Big Big Train: Grand Tour
Data di uscita: 17.05.2019
Etichetta: English Electric
Produzione: David Longdon e Greg Spawton
Durata: 74:11
Voto: 9.5
Genere: progressive rock sinfonico
Poche band di progressive rock emerse negli ultimi tre decenni possono vantare un sound, un’atmosfera e dei testi così tipicamente inglesi come i revivalisti prog britannici Big Big Train, che nel 2019 hanno sorpreso tutti con il nuovo album «Grand Tour». A differenza del predecessore «The Second Brightest Star» (2017), il loro ultimo lavoro contiene solo brani inediti, e a spiccare sono soprattutto le tre composizioni epiche e costruite con ambizione («Roman Stone», «Ariel» e «Voyager»), tutte oltre i tredici minuti, che faranno battere il cuore a ogni fedelissimo di questi progster della ‘terza ondata’.
Negli ultimi dieci anni gli album dei Big Big Train hanno raccolto a ragione un’accoglienza perlopiù entusiasta da parte degli amanti del prog sinfonico di vecchia scuola, che hanno apprezzato in particolare la straordinaria coerenza sonora e l’affiatamento della formazione a sette, in cui spiccano il cantante David Longdon, il batterista Nick D’Virgilio (Spock’s Beard), la violinista Rachel Hall, il chitarrista Dave Gregory (ex-XTC) e il tastierista/chitarrista Rikard Sjoblom (ex-Beardfish).
Dopo alcune critiche meno rumorose, ma in parte giustificate e costruttive, secondo cui i loro ultimi album tendevano già a ripetersi un po’ a livello sonoro nella struttura di certi arrangiamenti, con «Grand Tour» hanno deciso di dare una rinfrescata al sound e di prendere almeno un po’ le distanze dalla tipica atmosfera inglese e dagli arrangiamenti pastorali dominanti. Stavolta i Big Big Train sono andati a cercare ispirazione in parte in Italia, la nostra vicina a ovest, e in alcuni brani hanno infilato dosi minime di musica mediterranea, che sta almeno approssimativamente in sintonia con i testi sull’Italia rinascimentale e su Leonardo da Vinci («Florentine»), sugli antichi Romani («Roman Stone», «Pantheon») e su Bisanzio («Theodora in Green and Gold»). L’album ha un impianto concettuale e, oltre a celebrare gli artisti del Rinascimento italiano, racconta in parte le vicende e le disavventure snob degli aristocratici inglesi, i primi turisti, che nel Seicento e nel Settecento avevano l’abitudine di viaggiare per l’Italia e il Mediterraneo.
A dare quel leggero, a tratti mediterraneo, battito contribuiscono soprattutto alcuni arrangiamenti acustici, il violino di Rachel Hall, certi passaggi di flauto e alcuni elementi ritmici a cui i Big Big Train finora non ci avevano abituati. Certo, i Big Big Train ricordano ancora molto di più Genesis e Camel che band come PFM e Le Orme, eppure si sente che prima di registrare «Grand Tour» si sono ascoltati anche qualche disco della scena prog italiana degli anni Settanta. Ciononostante «Alive», seconda traccia dell’album, resta piuttosto british, con la differenza che è una creatura insolitamente allegra e saltellante, che ricorda un po’ certi lavori della cult art rock band It Bites. Longdon, insomma, a tratti non suona solo come un ‘gemello’ di Peter Gabriel, ma come una versione più malinconica di Francis Dunnery.
