Cinque anni volati via in un lampo. Cinque anni da quando ci ha lasciati uno dei più grandi visionari della storia del rock’n’roll: la mente geniale di David Bowie. A novembre, cioè cinquant’anni fa, il tizio ha pubblicato negli USA il suo terzo album in studio, intitolato «The Man Who Sold the World», mentre nel Regno Unito è uscito il 10 aprile 1971.
Il disco è stato registrato negli studi londinesi Advision e Trident, tra aprile e maggio del 1970. Dietro la produzione c’era Tony Visconti. Su questo album hanno messo la firma anche due musicisti che hanno inciso parecchio sulla futura carriera di David Bowie. Anzi, di più: hanno influenzato perfino la sua successiva maturazione artistica. Il primo è il chitarrista Mick Ronson, il secondo il batterista Mick «Woody» Woodmansey. Col tempo si è visto che Bowie, nella ricerca di una propria identità artistica, ha cominciato ad appoggiarsi a Mick Ronson. Con «The Man Who Sold the World» gli Spiders from Mars hanno iniziato a prendere i primi contorni. Ma piano piano.

La recensione dell’album “The Man Who Sold the World”, scritta per RockLine il 27 gennaio 2016 da Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik, la puoi leggere QUI!
Il predecessore, cioè l’album «David Bowie (Space Oddity)», uscito l’anno prima, è pieno di arrangiamenti acustici e di pezzi folk, mentre «The Man Who Sold The World» ha segnato la svolta di Bowie verso strutture sonore più dure. Qui il fraseggio chitarristico si è fatto decisamente aguzzo. Anche sul piano dei testi il nuovo album è stato una svolta. I temi sono diventati cupi: follia, fede, paura del progresso tecnologico, disumanizzazione e guerra. Questo disco non ha regalato a Bowie nemmeno un singolo, però tra il 1970 e il 1973 alcuni brani sono comparsi sui lati B di altri suoi singoli.
L’album avrebbe dovuto chiamarsi «Metrobolist», una variazione di Bowie sul film «Metropolis» di Fritz Lang, girato nel 1927 (nel testo originale: Frost Lang), ma la Mercury Records all’ultimo momento, e senza consultare l’artista, ha cambiato il titolo del disco.
L’album è uscito sulle due sponde dell’Atlantico con due copertine diverse. Quella per il mercato americano mostrava l’illustrazione a fumetti di un cowboy davanti a un manicomio. L’autore, Michael J. Weller, ha preso ispirazione da uno dei ruoli di John Wayne. A Bowie quella copertina non è piaciuta per niente. Così ha scelto Keith MacMillan per realizzarne una versione alternativa. Per la nuova copertina Bowie ha indossato un abito disegnato dallo stilista Michael Fish, e per l’album uscito qualche mese dopo anche sul mercato britannico è stata scelta una foto controversa, in cui Bowie sembra vestito da donna.
L’anno prima Bowie aveva sfondato con il singolo «Space Oddity», uscito nel luglio del 1969. Il successo commerciale era arrivato e il pubblico aveva cominciato a notare il nuovo nome d’arte. Eppure l’album «David Bowie (Space Oddity)», uscito nello stesso anno, non ha replicato quel risultato. In parte anche perché la Philips Records non è stata abbastanza incisiva nella promozione. Lo si è visto anche nel 1970, quando il singolo successivo di Bowie, per il brano «The Prettiest Star», non è entrato in nessuna classifica. Nel 1972 l’album è stato ristampato dalla RCA Records, con una copertina in bianco e nero che ritraeva Bowie nei panni di Ziggy Stardust, look che usava già dal vivo in quel periodo.
Sentendo che il suo potenziale come solista stava sfiorendo, David ha deciso di mettere su una rock band con l’amico bassista Tony Visconti, che aveva già collaborato con lui all’album «David Bowie (Space Oddity)», e con il batterista John Cambridge, che prima suonava nei The Rats (a questo nome torneremo più avanti). Sono nati così gli Hype. Mancava solo un chitarrista.
