Jethro Tull spalancano i cieli del progressive rock su Lubiana – Hala Tivoli, 3.6.2023
Jethro Tull
Lubiana / Hala Tivoli / Slovenia
domenica, 3. 6. 2023, ore 20.00
Dopo una lunga serie di anni di siccità per quanto riguarda le esibizioni dei rappresentanti del genere nelle nostre sale (non contando i protagonisti del jazz rock fusion, che da noi sono molto più frequenti), quest’anno i cieli tradizionalmente oscurati del progressive rock si sono finalmente un po’ schiariti per gli sloveni. Alla Hala Tivoli di Lubiana sono infatti approdati i leggendari patriarchi britannici del progressive rock Jethro Tull, che finora erano passati da noi solo due volte. La prima fu già nel lontano 15 aprile 1975, quando presentavano l’album “Warchild” (1974). La seconda visita risale a un anno altrettanto lontano, il 2000, quando era d’attualità l’album “J-Tull Dot Com” (1999). Quattro anni dopo, il leggendario capobanda dei Jethro Tull Ian Anderson si è esibito al Cankarjev dom come ospite della nostra flautista più nota, Tinkara Kovač, che in seguito ha collaborato con lui anche in alcune date comuni in giro per l’Europa.
Mister Anderson, indomito innovatore del flauto, cantante dal timbro inconfondibile, compositore unico, caustico critico/satirico della società e carismatico intrattenitore da palcoscenico, incarna e guida i Jethro Tull da oltre cinquant’anni. Con la sua posa caratteristica su una gamba sola mentre suona il flauto è tra le più grandi icone del rock, anche se in una ricca carriera musicale non ha mai provocato scandali: più che per sesso, droga e rock’n’roll è famoso per un’ottima musica, perlopiù piuttosto complessa, che di solito fonde elementi di hard rock, jazz, musica classica e folk, ed è di norma generosamente ‘condita’ da testi di critica sociale e di sberleffo. Ian e i Jethro Tull sono arrivati a Lubiana dopo due date spagnole dell’attuale tour, nel quale presentano anche alcuni brani nuovi dei due album in studio usciti di recente, cioè “The Zealot Gene” (2022, recensione di RockLine) e “RökFlöte” (2023, recensione di RockLine). Dopo una pausa in studio lunga quasi vent’anni, in poco tempo hanno pubblicato ben due nuovi lavori, dimostrando di essere ancora capaci di creare musica eccellente con messaggi sociali di grande impatto.
Ian, che non ama essere etichettato come leggenda del rock e va a letto prima ancora che scatti l’ora del lupo, insieme alla sua combriccola – nel 2023 totalmente diversa da quella versione della band che aveva visitato Lubiana l’ultima volta – ha imposto regole spartane per le foto ancora prima che i Jethro Tull salissero sul palco. Fino all’ultimo brano della serata era infatti severamente vietato fotografare il gruppo durante l’esibizione, perché Ian, con l’età, non sopporta i flash di fotocamere e telefonini sotto il palco. In questo è comunque meno rigido di Robert Fripp, leggendario chitarrista ed eccentrico capo dei King Crimson, che permette di scattare foto solo durante l’applauso finale.
La scelta dei brani è stata quella sera quanto mai interessante e, tranne nel finale, del tutto imprevedibile. L’esibizione lubianese delle icone del prog rock ha incluso anche qualche vecchio pezzo che i Jethro Tull non suonavano da tantissimo tempo. Noi che aspettavamo invano da anni qualche esecuzione dall’album spesso trascurato “Stormwatch” (1979) siamo finalmente rimasti accontentati. In generale la scaletta era ben ponderata e conteneva il giusto mix di brani vecchi e nuovi di tutte le epoche dei Jethro Tull, tranne gli anni Ottanta.
