Ha appena spento 50 candeline anche il terzo album in studio dei leggendari rocker agrario-progressive britannici Jethro Tull, intitolato “Benefit“. Vero, non è il disco della svolta nella loro carriera, ma conta eccome per il suo ruolo di transizione: è lui che, un anno dopo, ha portato i campioni del mestiere prog-rock al tanto sospirato salto di qualità con il successore in studio, diventato patrimonio comune di tutta la tribù rock più ortodossa, «Aqualung». Per questo anche «Benefit» si merita due righe «commemorative».

Il momento in cui la band ha iniziato piano piano a trasformarsi in una potenza del progressive rock è stato, di fatto, l’arrivo di Martin Barre. Certo, anche John Evan ci ha messo del suo, ma di lui parliamo meglio più avanti. L’arrivo di Barre ha alimentato la visione innovativa (per l’epoca) di Ian Anderson, oltre al suo diabolico eccentrismo sul palco, che si guadagnava sempre più simpatie tra il pubblico. Barre ricorda: «Fu il punto di svolta per tutto ciò che ci ha reso riconoscibili e per tutto ciò che ci ha portato a ispirare anche altre band.»

La band è tornata a casa da un tour americano di grande successo, durante il quale era arrivato anche l’invito a unirsi ai musicisti del festival di Woodstock. Ian Anderson ha rifiutato, perché non voleva che il gruppo venisse associato alla marcia globale degli hippie di quel periodo. Al ritorno dagli USA i membri erano parecchio provati, e in più si erano sgretolate le loro illusioni sulla terra dove scorrono latte e miele. A dare altri mal di testa ad Anderson ci pensava la già citata hippiata, mentre i rapporti incrinati facevano crescere gli attriti tra la band e l’etichetta di allora. Tutto questo si riflette anche nel modo in cui Anderson ha composto il materiale per «Benefit», registrato tra dicembre 1969 e gennaio 1970. Per queste circostanze è più cupo del predecessore «Stand Up». Comunque sia, la transizione era necessaria: senza di essa i Jethro Tull difficilmente sarebbero arrivati, passando da «Benefit», ad «Aqualung» e poi fino a catapultarsi in prima fila tra le band più in vista di un genere sempre più d’attualità, quello che si era preso l’etichetta di progressive rock.
In questo periodo la band ha vissuto uno dei rari momenti di formazione stabile per un po’, e Anderson voleva coinvolgere anche un tastierista. Insomma, un quinto membro. Così è riuscito ad accaparrarsi il suo vecchio compare della John Evan Band, John Evan. Evan era rimasto a Londra dopo lo scioglimento della sua band, la John Evan Band. Divideva l’appartamento con Anderson e proprio in quel periodo stava iniziando gli studi all’Università di Londra. Anderson ed Evan non si vedevano granché, perché Anderson era di colpo sommerso dagli impegni legati ai Jethro Tull. Evan tentennava sull’unirsi al gruppo, perché non voleva trascurare lo studio. Sia sui palchi che in studio, Evan non era ancora un membro ufficiale. Per questo sulle copertine di «Benefit» i Jethro Tull compaiono ancora come quartetto. A fine gennaio 1970 la band è tornata a Top of the Pops della BBC, dove ha eseguito il brano Witch’s Promise. Già con Evan sul palco.
Il predecessore «Stand Up», accolto alla grande, aveva dato alla band una solida base creativa, e i Jethro Tull hanno potuto lanciarsi con ancora più sicurezza, con nuove idee e un nuovo sound, negli spazi liberi della sperimentazione, prendendo le distanze dai due album precedenti dal punto di vista stilistico e lasciandosi ancora più indietro le influenze delle radici blues. All’uscita, il 20 aprile 1970, «Benefit» è schizzato al 4° posto della classifica britannica degli album più venduti e all’11° posto della Billboard americana. Il successo ha aperto alla band la strada verso i palchi più grandi. Tra le altre cose, i Jethro Tull riempivano all’improvviso anche le arene, che accoglievano fino a 20.000 persone. Con il nuovo tour americano la band ha cementato il proprio status di attrazione live di prim’ordine.
Nell’agosto di quell’anno i Jethro Tull hanno suonato alla versione britannica di Woodstock, cioè l’Isle of Wight festival, dove si sono trovati davanti la folla più grande mai vista fino a quel giorno. All’esibizione all’Isle of Wight è seguito un nuovo tour americano. Alla sua conclusione Glenn Cornick ha lasciato la band. Cornick ha poi raccontato che a cacciarlo era stato Ian Anderson, anche se, stando alla testimonianza dell’allora manager e produttore degli album dei Jethro Tull Terry Ellis, la band avrebbe «invitato Cornick ad andarsene». Ellis aggiunge che il gruppo gli ha offerto pieno sostegno e lo ha incoraggiato a fondare una nuova band. Cosa che ha fatto: sono nati i Wild Turkey, che parecchi decenni dopo li ha resuscitati per un’esibizione a una delle convention dei Jethro Tull. Cornick è morto nell’agosto 2014. È molto probabile che, quando la corda si è spezzata, Anderson abbia in pratica sparato Cornick fuori dalla band. Anderson dice che i Jethro Tull hanno cominciato a prendere strade diverse da Cornick durante il tour americano. Glenn si stava infatti trasformando in una vera «bestia da festa», cosa che non andava d’accordo con gli altri tre membri, che andavano a letto con le galline e dopo i concerti preferivano leggersi un libro ciascuno nella propria camera d’albergo.
Insomma… Benefit è un album decisamente più vario dei due predecessori. Alcuni pezzi sono stati concepiti in modo particolarmente ambizioso, come annuncia l’opener, a tratti schizofrenico, «With You there to Help Me», segnato dal contrasto tra la dolcezza delle nebbioline del suono di flauto e un bel carico di decibel in più, quando il fraseggio di Barre si incontra con il flauto di Anderson. L’ardore del fraseggio di Barre e la sfrenata «irruenza» flautistica di Anderson, mescolati a momenti di sofisticatezza, toccano il vertice in «For Michael Collins, Jeffrey And Me», e questo non fa che sottolineare la transizione stilistica dell’album verso il progressive rock.
Gli arrangiamenti diventavano più complessi, e non lo nascondono «Nothing to Say», «A Time for Everything» e «To Cry You A Song», mentre l’album viene bilanciato con abilità da episodi in cui dominano le strutture della musica folk, come in «Inside» o nella mistica «Alive and Well and Living In».

