Clockwork Angels

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Rush
Etichetta: Roadrunner Records
Uscita: 2012
Durata: 66:04
Voto: 5/5

Il leggendario trio canadese dei Rush è tornato con il suo diciannovesimo album in studio, intitolato »Clockwork Angels«. Già prima di mettere su il loro ultimo lavoro si sentiva che, dopo due dischi in studio di grande qualità ma a cui mancava ancora qualche finezza per toccare la brillantezza, stavolta avevano preparato qualcosa di davvero eccezionale, anche se ascoltando i brani usciti in anticipo, »Caravan« e BU2B«, ancora non lo si poteva immaginare. La notizia del nuovo album di questi eleganti maestri dell’art rock di Toronto è circolata poco dopo l’uscita dell’ottimo predecessore »Snakes & Arrows« (2007), così l’attesa tra le legioni di fan fedeli in questi cinque anni è stata davvero febbrile, ma ne è valsa eccome la pena, perché i Rush sono tornati con il loro miglior lavoro in studio dalla fine degli anni Ottanta, o quantomeno da »Roll the Bones« (1991) in poi, il che, considerati gli anni sul groppone di tutti e tre, è semplicemente fascinoso. Geddy, Alex e Neil su »Clockwork Angels« hanno unito di nuovo le forze con il noto produttore Nick Raskulinecz, con cui avevano già lavorato su »Snakes & Arrows«. In un certo senso contro le aspettative, visto che la maggior parte dei fan sotto sotto si aspettava un disco molto più grezzo, compatto e perlopiù tirato, l’ultimo Rush si distingue dal predecessore, sia per produzione che per stile, con sollievo ed entusiasmo generale, e nel miglior modo positivo possibile.

»Clockwork Angels« è un concept album, cosa che il trio aveva annunciato già molto prima dell’uscita. I singoli brani raccontano i grandi viaggi per il mondo di un giovane che ha deciso di sfidare tutti gli ostacoli e di seguire i propri sogni. La storia è ambientata in un mondo immaginario, simile al nostro. Nel suo viaggio tumultuoso attraverso paesaggi diversi, in cui incontra pirati, anarchici, città perdute e si ritrova in mezzo a un carnevale, è sempre intrappolato tra caos e ordine. Lungo il cammino incontra il misterioso Orologiaio, che ha il potere di controllare il tempo e lo mette di fronte a numerose prove filosofiche. Alla fine, dopo tante delusioni e dure prove di vita, il protagonista decide di stabilirsi in un posto che ama e di coltivare un orto, a simboleggiare che alla fine ha ‘ritrovato se stesso’. La copertina dell’album mostra un orologio con simboli alchemici al posto dei numeri. I testi di Neil sono, come al solito, profondi, intelligenti, spiritosi e sociologicamente acuti, mentre per costruire il concept si è ispirato in parte al Candido di Voltaire.

I Rush avevano annunciato già prima dell’uscita che avrebbero proseguito sulla strada più dura dei due album precedenti, cosa che lasciava intuire la versione iniziale dell’opener »Caravan«, che però nella forma definitiva e in compagnia degli altri pezzi di »Clockwork Angels« suona parecchio diversa, si potrebbe dire molto più ambient e accattivante rispetto alla prima versione dal vivo. »Caravan« racconta l’inizio del viaggio del ragazzo dal modesto ambiente di paese verso il ‘mondo grande’ ed è uscita anche come primo singolo dell’album. La voce protettiva di Geddy, che invecchia come il buon vino, accompagna il tipico riff tagliente di Alex e i massicci passaggi di batteria di Neil, elaborati al momento giusto, e il tutto, sorprendentemente, è avvolto da raffinati arrangiamenti sinfonici come non si sentivano nei Rush dall’inizio degli anni Novanta. Il brano nel suo insieme suona decisamente compatto e incisivo, ma allo stesso tempo anche dannatamente sofisticato, merito soprattutto della produzione fenomenale curata a quattro mani dal trio d’acciaio e dal signor Raskulinecz. Il fatto che l’album si pieghi sotto il peso di arrangiamenti orchestrali sofisticati (che comunque restano per lo più sullo sfondo) come non succedeva da tempo farà felici tutti i fan che dalla fine degli anni Ottanta rimpiangono una maggiore presenza di tastiere nel vocabolario sonoro dei Rush.

