Duke
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Genesis
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1980
Voto: 3.5/5
“Duke” è un disco interessante e unico per i Genesis sotto più di un aspetto, perché è una specie di ponte tra le due facce della band. Qui i Genesis hanno fatto il grande passo dal rock progressivo al pop, o meglio al new wave degli anni 80, diventando dall’oggi al domani una popstar globale capace di riempire gli stadi come se niente fosse, ma al prezzo della creatività musicale e della perdita della maggior parte dei vecchi fan. Dopo il successone di “Follow You Follow Me” dal disco precedente “And Then There Were Three” (1978), non sorprendeva più di tanto che decidessero di lasciarsi alle spalle il passato da una delle migliori e più importanti band di rock progressivo dei 70 e di adeguarsi ai tempi nuovi. La loro musica ha cominciato a poggiare su pezzi più brevi, basati più o meno su new wave e su spunti rhythm ‘n’ blues. Insomma, qualcosa che nella loro musica prima non si era mai sentito. “Duke” è così una sorta di ibrido a metà strada tra prog e pop. Ed è proprio questo a rendere l’album così particolare, perché la combinazione dei due stili ha dato risultati davvero interessanti. Inoltre, pare che all’epoca questo disco sia diventato un modello per tante band prog nate negli anni 80, che diedero vita al nuovo genere neo-prog (Marillion, IQ, Pendragon, Pallas, Twelfth Night…). Con questo album Phil Collins è diventato l’elemento guida del gruppo, soprattutto con i suoi testi d’amore e di denuncia sociale e con il carisma del mattatore nato. Con questo disco è diventato l’autore della maggior parte dei testi e della musica della band. Qui però la sua influenza sul gruppo non si sente ancora così tanto, perché la carriera solista sarebbe partita poco dopo, a disco uscito. Le separazioni dolorose sono diventate evidentemente uno dei temi lirici principali di Collins, e il concept di “Duke” si basa proprio sulla sua traumatica rottura con la prima moglie. I testi sono diventati molto più personali, anzi praticamente solo di questo tipo, a scapito dei temi intelligenti e surreali dei dischi precedenti. Nonostante il dominio del sound new wave/pop, dei ritmi di batteria programmati da Collins (per la prima volta in un disco della band) in alcuni passaggi e delle tastiere moderne di Tony Banks, la maggior parte dei pezzi è molto piacevole e dovrebbe piacere anche alla maggior parte dei fan dei Genesis classici. La voce di Collins è migliorata parecchio fino a questo album, e qui sono sparite quasi del tutto le somiglianze con il suo predecessore. D’altra parte “Duke” contiene parecchi pezzi pop da buoni a nella media, che sono stati praticamente tutti grandi successi, per esempio “Behind The Lines”, “Duchess”, “Misunderstanding”, “Turn It On Again” e “Alone Tonight”.
“Duke” è un album a metà strada tra il concept e non, e a grandi linee racconta, attraverso alcuni brani, la storia di un “duca” (“Duke”) solitario, lasciato dall’amata e altezzosa “duchessa” (“Duchess”); rimasto solo come un cane (“Behind The Lines”), passa le sue giornate sempre uguali a guardare tristemente fuori dalla finestra, tra i lacrimoni (“Alone Tonight”), dimenticato dal mondo intero e spiaggiato apaticamente davanti alla TV (“Turn It On Again”). Alla fine si decide a partire per cercarla (il finale con “Duke’s Travels” e “Duke’s End”), ma non sapremo se l’abbia trovata. Il finale della storia se lo può quindi immaginare ognuno come vuole. Magari questo concept di Collins suona un po’ patetico (come, a dirla tutta, buona parte della sua poesia confessionale successiva, soprattutto quella da solista), ma lungo tutto il disco, tra musica e testi, si sente comunque un filo conduttore, un legame tra i pezzi, con alcuni motivi che tornano più volte da un brano all’altro. Pare che “Duke” all’inizio fosse addirittura pensato come un album completamente concettuale con una suite più lunga nello stile di “Supper’s Ready” (Foxtrot, 1972), ma proprio per questo l’hanno preferito “spezzettare” in più brani, con grande sollievo della casa discografica e con dispiacere della maggior parte dei vecchi fan. I pezzi che formano il concept sono anche i migliori del disco.
