Cor Cordium

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Glass Hammer
Etichetta: Arion
Uscita: 2011
Durata: 62:03
Voto: 4.5/5

La band progressive rock americana Glass Hammer, nota per l’abitudine di appoggiarsi al suono massiccio degli arrangiamenti di tastiera, che nelle produzioni dei suoi lavori in studio hanno quasi sempre il ruolo di protagonista, e per l’amore verso l’eredità dei giganti del prog come Emerson, Lake & Palmer, Genesis, Greenslade e soprattutto Yes, giusto per citare qualcuna delle influenze principali, nel 2011 è tornata sulla scena con il suo quattordicesimo album in studio »Cor Cordium« (in latino ‘Cuori dei cuori’). Stavolta, contro la tradizione ormai consolidata, non è un concept. I Glass Hammer portano avanti la loro fedeltà alla forma vecchia scuola del prog rock sinfonico, sotto la forte influenza dei classici Yes, anche se nel loro caso sarebbe un po’ ingiusto parlare di ‘cloni’ o paragonarli a gruppi come Starcastle, England e Druid.

Sono appassionati delle opere di leggendari scrittori di narrativa fantasy come J.R.R. Tolkien e C. S. Lewis e hanno cominciato a spianarsi la strada dopo l’uscita dell’esordio concettuale »Journey of the Dunadan« (1992); anche qui i singoli brani continuano a poggiare sui pilastri multistrumentali dei due comandanti della band, Fred Schendel e Steve Babb. I due, infatti, fin dalla nascita dei Glass Hammer sono i principali compositori e artefici di arrangiamenti stratificati, e in più si alternano a tastiere, basso e voce. Schendel è un ‘pazzo’ multistrumentista ancora più scatenato, visto che all’occorrenza suona anche batteria, chitarra e flauto. Alla batteria è tornato a dare una mano il musicista ospite Randall Williams.

Il cantante Jon Davison, che si era presentato ai fan dei Glass Hammer per la prima volta sul predecessore di »Cor Codium«, »If« (2010), nel frattempo si è visto toccare un onore speciale: è diventato il nuovo cantante delle leggende del progressive rock britannico Yes. In realtà è arrivato negli Yes come sostituto di Benoit David (Mystery). Il timbro di Davison, grazie alla facilità con cui raggiunge le ‘frequenze’ più alte, ricorda davvero un po’ il leggendario Jon Anderson, ma probabilmente lui stesso sa bene che il suo status è solo temporaneo, perché non esiste un eroe del microfono capace di infilarsi le scarpe di Jon. I Glass Hammer portano nei loro testi numerosi temi fantasy, di solito ispirati alle opere dei letterati citati prima. A volte si inventano una finzione tutta loro e si lasciano andare spesso anche alla tradizione e alle convinzioni cristiane, come si vedeva nel concept album »Lex Rex« (2002), pur riuscendo a scrollarsi di dosso l’aggettivo ‘cristiano’ che certuni vorrebbero appiccicargli. La loro indole devota fa sì che ogni tanto scivolino in sfere emotive patetiche tipicamente americane,  cosa che su »Cor Codium« si sente parecchie volte.

La principale ‘arma’ d’atmosfera dei Glass Hammer su »Cor Cordium« resta negli arrangiamenti sinfonici massicci e stratificati, grazie a un ricco assortimento di tastiere, mentre non sono da buttare nemmeno le parti di chitarra malinconiche firmate Kamran Alan Shikoh, che contribuiscono con maestria a creare un’atmosfera dinamica. Le armonie vocali alla Yes, guidate dalla voce ‘cinguettante’ di Davison, portano nella loro musica un’aria positiva dall’inizio alla fine, anche se i suoi compagni strumentisti sanno eccome arroventare i propri ‘martelli’ strumentali quando serve. Tutte queste qualità le trovi nella ghiotta epopea d’apertura »Nothing Box«, che a tirarla giù è solo un testo un po’ patetico, il che è peraltro il difetto principale dell’intero album. L’alternarsi continuo di arrangiamenti sinfonici sontuosi su organo Hammond, mellotron e sintetizzatori di ogni tipo aiuta di continuo a mantenere la struttura melodica del brano, cosa che nel linguaggio sonoro dei Glass Hammer è importantissima da sempre.