Nel 1970 agli Hype si è unito Mick Ronson, e questo ha cambiato in modo decisivo la carriera di Bowie. Insieme, infatti, hanno creato qualche classico indimenticabile e album entrati nella storia: «Hunky Dory», «The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars», «Aladdin Sane». Senza Ronson, Bowie difficilmente sarebbe arrivato ai «ragni di Marte». Ronson è diventato famoso e ancora oggi nel mondo del rock è noto soprattutto per il sodalizio con Bowie, anche se in seguito, dopo lo scioglimento degli Spiders from Mars, ha collaborato con una serie di eminenze della musica come Bob Dylan, Lou Reed, Ian Hunter, Roger McGuinn, Morrissey e John Mellencamp.
Il giardiniere comunale di Hull, uomo di poche parole, ha costruito la leggenda di Bowie, mettendosi nel ruolo di re imbattuto tra i chitarristi glam rock dell’epoca. È vero che Ronson si è fatto la fama con Bowie, ma il tipo era attivo già negli anni Sessanta. Suonava in vari gruppi di Hull, tra cui i The Mariners, a cui il bassista dei Rolling Stones Bill Wyman ha consigliato di persona di cambiare nome in King Bees. Buffo, ma in quel periodo Bowie guidava una band che si chiamava David Jones and The King Bees. Ronson ha suonato anche nei The Rats, che nel 1967 sono riusciti a sfornare l’unico singolo di successo, per il brano «The Rise And Fall Of Bernie Gripplestone».
Benny Marshall, all’epoca cantante dei The Rats e grandissimo amico di Ronson, ha raccontato: «Mick era il miglior chitarrista di Hull, e quando ha deciso di andare a sud per unirsi a Bowie ci sono rimasto malissimo. Il nostro batterista John Cambridge, quello che ha suonato per Bowie nell’album “Space Oddity”, è tornato a Hull a gennaio del 1970 solo per riportarsi a Londra anche Ronson. Mick se l’è praticamente trascinato via di peso: l’ha trovato sul campo del comune, mentre stava tracciando le linee della porta sul prato.»
Da lì Cambridge ha portato Ronson dritto al Marquee Club, dove il 3 febbraio 1970 suonava Bowie. A Ronson sono bastati due giorni per padroneggiare buona parte dei giri e delle strutture dei brani di Bowie, tanto da riuscire ad accompagnare lui, Cambridge e Visconti in un’esibizione nell’ambito del John Peel Radio 1 Show, che trasmetteva il concerto dal Paris Theatre di Londra. La band ha suonato quindici pezzi, compresa la allora fresca «Width of a Circle» e un bel po’ di materiale dall’album di quel periodo, «David Bowie (Space Oddity)». La reazione del pubblico è stata positiva. Meglio che all’ultimo concerto, quando Bowie si era esibito da solista a Beckenham, dove in quegli anni viveva con la sua famiglia. Poi Ronson si è trasferito direttamente a casa di Bowie ed è diventato parte della famiglia.

La band ha iniziato a registrare «The Man Who Sold the World» il 17 aprile 1970, negli studi londinesi Advision. Poco prima, a fine marzo, gli Hype avevano messo fuori dalla formazione Cambridge. Anche se le fonti dicono che a licenziarlo sia stato Bowie, secondo Visconti era stata una richiesta di Mick Ronson. La prima impressione di Bowie quando ha conosciuto Mick Woodmansey, il nuovo batterista della band, è stata questa: «Il ragazzo viveva e respirava per diventare una rock’n’roll star». Ad aprile 1970 i quattro musicisti stavano già tutti a casa di Bowie a Beckenham, in Inghilterra. Per la precisione nell’ex villa Haddon Hall, trasformata in un condominio. Un visitatore l’ha descritta una volta dicendo che l’ambiente sembrava il salotto del conte Dracula. Visconti e Ronson hanno allestito sotto l’enorme scalinata di Haddon Hall uno studio mobile, dove Bowie ha registrato la maggior parte dei demo nati all’inizio degli anni Settanta.