Il catalizzatore energetico d’apertura “Nothing Is Easy” non era poi così sorprendente, dato che Ian ha dichiarato in numerose occasioni che “Stand Up” (1969, recensione di RockLine) è il suo album dei Jetro Tull preferito. Anche per questo non stupisce che da quell’album siano stati suonati più brani che da qualsiasi altro. Una bella sorpresa è stata l’esecuzione del cupo classico “With You There to Help Me” dall’album spesso ignorato “Benefit” (1970, recensione di RockLine). Ogni brano della serata era accompagnato da un video appropriato sullo sfondo, che ne illustrava bene il messaggio centrale. Da questo punto di vista i Jethro Tull hanno fatto senza dubbio notevoli passi avanti rispetto all’ultima volta che li avevamo visti con visualizzazioni del genere. Lo si è notato soprattutto durante l’esecuzione del vecchio ma sempre ottimo singolo “Sweet Dream”, accompagnato da un video ormai quasi di culto in cui Ian interpretava il conte Dracula e il suo alter ego più famigerato, il vecchio e malandato barbone Aqualung, di cui parleremo ancora più avanti nel resoconto.
Fin dall’inizio del concerto Ian ha mostrato una vitalità ammirevole per un settantacinquenne: più volte, mentre suonava il flauto, si è piazzato senza problemi nella sua iconica posa su una gamba sola e con il suo carisma ha conquistato in un attimo il pubblico di Lubiana. Il nuovo chitarrista Joe Parrish ha intanto dimostrato di essere un successore più che degno dell’indimenticabile Martin Barre, anche se con il suo aspetto da ragazzino ha un po’ ‘rovinato’ l’immagine visiva tradizionale del gruppo, quella di contadini barbuti riuniti attorno al focolare in una radura del bosco.
Ian ha costruito la scaletta disponendo gli strumentali nei punti giusti, così da poter far riposare ogni tanto la voce affaticata, che dal 1985 non è più quella ‘di una volta’. Ha mascherato con successo il suo unico difetto anche grazie a qualche coro e a vari rimpiazzi vocali da parte di Parrish e del bassista David Goodier. Il tastierista John O’Hara, che poco tempo fa è stato da noi insieme al cantante degli Iron Maiden Bruce Dickinson per il concerto orchestrale dedicato alla musica dei Deep Purple al Cankarjev dom, si è occupato con zelo per tutto il tempo del lato sinfonico della band. A parte gli esperti di vita e opere di Ian, non molti sanno che l’ottimo batterista Scott Hammond è il figlio del famoso flautista. Anche quella sera il padre poteva essere fiero delle doti del figlio dietro le pelli. L’intera band è incredibilmente affiatata sul piano strumentale e non sbaglia praticamente mai, mentre Ian se la cava con abilità con il mimetismo vocale e ormai nasconde bene il suo difetto più grosso.
Anche più avanti ci siamo potuti godere l’esecuzione di alcuni rari pezzi del ricco tesoro dei Jethro Tull. “We Used to Know” da “Stand Up” rischiava un tempo di unirsi a quei brani ‘dimenticati’ dei Jethro Tull che dal vivo non sarebbero mai più stati suonati, se non fosse venuto fuori che la celebre band rock americana Eagles avrebbe ‘copiato’ da quel classico dei Tull una certa sequenza di accordi per il suo più grande successo, “Hotel California”. I membri della famosa band americana, naturalmente, lo negano ostinatamente. In passato Ian ha dichiarato più volte di non avercela con gli Eagles, che nel giugno del 1972 fecero da supporto ai Jethro Tull, ma quella sera si percepiva l’esatto contrario: il vecchio maestro, con scherno e umorismo nero nel video di accompagnamento, ha preso parecchio in giro gli eroi del rock americano, anche con una nuova versione della famosa insegna al neon dalla copertina dell’album “Hotel California”.
Una sorpresa ancora più grande è stata l’esecuzione di “Wicked Widows” dall’album “J-Tull Dot Com”, un po’ meno apprezzato ma comunque molto solido, che è stata suonata comunque al momento giusto. Il suo testo contro la guerra è infatti quanto mai attuale in questo periodo di onnipresente follia militarista, cosa ben illustrata dalla videoproiezione con immagini sconvolgenti degli orrori della guerra e con truppe in marcia raffigurate in modo piuttosto astratto, che per elmetti ed equipaggiamento ricordavano soprattutto la fanteria americana.