Va sottolineata anche la scarsa fiducia in sé che allora aveva l’Island Records. Non sapeva infatti se “Benefit” avrebbe attecchito commercialmente, e nel caso, come. Il mercato era per lei un grosso enigma. Così ha tastato il terreno in vari modi, cosa che andava in conflitto con la posa artistica di Ian Anderson e compagni, e per cui ancora oggi ad Anderson viene il mal di testa. Il brano Teacher, uscito in Gran Bretagna solo come b-side del singolo “Witch’s Promise”, non è stato incluso nella versione europea dell’album, e ad Anderson fa venire il mal di testa soprattutto perché l’etichetta voleva un pezzo con due chitarre e senza un solo arrangiamento per flauto. “Teacher” invece si trovava nella versione dell’album uscita sul mercato americano. La versione europea di «Benefit» conteneva al suo posto «Alive and Well and Living», che in quella americana non c’era. I due brani sono stilisticamente lontanissimi, e questa è la prova che l’etichetta non sapeva cosa avrebbe fatto impazzire il pubblico. Su questo Anderson scuote la testa ancora oggi, visto che Teacher, più dura e rock, non gli è mai piaciuta nemmeno un po’. A questo punto la già proverbiale testardaggine e perseveranza di Anderson ha mostrato i denti all’etichetta, e già con l’album successivo i Jethro Tull sono diventati una stella che brillava con un’intensità tale che nessuno sul pianeta poteva più ignorarla.
Dopo il tour americano Cornick è stato sostituito dal bassista Jeffrey Hammond – Hammond, e ancora durante la registrazione di «Benefit» la band ha gettato anche un ponte di collaborazione con David Palmer, imboccando così l’era più fertile della propria produzione. Comunque sia, l’ottimo «Benefit» è rimasto incastrato tra due album più fortunati dei Jethro Tull, finendo ingiustamente snobbato nella vasta discografia della band, ma è proprio questo disco a portare la chiave decisiva che le ha aperto la porta per registrare, l’anno dopo, un album enorme, se non il più importante della sua carriera. Un album che dovrebbe stare di diritto nella collezione obbligatoria di reliquie artistiche di ogni casa che si rispetti e che tiene al rock’n’roll. Ma di questo parliamo un’altra volta.
Chi tra voi vuole saperne ancora di più su “Benefit” può (sempre) leggersi l’approfondita e ampia recensione di Peter Podbrežnik, pubblicata per la prima volta sulle nostre pagine nel lontano 17 giugno 2006!
Autore: Aleš Podbrežnik