“Behind the Lines”, pomposa e drammatica, è una delle aperture più energiche nella storia della band, con un’introduzione strumentale d’impatto sul synth di Banks e il riconoscibile ritmo jazzato Collins-Rutherford. Poi si passa a una parte chiaramente costruita sul soul, aperta dalla voce di Collins. Un brano che presenta senza mezzi termini la nuova faccia della band, entrata a passo deciso negli 80 con il sound new wave. Di certo un passo piuttosto evidente verso la commercializzazione, ma comunque un pezzo molto solido. Collins ha pubblicato lo stesso brano in una versione leggermente diversa anche sul suo primo disco solista “Face Value” (1981). Subito dopo arriva “Duchess”, la cui parte iniziale si basa sulla combinazione tra i ritmi etnici programmati da Collins alla batteria e i synth new wave moderni, ma allo stesso tempo ha una struttura epica ed è perciò una delle creazioni “pop” più interessanti del disco. “Guide Vocal” è una breve ma drammatica ouverture al pianoforte con la voce molto sentita di Collins, seguita da “Man Of Our Times”, con il ritmo frammentato, la voce di Collins un po’ distorta ma splendida e i synth moderni di Banks. Un ottimo incrocio tra le riconoscibili variazioni progressive della band e il new wave, con il ritornello marchio di fabbrica di Collins. La commercializzazione è palese nel pezzo pop “Misunderstanding”, che all’uscita fu un grande successo, ma che è anche uno dei brani più deboli di questo disco e di tutta la band, con un testo parecchio patetico. Il fatto è che, con tutta la sua semplicità commerciale, dopo un paio di ascolti ci si stufa piuttosto in fretta. “Heathaze” è quindi uno dei pezzi migliori del disco, porta addirittura un po’ dello spirito dei Genesis classici e il motivo principale a me ricorda vagamente uno dei primi lavori dei Marillion. “Turn It On Again” è un altro successo pop con un riff azzeccato di Rutherford. Niente di speciale, ma comunque uno dei migliori pezzi pop della band. “Alone Tonight” è una ballatona di Collins con un ritornello piuttosto patetico, che ricorda già parecchio le sue cose sosoliste. Non dubito però che a più di un’anima sensibile si inumidiranno gli occhi ascoltandola, perché il tipo canta davvero col cuore. “Cul de Sac”, invece, è una composizione stupenda, a metà strada con il prog, che rialza di nuovo l’atmosfera del disco e ha tutte le migliori qualità della band, e perfino il testo somiglia di più ai “bei vecchi tempi” del gruppo. Tutti e tre i musicisti ci mettono l’anima. “Please Don’t Ask” è una delle migliori ballate della band con la voce di Collins, ed è senza patetismi inutili.
Il culmine dell’album è senza dubbio il fantastico finale epico, diretto magistralmente da Banks e composto da due parti, “Duke’s Travels” e “Duke’s End”, che insieme formano un tutto sensato e rappresentano la fine del vagabondare del Duke e una splendida chiusura del disco. La drammatica “Duke’s Travels”, che si apre con lo sciabordio delle onde sui synth e, oltre all’ottimo classico ritmo jazzato Collins-Rutherford, contiene uno dei migliori e più lunghi assoli di Banks sui synth moderni, è una vera leccornia per tutti gli amanti dei Genesis classici. A un certo punto la composizione suona davvero cosmica e quando si aggiunge anche l’ottima voce di Collins si spalanca all’improvviso il vero nono cielo del prog. Non ricordo che la voce di Collins, né prima né dopo, abbia mai suonato così “elevata” come in questo pezzo. Questa corona epica è l’ultimo grande capolavoro progressivo della band e una delle sue migliori composizioni, che può tranquillamente competere con i suoi lavori migliori degli anni 70. Quando alla fine in “Duke’s End” ritorna ancora una volta il motivo di base di “Behind The Lines”, l’album si chiude in modo sensato, proprio com’era iniziato. Posso dire che questo fenomenale finale epico alza la qualità del disco di almeno una categoria, ed è proprio per questo che “Duke” merita attenzione anche da parte di chi, dopo “Follow You Follow Me”, aveva perso la speranza nella commercializzazione della band.
Con “Duke”, che è stato un successo enorme in tutto il mondo e il loro primo disco “d’oro” nelle classifiche britanniche, i Genesis hanno fatto un ottimo disco, che naviga con successo tra prog e pop e allo stesso tempo ha ancora abbastanza elementi progressivi da non annacquarsi in un banale disco new wave pop, anche se è pure un annuncio più che evidente della decisione della band di dedicarsi proprio a questa direzione e di buttare via la propria espressione creativa. La produzione è eccellente e l’album ha un sound molto “vivo”, forse il più vivo di tutti i dischi della band. Per tutti gli ascoltatori di AOR e pop rock “Duke”, nonostante la complessità a tratti, è una vera leccornia, mentre per i fan del rock progressivo e dei Genesis classici è l’ultimo disco della band che valga la pena ascoltare, quello in cui il gruppo non ha ancora svenduto la propria espressione musicale al successo commerciale più grande né si è piegato alla carriera solista di Collins. Chi infatti non si farà troppi problemi con l’eredità dei Genesis degli anni 70 scoprirà in “Duke” tantissimi momenti musicali meravigliosi.
Formazione
Phil Collins – voce, batteria, programmazione della batteria
Mike Rutherford – chitarra, basso, cori
Tony Banks – tastiere, chitarra a 12 corde, cori
Produzione
David Hentschel e Genesis
Tracklist
1. Behind The Lines (5:43)
2. Duchess (6:25)
3. Guide Vocal (1:21)
4. Man Of Our Times (5:34)
5. Misunderstanding (3:13)
6. Heathaze (4:57)
7. Turn It On Again (3:46)
8. Alone Tonight (3:54)
9. Cul-De-Sac (5:06)
10. Please Don’t Ask (4:00)
11. Duke’s Travels (8:39)
12. Duke’s End (3:08)
Durata dell’album: 55:46