Era il periodo in cui parecchie band rifiutavano il collettivismo hippie, o ne erano ormai piano piano sature. Tra loro c’era anche David Bowie, che voleva incidere un album rock dal suono duro. Tony Visconti ha raccontato in seguito: «Rispettavamo gruppi come i Cream, ma ci mancava quello che avevano loro. Bisognava portare qualcuno nella squadra, e quel qualcuno doveva portare un cambiamento. Lì si è capito quanto fosse importante l’arrivo di Mick Ronson.»
Ronson è piaciuto a tutti subito, soprattutto per il suo contagioso umorismo del nord. A Bowie in particolare è entrato nel cuore. L’essenziale, però, è che ha convinto all’istante sia Visconti sia Bowie, perché era di una curiosità incredibile e adorava imparare. Visconti dice: «Quando io e David abbiamo visto Mick per la prima volta, ci è stato chiaro che l’aspetto era perfetto per la band, ma non avevamo idea di cosa sarebbe successo quando ha preso in mano il suo Les Paul. Quei pochi pezzi che avevamo già provato con Cambridge li ha fatti suoi in un attimo. Quando è arrivato alle prove, ha solo guardato le nostre mani sulla chitarra e sul basso e ha capito subito cosa doveva suonare. Era di poche parole, però. Rilassato, ma di natura silenziosa. Più tardi io e David ci siamo resi conto che, arrivando nel nostro appartamento di Beckenham, a Mick si era aperto un mondo nuovo e che ne era rimasto completamente rapito.»
Secondo la testimonianza di Tony Visconti, Ronson sarebbe arrivato al Trident Studio già a settembre del 1969, cioè mentre Bowie stava finendo di lavorare al suo secondo album in studio: «A Mick abbiamo chiesto di suonare, in fase di missaggio di “Wild-Eyed Boy From Freecloud”, una breve linea di chitarra a metà del pezzo, e in quella sezione è intervenuto anche con degli applausi.»
Se è vero quello che dice Visconti, allora Ronson per il suo contributo all’album «David Bowie (Space Oddity)» non ha mai ricevuto un ringraziamento ufficiale. Almeno nelle informazioni di base sul disco questo dettaglio non viene citato. La prima registrazione in cui Mick Ronson ha collaborato ufficialmente con Bowie si trova sul singolo «Memory Of A Free Festival Part 1/Part 2», registrato a settembre del 1969 e pubblicato nel 1970.
Le registrazioni di «The Man Who Sold the World» sono iniziate il 17 aprile 1970 nei londinesi Advision Studios. Si è partiti con «All the Madmen». Già il giorno dopo in studio si è presentato Ralph Mace, ingaggiato dalla band per registrare un assolo di Moog, che tra l’altro era in prestito: apparteneva a George Harrison. Mace aveva suonato anche nel già citato singolo «Memory of a Free Festival». All’epoca era un musicista di 40 anni già scafato, considerato un pianista da concerto molto stimato, e dirigeva pure il reparto di musica classica della Mercury Records. Nel frattempo David Bowie aveva mollato il suo manager di allora, Kenneth Cooper Pitt, e al suo posto era subentrato Tony Defries, che in realtà era stato proprio quello a convincerlo a fare il grande passo. Il 21 aprile 1970 la band si è spostata ai Trident Studios di Londra, dove ha chiuso le registrazioni tra la fine di aprile e metà maggio 1970. Il 4 maggio 1970 gli Hype hanno registrato «Running Gun Blues» e «Saviour Machine». Quest’ultima era stata scelta in origine come titolo provvisorio dell’album, finché Bowie non ha adattato la melodia principale e ha rinominato il pezzo «Saviour Machine». Registrazioni e mix sono tornati agli Advision il 12 maggio 1970 e si sono chiusi dieci giorni dopo. David Bowie ha registrato le voci soliste della title track proprio l’ultimo giorno di lavoro.