 »BU2B«, un altro gran pezzo stratificato, si apre con un’introduzione acustica e sognante finché, grazie a un riff di chitarra di Alex quasi brutale, non sfocia in una sezione ‘calda’, ingrassata dal tempo turbinoso della batteria di Neil, in cui si percepiscono insieme assenza di compromessi e sottigliezza. Geddy intanto, con le sue linee di basso melodiche e uno sfogo vocale inferocito, si dà da fare come sempre per far salire l’atmosfera melodrammatica. Qui il testo tocca l’infanzia noiosa e prevedibile del ragazzo, sotto lo sguardo del misterioso governatore della città, l’Orologiaio, una specie di Grande Fratello di questo mondo immaginario. Nel suo idealismo adolescenziale il ragazzo ovviamente decide di ribellarsi, scappa e parte per un lungo viaggio verso terre lontane. Prima però decide di visitare la capitale, dove ammira una cattedrale gigantesca in cui regnano i cosiddetti guardiani del tempo, comandati dall’Orologiaio.

La title track, una vera prelibatezza art rock, è uno dei pezzi più interessanti dei Rush degli ultimi anni. »Clockwork Angels« è infatti una giostra epica, super-complessa e ambient, che si apre con una vocalizzazione drammatica e dissonante e con un tappeto frizzante dei piatti di Neil, per poi, dopo un’introduzione ritmica complessa, passare del tutto inaspettatamente a un motivo decisamente etereo e sfacciatamente contagioso. Questa condizione viene presto interrotta da energiche pennellate di chitarra e da possenti passaggi di batteria. Il culmine ambient arriva in un ritornello ipnotico, attraverso cui scorrono in sottofondo, in modo splendido, eteree multi-armonie. L’assolo di chitarra del maestro Lifeson, intelligente e spiritoso nella costruzione, condisce ulteriormente l’atmosfera imponente, mentre Geddy tra le altre cose sperimenta anche con il vocoder. Il testo descrive il fascino del ragazzo per la grande piazza della città, dedicata all’antico dio del tempo Crono, e per la maestosa cattedrale.

»The Anarchist« è una creatura un po’ più dura, con in primo piano un riff di chitarra tagliente e del tutto unico e una linea di basso bella groovosa. Il cambio di motivi ambient e di tempi è di nuovo straordinariamente ricco, mentre il continuo alternarsi di finezze ritmiche porta l’ascoltatore in un attimo in un viaggio indimenticabile. Nell’interpretazione vocale Geddy viene di nuovo ‘sbattuto’ in lungo e in largo, come se avesse almeno vent’anni di meno. È chiaro che il leggendario cantante e bassista, pur mantenendo il suo timbro riconoscibile a chilometri di distanza, ha cambiato un po’ approccio alla tecnica vocale, cosa che alla sua età gli permette di raggiungere più facilmente le note alte. Gli arrangiamenti orchestrali a strati, intanto, garantiscono di nuovo una bella profondità ambient, che si sposa alla perfezione con il testo, dove il ragazzo, girovagando per la città, si imbatte in un enigmatico imbonitore e poi in un anarchico. »Carnies« nell’intro ha i suoni giocosi di un carnevale, finché un riff di chitarra brutale non interrompe tutto. Geddy, mentre suona con temperamento linee di basso piene e corpose, suona di nuovo inconsolabile nel raccontare gli eventi epici, quando il ragazzo incontra l’anarchico e in mezzo alla folla scampa per un pelo a un attentato dinamitardo.

La bella ballad semi-acustica »Halo Effect« racconta dell’innamoramento del ragazzo per una bellissima acrobata e della grande delusione che segue alla fine della loro storia, condannata fin dall’inizio. Qui dà la colpa a se stesso e alla sua proiezione della donna ideale, che voleva imporre a tutti i costi all’acrobata delusa. La melodia ipnotica si fonde completamente con l’atmosfera che sale, in netto contrasto con la voce malinconica di Geddy. »Seven Cities Of Gold«, che si apre con una linea di basso sferragliante, si riferisce al viaggio del ragazzo su una nave di nome Poseidone attraverso l’oceano, per scoprire in mezzo al deserto le misteriose, mistiche ‘città d’oro’, dove si trovano tanti preziosi metalli alchemici con cui otterrebbe più prestigio nel suo mondo. Il riff di chitarra, pieno di temperamento e selvaggio, si fonde con massicci passaggi di batteria e con il ‘vibrare’ del basso, mentre il ritornello è decisamente melodrammatico.

L’epico multi-complesso »The Wreckers«, terzo singolo dell’album, in cui il giovane viaggiatore, dopo una deludente esperienza nel deserto, riparte per mare sulla sua nave e viene attaccato dai pirati, è uno dei risultati migliori del disco e si piega sotto il peso dei maestosi arrangiamenti orchestrali sullo sfondo. Il trio indomabile costruisce lentamente un’atmosfera drammatica che raggiunge il culmine in un ritornello magnifico e marcatamente melodico, attraversato da possenti multi-armonie di impronta sinfonica. Un ambiente così eteree e intenso nei Rush non si sentiva dai tempi in cui in studio hanno iniziato piano piano ad abbandonare l’uso dei sintetizzatori.