A farsi beffe dell’estate ormai alle porte, almeno all’inizio, è sembrata l’inaspettata esecuzione dello strumentale natalizio “Holly Herald” dall’album “The Jehtro Tull Christmas Album” (2003), ma è stata suonata così bene che non c’era spazio per alcun negativismo. A seguire due brani nuovi, più giovani di decenni rispetto alla maggior parte degli altri della serata. “Hammer On Hammer” dall’attuale album concept “RökFlöte”, intriso di mitologia vichinga, Ian l’ha dedicata al celebre dio nordico del tuono Thor, cosa che la maggior parte dei fan sloveni del gruppo, che si sono comprati il nuovo disco appena possibile, probabilmente già sapeva. Ma i più non sapevano che una parte del testo si riferisce anche al famigerato leader sovietico con falce e martello, che nel prosieguo della videoproiezione ha raggiunto Thor.
L’esecuzione di “Mine Is the Mountain” da “The Zealot Gene”, ufficiosamente il seguito del classico “My God” da “Aqualung” (1971, recensione di RockLine), è stato il momento in cui Ian ha regolato ancora una volta i conti, con il suo spiritoso stile pungente, con la Chiesa organizzata (monoteista) e con l’immagine ufficiale dell’unico dio di tutte e tre le religioni abramitiche, nella sua forma tradizionale di vecchio dalla lunga barba in cima a un’alta montagna o in mezzo al cielo. La prima parte del concerto Ian e compagnia l’hanno chiusa con la tradizionale esecuzione dello strumentale barocco di Bach “Bouree”, che avevano suonato per la prima volta nel 1969 su “Stand Up”. Poi c’è stata una pausa di 15 minuti, che la maggior parte della sala ha sfruttato per comprare nuove magliette dei Jethro Tull o per rinfrescarsi. Dopo la pausa, durante la quale dallo schermo ci scrutava l’immagine mortalmente seria di Ian in mezzo al mare, che all’improvviso ‘si è animata’ e ha cominciato a muovere gli occhi finché non ha afferrato un cannocchiale in cui comparivano i segnali di divieto di fotografare con la fotocamera o con il telefonino. Il trolling di Ian ai danni di un pubblico ossessionato dai telefonini moderni ha davvero assunto dimensioni del tutto nuove, ma in un certo senso lo si può capire perfettamente.
Nella seconda metà degli anni Settanta i Jethro Tull hanno registrato una splendida trilogia di album prog-folk-rock. Quella sera ne hanno eseguito tre brani. Il primo è stato “Heavy Horses” dall’omonimo splendido album uscito nel 1978 e dedicato a una rara razza di cavalli britannici. È stata una grande sorpresa, anche perché si tratta di un pezzo vocalmente piuttosto impegnativo. Qualcuno di noi ricorda ancora bene come Ian si fosse sforzato cantando questo evergreen in uno dei concerti passati. Stavolta ha usato una tattica astuta e l’inizio del ritornello, impostato più in alto delle sue attuali capacità vocali, l’ha lasciato al bassista Goodier. Quest’ultimo, insieme al tastierista O’Hara, ha cantato anche le armonie di accompagnamento, che in questo brano hanno un ruolo importante, e alla fine il tutto è venuto meglio del previsto.
Con l’esecuzione di “The Navigators”, brano insolitamente incisivo (per i loro standard moderni) e in parte dedicato ai navigatori vichinghi, i Jethro Tull ci hanno riportati all’album in studio attuale. Poi è arrivata un’altra grande sorpresa: l’esecuzione ‘dal vivo’ dello strumentale raramente suonato “Warm Sporran” dal già citato “Stormwatch”, durante il quale Ian ha potuto di nuovo far riposare le corde vocali affaticate. Con questo brano, dedicato a un particolare ornamento del tradizionale kilt scozzese, Ian ci ha ricordato le sue radici scozzesi. Prima dell’uscita del nuovo album il tipo ha fatto una ricerca sul suo albero genealogico ed è arrivato a una scoperta interessante: i suoi antenati lontani, prima di trasferirsi nell’Europa occidentale, sarebbero originari di qualche parte dei Balcani. Questo dato al pubblico non l’ha menzionato. Forse è uno dei pochi europei occidentali che non considerano la Slovenia parte dei Balcani.