»One Heart« contiene numerosi arrangiamenti ‘alla Wakeman’ alle tastiere, mentre la melodia briosa, il ritornello allegrotto e il testo positivista ti riportano subito agli Yes. L’imitazione fedele di Jon Anderson da parte di Davison stavolta è quasi un po’ comica, anche se tutti e tre gli strumentisti dei Glass Hammer, col tempo, riescono a impastare queste influenze yesiane attraverso meandri ritmici e a dare al pezzo almeno un minimo di fisionomia propria. »Salvation Station«, dove si sente anche una piccola influenza dei Genesis, sorprende con finezze ritmiche di basso e batteria condite di jazz, mentre il ritornello melodico torna a essere armato di arrangiamenti sinfonici robusti e di una serie di voli solisti brillanti sulle singole tastiere. Alan Shikoh, dita veloci, è un chitarrista eccellente che più che evidentemente viene dal jazz fusion, visto che tra le altre cose si sentono più volte chiaramente le influenze della Mahavishnu Orchestra e di John McLaughlin. Vuol dire che il suo stile è diverso da quello di Steve Howe (Yes), il che demolisce in un attimo le teorie sui Glass Hammer come perfetti cloni degli Yes.

»Dear Daddy« è un pezzo stratificato, con una serie di cambi improvvisi di tempo e di motivi. La parte iniziale, in cui Davison è aiutato nelle armonie vocali da Schendel e Babb, ha una delicata melodia acustica che a poco a poco si fonde con il suono frusciante di trame di sintetizzatori ramificate. Il risultato di questa combinazione è un’atmosfera spiccatamente eterea che, nonostante il testo ingenuo e ‘a misura di famiglia’, porta l’ascoltatore senza fatica oltre i confini del razionale. Il complesso epos »To Someone« è un’altra mazzata symph prog ‘alla Yes’, dove regnano arrangiamenti sinfonici maestosi, gustose melodie pastorali di chitarra e un’ottima prova vocale di Davison, stavolta armato di armonie di accompagnamento sacrali. Anche qui dentro ci sono tantissimi momenti per mettere in mostra le doti virtuosistiche dei singoli, mentre il fascino principale di questo ottimo brano è la sua atmosfera eccezionale, che cresce d’intensità di secondo in secondo. Le tastiere si ritrovano ancora una volta nel ruolo di sezione ritmica trainante, mentre la chitarra costruisce la melodia centrale. »She, A Lonely Tower« è un’altra composizione epica, piena di spiritosi capovolgimenti temporali, dove dominano possenti arrangiamenti orchestrali e meravigliose armonie vocali, spesso accompagnate dall’elegante suono del pianoforte. Questo brano superbo si fa strada con convinzione tra complessi meandri ritmici, mentre l’ottima voce di Davison, sostenuta da dinamiche parti di chitarra e da sipari orchestrali, garantisce sempre un’alta melodicità.

»Cor Cordium« è il tipico album dei Glass Hammer, spiccatamente ‘bello’, con una carica symph prog da antiquariato che nella sua pomposità più ‘yesiana’ di così proprio non potrebbe essere (tra l’altro ha pure una copertina firmata Tom Kuhn, che pesca l’ispirazione dal leggendario Roger Dean), eppure mentre lo ascolti non ti prende mai la sensazione di prevedibilità. Nonostante la solita mancanza di personalità, il tutto è suonato a un livello artistico sbalorditivo, l’atmosfera è eccezionale dall’inizio alla fine e a ravvivare il resto c’è una produzione insolitamente ‘viva’, quindi senza dubbio siamo davanti a uno dei loro lavori migliori finora. I testi da bigotti, che non sono nemmeno lontanamente religiosi quanto quelli con cui Neal Morse (ex-Spock’s Beard) sa ammorbare la scena, con i suoi inchini eccessivi al ‘Signore’, e non sono poi così diversi dai mantra new age predicati da Jon Anderson e Roine Stolt (The Flower Kings), sono l’ultimo dei problemi, perché »Cor Cordium« offre un sacco di piaceri d’ascolto.

Formazione

Fred Schendel – tastiere, steel guitar, voce d’accompagnamento
Steve Babb – basso, tastiere, voce d’accompagnamento
Jon Davison – voce solista, chitarra acustica
Alan Shikoh – chitarra (elettrica e acustica), sitar

MUSICISTI OSPITI:
Randall Williams – batteria
Jeffrey Sick – violino su “Dear Daddy”
Ed Davis – viola su “Dear Daddy”

Produzione

Glass Hammer

Tracklist

1. Nothing Box (10:53)
2. One Heart (6:20)
3. Salvation Station (5:08)
4. Dear Daddy (10:30)
5. To Someone (18:15)
6. She, A Lonely Tower (10:57)

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