»Headlong Flight«, il pezzo tirato, secondo singolo dell’album, rappresenta un momento concettuale importante, quando il viaggiatore, ormai non più così giovane, si volta a guardare tutte le sue avventure fino a quel punto e capisce che, nonostante le tante delusioni, non cambierebbe nulla se potesse tornare indietro nel tempo. Anche stavolta si tratta di un pezzo interessante e per quanto possibile complesso, con linee di basso piene di temperamento, crash di batteria spietati e frasi di chitarra spiritose, che spesso sembra che il signor Lifeson tiri fuori da sotto le dita con una facilità incredibile. Nella seconda parte del brano si scatena un vero e proprio stampede hard rock, con la batteria che picchia senza compromessi e un’offerta scaltra di follie chitarristiche. L’atmosfera oscilla tra il cupo e l’ottimista, mentre nell’interpretazione vocale Geddy tocca qualche linea ragguardevolmente alta.

»BU2B2« è una breve ouverture ambient, dove nel testo il personaggio centrale del concept rinuncia a tutte le illusioni giovanili tranne la fede nell’amore, ma anche su quella è sempre più scettico, perché fa parte della sua educazione e non viene dal cuore. L’atmosfera tesa si chiude con l’ingresso dell’eccellente »Wish Them Well«, in cui i Rush dimostrano di nuovo la loro straordinaria capacità di unire impatto senza compromessi e  sottigliezza, creando ancora una volta un’atmosfera intensissima con il culmine in un ritornello melodico. Nel testo il protagonista, dopo tante delusioni e la fine di avventure che per lo più gli hanno portato solo guai, è moralmente ed emotivamente a pezzi, ma non vuole arrendersi al cinismo, così decide di scrollarsi di dosso tutta la zavorra emotiva e le convinzioni sbagliate e negative.

Il pezzo migliore di »Clockwork Angels« si trova proprio in fondo, nelle vesti del magnifico epos progressive rock »The Garden«, che è anche una delle creazioni più ambiziose della loro lunga e gloriosa carriera, il che è ancora più sbalorditivo. Qui regna il dominio assoluto di raffinati arrangiamenti orchestrali, che finalmente passano in primo piano, mentre su di essi scivola una melodia ipnotica di chitarra acustica. I contrasti ambient in mezzo all’ondeggiare dell’orchestra sono bellissimi ed esaltanti e si legano alla perfezione alla conclusione del concept, quando il protagonista finalmente scopre ‘se stesso’ e si stabilisce nel ruolo finale di umile giardiniere, il che ricorda un po’ il finale della leggendaria satira di Voltaire sull’ottimismo, intitolata Candido. Naturalmente non manca nemmeno un assolo di chitarra gastronomico, che aumenta ancora l’intensità ambient degli arrangiamenti solenni e sublimi, mentre la voce di Geddy non suonava così convincente da tempo, per quanto riguarda la trasmissione sentita di emozioni più alte.

»Clockwork Angels« è il nuovo capolavoro dei Rush, quello che aspettavamo da più di vent’anni e al momento il candidato numero uno a miglior album progressive rock del 2012. Il trio inseparabile, ingrassato con ogni olio possibile, ha sfornato un concept album brillante che entra a lettere d’oro negli annali dei migliori risultati dei Rush in assoluto, dimostrando che anche alla loro età si possono ancora spostare i paletti nell’unire perfezione di arrangiamento, composizione, strumentazione e produzione. La festa solenne per tutti i fan fedeli delle leggende musicali canadesi può cominciare!

Formazione

Geddy Lee – basso, pedali bass, voce, sintetizzatore
Alex Lifeson – chitarra elettrica, chitarra acustica, chitarra a 12 corde, tastiere aggiuntive
Neil Peart – batteria e percussioni

MUSICISTI OSPITI:
David Campbell – arrangiamenti orchestrali e direzione
Jason Sniderman – pianoforte e tastiere aggiuntive

Produzione

Rush e Nick Raskulinecz

Tracklist

1. Caravan (5:40)
2. BU2B (5:10)
3. Clockwork Angels (7:31)
4. The Anarchist (6:52)
5. Carnies (4:52)
6. Halo Effect (3:14)
7. Seven Cities Of Gold (6:32)
8. The Wreckers (5:01)
9. Headlong Flight (7:20)
10. BU2B2 (1:28)
11. Wish Them Well (5:25)
12. The Garden (6:59)

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