommi era quindi circondato dalla stessa formazione. Cioè da musicisti eccezionali, che davano il meglio al sound dei brani. Oltre al già citato Martin, dietro le pelli c’era Cozy Powell, il basso lo impugnava Neil Murray e alle tastiere c’era Geoff Nicholls. Iommi chiese a Martin di scrivere testi un po’ più «allegri» e «solari» rispetto al predecessore »Headless Corss«, che si basava su occultismo, magia nera e satanismo. Martin, da sempre appassionato di letture storiche, trovò l’ispirazione nella mitologia norrena. »Tyr«, con un titolo che indica il dio nordico della guerra, è ben lontano dall’essere un concept album che si occupi in via prioritaria delle divinità norrene e delle loro imprese, con l’eccezione della trilogia che apre il lato B dell’edizione in vinile (The Battle Of Tyr, Odin’s Court, Valhalla); eppure la tematica di Martin si sposa benissimo con la composizione, che costruiva su ciò che Iommi aveva creato in »Headless Cross«. I fraseggi di chitarra principali portavano una profondità spiccata e una potenza travolgente, i brani restavano intrisi degli assoli riconoscibili e marcati di Iommi,  come solo questo musicista unico sa regalare. L’atmosfera, carica di nostalgia e malinconia e di una teatrale fatalità di scenari cupi, veniva dunque trasportata sull’epico »Tyr«. L’album sviluppa al tempo stesso una spiccata musicalità, che evita i momenti «doom», ovvero quello stile di fraseggio che negli anni Settanta, con i suoi ululati a semitoni, evocava sinistra minaccia e lutto marcato. »Tyr« è l’album con cui i Black Sabbath di allora si sono allontanati di più dalla loro era anni Settanta. Questa si avverte a frammenti, grazie all’essenza della magia chitarristica di Tony Iommi. Ma non è nemmeno importante. Lo stile, la magia, la chimica e l’essenza sono completamente diversi e non è né giusto né possibile confrontarli con l’era Ozzy. Con »Tyr« la band ha spinto ancora di più al massimo la propria pomposità.

Un’analisi approfondita della sostanza musicale dell’album Tyr« puoi leggerla nella recensione ricca di immagini che Peter Dr. ProgRock« Podbrežnik ha scritto per RockLine tanto tempo fa.

Noi preferiamo dare un’occhiata ad altri fatti legati all’album »Tyr«. A febbraio 1990 la band è tornata in studio per registrare il successore di »Headless Cross«. Aggiungiamo che, durante il tour di promozione di »Headless Cross«, il 27 settembre 1989 la band ha fatto tappa alla Hala Tivoli di Lubiana. Ad aprire questa parte del tour erano i tedeschi Axxis. »Tyr« è stato il secondo album per l’etichetta I.R.S. Records dopo »Headless Cross«. È uscito il 20 agosto 1990. Nella classifica britannica degli album più venduti ha raggiunto il 24º posto, mentre non è riuscito a entrare nella Billboard 200, cosa che alla band è capitata per la prima volta in carriera. La band ha pubblicato un solo singolo, per il brano »Feels Good To Me«, di cui esiste anche un video (sul lato B è finita una versione dal vivo di Paranoid dalla tranche di novembre del tour di “Headless Cross” del 1989). Questo brano è entrato solo nella classifica di casa, cioè quella britannica dei singoli più venduti, dove ha raggiunto un modesto e presto dimenticato 79º posto. In quale disgrazia fosse caduta allora la band lo dimostra anche il fatto che i Black Sabbath sono stati costretti ad annullare le ultime sette date della parte britannica del tour a sostegno di »Tyr«. Il motivo erano i troppo pochi biglietti venduti, mentre per la prima volta in carriera la band non ha nemmeno fatto un tour negli Stati Uniti.

Black Sabbath – “Feels Good To Me” (singolo in vinile da sette pollici)

Ai tempi di »Tyr« i Black Sabbath continuavano a vivacchiare ai margini proprio a causa della spietatezza dei critici musicali e del pubblico, che semplicemente non accettava né la musica né la direzione musicale dei Black Sabbath senza Ozzy. In questo modo hanno fatto un grosso torto alla band, perché tutti e tre gli album della seconda metà degli anni Ottanta, usciti con Tony Martin alla voce, sono risultati di grande qualità e, senza falsa modestia, eccellenti, e dal punto di vista dell’evoluzione sono cose che la band a metà anni Settanta, o con Ozzy in formazione, non avrebbe mai né saputo né potuto creare nemmeno in sogno. Ingiustamente ignorato, »Tyr« è sotto ogni aspetto un album di altissimo livello, pieno di atmosfere vibranti, di fraseggi marcati di Iommi, del fenomenale canto di Martin, dei colpi penetranti e travolgenti di Cozy Powell e delle linee di basso gravitazionali di Neil Murray. “Tyr” lo capiscono e lo apprezzano probabilmente più di tutti quelli che hanno scoperto i Black Sabbath partendo da dischi usciti fuori dagli anni Settanta. D’altra parte c’è una bella schiera di seguaci della band che, a differenza di chi punta solo sull’era con Ozzy, i dischi dei Black Sabbath degli anni Settanta nemmeno li annusa più di tanto. A livello globale sono sicuramente una netta minoranza, ma sono comunque una prova abbastanza buona per concludere che con »Tyr« non c’è proprio da scherzare.

Purtroppo il breve periodo di stabilità e di speranze in un’ulteriore crescita artistica e nel consolidamento della squadra che aveva registrato sia »Headless Cross« sia »Tyr« è stato interrotto dalla nuova reunion di Iommi con Butler e Dio per l’album successivo, »Dehumanizer«, con cui nel 1992 i Black Sabbath non hanno soddisfatto le alte aspettative. Ronnie ha mollato ancora una volta la band, e Iommi si è rivolto di nuovo a Tony Martin, che ha mandato giù il rospo, ha domato il (probabilmente ferito) ego e ha mostrato un gran cuore tornando un’ultima volta sul ponte tempestoso dei Black Sabbath di allora.

Autore: Aleš Podbrežnik


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