Durante le registrazioni David Bowie era molto preso dalla nuova moglie Angie e dalle grane con i manager. Così la musica di «The Man Who Sold The World» l’hanno arrangiata in gran parte Tony Visconti e Mick Ronson. Quest’ultimo, proprio in quel periodo, ha imparato un sacco da Visconti anche su tecniche di registrazione e produzione. Anche se Bowie è accreditato come autore dei pezzi, Tony Visconti sul processo di scrittura ha raccontato: «I pezzi li abbiamo scritti tutti e quattro insieme. Facevamo delle jam in cantina, Bowie ascoltava e si limitava a decidere quale delle nostre idee usare per l’album. La band registrava il brano in versione strumentale, David ogni tanto ci metteva su una chitarra, che non per forza partiva da una sua idea. Solo alla fine Bowie tirava fuori i testi, seduto con sua moglie su un divano gigantesco.» Bowie però in un’intervista del 1998 ha ribattuto: «Pare che la storia del non aver scritto i pezzi di «The Man Who Sold the World» sia diventata nel tempo una faccenda bella grossa. Basta guardare gli accordi. Nessuno scrive modulazioni di accordi in quel modo. «The Width of a Circle» e «The Supermen», per dire, erano già scritte prima che iniziassero le registrazioni.»
«The Man Who Sold The World» sarà anche un album brillante, ma per Bowie è stato un altro tonfo commerciale. È stato accolto così male che Bowie era deciso a sciogliere la band. Ronson, Visconti e Mick «Woody» Woodmansey, a cui si era aggiunto Benny Marshall (che aveva messo l’armonica in due pezzi di «David Bowie (Space Oddity)»), hanno invece deciso di registrare e pubblicare un singolo con «4th Hour Of My Sleep», con «Powers Of Darkness» sul lato B. Una scorribanda rock-metal senza freni, dove a dominare è ovviamente il Les Paul di Ronson. Il singolo è scomparso nel nulla, anche se la Vertigo Records ha poi infilato entrambi i pezzi nelle compilation «Superheavy Vol 1 e 2».
Queste manovre heavy metal di Ronson si sposavano sempre più con testi wagneriani e distopici, o fatti di un groviglio di follia e dolore. Il contributo di Ronson a pezzi di Bowie come «She Shook Me Cold», «Running Gun Blues» e l’epica «Width Of A Circle» ha consolidato il suo ruolo di chitarrista, e a Bowie Mick è entrato sotto pelle a tal punto che gli piaceva chiamarlo «il mio Jeff Beck».
Sia David Bowie che Ronno erano grandi fan di «Truth» di Beck. Benny Marshall, arrivato a Londra anche lui da Hull (abbiamo detto prima che aveva suonato con Ronson nei The Rats), racconta: «Mick conosceva ogni dettaglio di quel disco, tranne «Beck’s Boogie», di cui suonava solo certe parti. La cosa lo mandava ai matti. Nel 1969 i The Rats avevano aperto per Jeff Beck al Ballou – eravamo a Grantham – e dopo il concerto Ronno ha chiesto a Beck di mostrargli come si suonava l’attacco veloce di quel pezzo. Beck l’ha suonato e Mick ha detto: ‘No, ti prego, puoi farlo più lentamente?’ Beck ha risposto: ‘Se lo suono più lentamente, mi fermo.’ Ma Mick ha insistito, e alla fine quella frase l’ha imparata.»
La macchina ha iniziato a mettersi in moto e ad agosto 1970 gli Hype si sono ritrovati al festival Atomic Sunrise (al Roundhouse), pieno zeppo di hippie. Lì è nato il glam rock. Si era ancora nel 1970. Ronno ricorda: «Mi sono sparato un goccetto e mi sono fumato una canna, ero così fuori che non mi ricordo niente di quello che è successo sul palco. Mi hanno detto che c’era anche Marc Bolan, ma nemmeno di quello ho memoria. All’epoca le band stavano parecchio in giro insieme e anche Marc bazzicava spesso i vari concerti.»