«The Florentine» è un pezzo di prog sinfonico più ‘tradizionale’, con epici arrangiamenti sinfonici e malinconici passaggi di chitarra, in cui si sente per la prima volta in modo evidente che i Big Big Train suonano un po’ diversi da come eravamo abituati negli ultimi tre, quattro album, e con risultati eccellenti. A evitare che «Grand Tour» risulti troppo allegro ci pensa soprattutto la voce di Longdon, malinconica come da tradizione, che brilla in particolare in «Roman Stone», dove a risaltare sono le nostalgiche armonie corali. Lo strumentale «Pantheon», che per struttura è quanto di più vicino al battito del prog sinfonico italiano anni Settanta e ad alcune parti dei mai dimenticati Jethro Tull, sfoggia arrangiamenti orchestrali magniloquenti che non lasceranno indifferente nessun ammiratore della musica dei Big Big Train. Le doti strumentali di tutta la formazione a sette, insieme a una produzione sopraffina, restano altissime per tutto l’album, mentre l’alternarsi ben rodato di armonie complesse e atmosfere ambient entusiasma anche stavolta chiunque senta la mancanza dei ‘bei tempi andati’ del prog sinfonico.
«Grand Tour» è un album percettibilmente meno cupo e malinconico in salsa inglese, ma resta un lavoro inconfondibilmente Big Big Train che, soprattutto grazie alla sua straordinaria varietà e al respiro epico, farà felici tutti i fan di lunga data di questi progster sempre ambiziosi. I Big Big Train meritano un applauso perché, dopo l’addio del bassista fondatore Andy Poole, con «Grand Tour» hanno provato qualcosa di nuovo e hanno creato un album che per qualità entra senza dubbio nell’élite della loro discografia e ad ogni nuovo ascolto suona fresco.
Recensione di: Peter Podbrežnik
Tracklist:
1. Novum Organum (2:33)
2. Alive (4:31)
3. The Florentine (8:14)
4. Roman Stone (13:33) :
– Part 1: Foundation
– Part 2: Rise
– Part 3: Ne Plus Ultra
– Part 4: Fall
– Part 5: Legacy
5. Pantheon (6:08)
6. Theodora in Green and Gold (5:38)
7. Ariel (14:28) :
– Part 1: Come Unto These Yellow Sands
– Part 2: Noises, Sounds and Sweet Airs
– Part 3: New Place
– Part 4: O! There are Spirits of the Air
– Part 5: Music, When Soft Voices Die
– Part 6: Casa Magni, 1822
– Part 7: Approach, My Ariel, Come
– Part 8: Coda: The Triumph of Life
8. Voyager (14:03) :
– Part 1: On the Ocean
– Part 2: The Farthest Shore
– Part 3: The Pillars of Hercules
– Part 4: Further Beyond
– Part 5: Grand Finale
– Part 6: The Space Between the Stars
– Part 7: Homecoming
9. Homesong (5:12)
Big Big Train:
David Longdon – voce principale e cori, flauto, chitarra, mandolino, tastiere, percussioni
Dave Gregory – chitarra elettrica e a 12 corde
Rikard Sjöblom – tastiere, chitarra elettrica e a 12 corde, fisarmonica, cori
Danny Manners – tastiere, contrabbasso
Rachel Hall – violino, viola, violoncello, cori, arrangiamenti per archi
Greg Spawton – basso, pedali del basso, chitarra a 12 corde, arrangiamenti per fiati
Nick D’Virgilio – batteria, percussioni, tastiere, chitarra, cori
Musicisti ospiti:
John Hinchey – arrangiamenti per archi
Rick Wentworth – direttore d’orchestra
Everton Nelson – violino
Emil Chakalov, Richard George, Kathy Gowers, Oliver Heath, Ian Humphries, Martyn Jackson, Oli Langford, Kate Robinson, Nicky Sweeney – violino
Max Baillie – viola
Fiona Bonds – viola
Jake Walker – viola
Ian Burdge – violoncello
Chris Allan – violoncello
Tony Woollard – violoncello
Paul Kimber – contrabbasso
Richard Pryce – contrabbasso
Dave Desmond – trombone, arrangiamenti per fiati
Ben Godfrey – cornetta, tromba
Jon Truscott – tuba
John Storey – eufonio
Nick Stones – corno francese