Ronno aggiunge: «Tra i due album, cioè «Hunky Dory» e «Ziggy Stardust», c’era una specie di stallo. Il modo in cui Bowie ha cominciato a travestirsi l’abbiamo adottato a poco a poco tutti nella band, ed era esattamente quello di cui il rock’n’roll aveva un gran bisogno in quel momento. Non era il mio stile, ma allo stesso tempo mi esaltava. Da ragazzino ero molto timido e nervoso, e con il costume di scena mi trasformavo in un’altra persona e riuscivo a scrollarmi tutto di dosso.»
Comunque sia, «The Man Who Sold The World» non ha portato a Bowie il successo commerciale, ma ha dato una bella spinta alla fiducia di Ronson. Ronno e Visconti hanno costruito il sound del disco e limato tutti gli arrangiamenti, mentre Bowie, più o meno, ha contribuito solo con i testi. «She Shook Me Cold», uno dei pezzi più «sporchi» che Bowie abbia mai scritto, parla direttamente della sua Angie, la signora Bowie, ma è stato Ronson a metterci l’intro «epilettico» ispirato a Hendrix, mentre il carattere complessivo del brano l’ha costruito il trio d’urto Ronson-Visconti-Woodmansey. Perfino Angie ha ammesso in seguito che Ronno non ha mai ricevuto il giusto riconoscimento per il suo contributo a un album davvero fondamentale.
Gli Hype – prima con Cambridge, poi con Mick Woodmansey – con il loro blitzkrieg rock occulto hanno conquistato le roccaforti di Harrogate e Scarborough, mentre Ronson e Bowie hanno suonato i pezzi perfino al Marquee e all’Hill Country. In versione duo acustico, poco prima che si aggiungesse il bassista Trevor Bolder. Quando Visconti – insoddisfatto della mancanza di entusiasmo di Bowie e anche del nuovo manager Defries – se n’è andato nell’agosto 1970, Ronson ha avuto carta bianca per occuparsi degli arrangiamenti di archi e pianoforte. Ha detto: «Non avevo mai fatto una cosa del genere. Ma sapevo leggere e scrivere musica, e guardando Tony lavorare a Haddon Hall, come componeva e scriveva certe parti, ho collaborato attivamente con lui.»
Così Ronson ha scritto un breve pezzo musicale, registrato su quattro piste, inserito nell’interludio di «All The Madmen». È stato il suo esordio da produttore. Ronson racconta: «Se ce la fa Tony, posso farcela anch’io, mi sono detto. Un giorno io, David e Dana Gillespie siamo andati a cena. Dana aveva bisogno di arrangiamenti per archi per i suoi nuovi pezzi e David ha sparato: ‘Ci pensa Mick!’ Alla fine non se n’è fatto niente, ma è stato bellissimo sentirselo dire. Tutto nasceva nella testa. Poi bastava mettersi al piano o prendere in mano la chitarra. David mi spronava. Quello era il suo ruolo. Con tutto. Era lui l’iniziatore di tutto, quello che faceva partire le cose.»

All’inizio di gennaio 1971 è uscito anche il singolo «Holy Holy», pensato per risvegliare un po’ di interesse attorno a «The Man Who Sold The World». Ma nelle classifiche non ha smosso niente. Ciononostante, l’uscita del singolo ha aperto a Bowie la strada al successivo contratto con la Chrysalis Records. Il pezzo l’ha prodotto il bassista Herbie Flowers dei Blue Mink, famoso per la linea di basso nel successo di Lou Reed «Walk on a Wild Side», tratto dall’album «Transformer», prodotto proprio da David Bowie e Mick Ronson insieme. «Holy Holy» ammiccava un po’ ai The Move, ma il lato B era più interessante, con dentro «Black Country Rock», che faceva il verso all’atteggiamento dei Tyranosaurus Rex di Bolan di quel periodo e forse sarebbe stata una scelta migliore per il singolo. Bowie ha suonato «Holy Holy» per la prima volta con la sua squadra sul canale televisivo Granada TV. Fu anche una delle prime occasioni in cui ha infilato uno degli abiti del designer Mr. Fish (Michael Fish). Proprio i vestiti creati da Mr. Fish avrebbero poi accompagnato Bowie in gran numero lungo tutta la carriera, spianando al glam rock la strada verso una solida affermazione.
L’artismo di Bowie di allora, ovvero il suo stile e il suo sound musicale, di colpo era diventato molto dipendente da Ronson. Nell’album successivo, cioè »Hunky Dory«, il chitarrista ricevette finalmente anche un riconoscimento concreto per il suo contributo autoriale. Ronson infatti collaborò agli arrangiamenti dei brani »Changes«, »Life On Mars?«, »Kooks«, »Quicksand« e alla rielaborazione dell’originale di Biff Rose »Fill Your Heart«.
Dopo l’uscita dell’album, a Visconti andarono dietro anche Ronson e Woodmansey. Pare che dietro ci fossero dei conflitti personali con Bowie. Ad ogni modo, anche in seguito Visconti ha tenuto «The Man Who Sold The World» in altissima considerazione. Visconti sarebbe poi tornato da Bowie e, in grande stile, avrebbe superato l’artismo di «The Man Who Sold the World» quando nel 1980 uscì l’album »Scary Monsters (and Super Creeps)«.
A »The Man Who Sold The World« andò meglio dall’altra parte dell’oceano e alla Mercury Records decisero che nel febbraio 1971 avrebbero spedito Bowie in tour promozionale negli USA. Al suo ritorno David Bowie scrisse un sacco di musica nuova, che trovò posto negli album »Hunky Dory« (1971) e »Rise And Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars« (1972). Tornato dagli USA, Bowie fece pace sia con Ronson sia con Woodmansey, e i due musicisti decisero di continuare a lavorare con lui. Insieme a Trevor Bolder, nel ruolo del nuovo bassista, gli Spiders from Mars in pratica erano già nati prima di »Hunky Dory«, che però, curiosamente, portò una nuova delusione commerciale. Ma Bowie non dovette aspettare ancora a lungo il successo. A ripagare di tutto fu infatti »Rise And Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars« (1972)«.
»The Man Who Sold the World« è dunque l’album in cui David Bowie imboccò la strada giusta dell’artismo, quella che lo portò a costruirsi un sound e uno stile tutti suoi. È il disco con cui Bowie cominciò a maturare e a crescere artisticamente. In un certo senso »The Man Who Sold the World« rappresenta il primo passo negli anni classici della carriera di Bowie. È il primo passo sulla strada verso quel famigerato – »sound spavaldo e caoticamente arruffato «elettrico» –, incarnato dagli album »Rise And Fall of Ziggy Stardust and Spiders from Mars« e »Aladdin Sane« (1973). Prima, però, David Bowie dovette fare ancora un «pit stop». Con l’album »Hunky Dory« (1971). Nella discografia di Bowie »The Man Who Sold the World« è rimasto fino a oggi un po’ trascurato, eppure è un album importantissimo nella storia del rock, anche se vendette poco. Negli USA, dove uscì nel gennaio 1971, fino a giugno di quell’anno ne vendettero appena 1.395 copie. Bowie ammise già nello stesso anno che a Beckenham l’album andava a ruba come i panini caldi. Peccato solo che fosse così unicamente lì e da nessun’altra parte.

Comunque sia, »The Man Who Sold the World« fu ristampato appena due anni dopo. Nel 1972 Bowie centrò il successo commerciale con l’album »Rise And Fall of Ziggy Stardust and Spiders from Mars«. Per questo la RCA Records decise di ripubblicare »The Man Who Sold the World«. L’album ristampato salì così fino alla 24ª posizione della classifica britannica degli album più venduti, dove rimase per ben 30 settimane. Negli USA, cioè nella classifica Billboard 200 degli album più venduti, arrivò alla 105ª posizione e ci restò per 23 settimane. La ristampa del 1990 portò l’album fino al 66º posto (nel Regno Unito). Nel novembre 2020, per il suo 50º anniversario, »The Man Who Sold The World« è stato ristampato negli USA. Questa volta finalmente con il titolo »Metrobolist«.
Autore: Aleš Podbrežnik