L’esecuzione del brano cupo e beffardo “Mrs. Tibbets” da “The Zealot Gene” ha regalato una visualizzazione sconvolgente dell’esplosione di una bomba atomica, perché il testo parla della madre del pilota americano Paul Tibbets, che nel 1945 sganciò la bomba atomica su Hiroshima con l’aereo Enola Gay. Di tutte le videoproiezioni questa è stata la più sconvolgente, ma a fine brano Ian ci ha fatto ridere con la battuta che la signora Tibbets, la prossima volta, prima di ‘saltare a letto’ farebbe meglio a tenersi addosso le mutandine. A proseguire con temi cupi e messaggi di critica sociale ci ha pensato “Dark Ages”, un altro ottimo brano di “Stormwatch” che i Jethro Tull non suonavano ‘dal vivo’ da tantissimo tempo. Era un altro pezzo vocalmente piuttosto impegnativo e stavolta del ritornello principale si è occupato bene il chitarrista Parrish, evitando così che a Ian venisse per caso a mancare la voce.
A chiudere la parte regolare, in modo abbastanza prevedibile, ci ha pensato il classico “Aqualung”, allungato con efficacia da una lunga coda strumentale e capace allo stesso tempo di scuotere il pubblico con le immagini di vari senzatetto di ogni angolo del mondo. Dopo una breve pausa era tutto pronto per il bis e per il culmine della serata, con l’esecuzione del pezzo più celebre del tesoro dei Jethro Tull: “Locomotive Breath”. Per prima cosa il maestro O’Hara ha suonato magistralmente l’introduzione al pianoforte, poi, piano piano, poco prima del passaggio alla parte incisiva e hard rock, si sono uniti a lui gli altri membri della band sotto il comando di Ian. Per l’occasione Ian ha perfino concesso di fotografare e il pubblico ha potuto finalmente sfogarsi fino alla fine di “Locomotive Breath”. Ian e i suoi compari si sono inchinati al pubblico e hanno lasciato il palco sulle note registrate di tradizione, quelle del brano “Cheerio” da “The Broadsword and the Beast” (1982), mentre sullo sfondo apparivano le immagini di ogni membro della band con nome e cognome, per quei rari spettatori che non sapevano con quale formazione i Jethro Tull suonino da tre anni. E quando la band non era più sul palco, in perfetto stile con l’umorismo di Ian, hanno mandato anche la sigla della vecchia serie comica inglese Benny Hill.
Mister Anderson e i suoi splendidi aiutanti ci hanno regalato una meravigliosa serata di musica dal vivo da gustarsi dall’inizio alla fine. I Jethro Tull hanno dimostrato ancora una volta di essere veri maestri dell’affiatamento e di non essere affatto roba vecchia da cantina, mentre il ‘novellino’ Parrish ha studiato la tecnica chitarristica di Barre fin nei minimi dettagli, tanto che sembra far parte della band da sempre. Ian, con l’accordatura abbassata di un semitono, ha nascosto più o meno bene la sua usura vocale e per fortuna non si è ‘forzato’ nei ritornelli più difficili, mentre il suo flauto era ancora da dieci e lode. Anche se quest’anno l’indistruttibile patriarca del prog compirà già 76 anni, è ancora molto vitale e un eccezionale motivatore da palcoscenico, che durante i concerti, almeno da quanto visto e sentito, si diverte esattamente come da giovane, quando passava per un mattacchione da palco ancora più scatenato. L’impianto audio, per i normali standard della Hala Tivoli, si è mantenuto per tutto il tempo su un livello dignitoso e si sentiva tutto in modo chiaro e buono anche sulle tribune, e inoltre non si sono notati problemi tecnici. Dopo tanto tempo abbiamo finalmente avuto anche da noi un concerto di uno dei protagonisti chiave del progressive rock, e speriamo che, come di solito succede da noi quando si tratta di organizzare concerti prog, non si debba aspettare di nuovo i prossimi dieci anni.
Autore: Peter Podbrežnik
Scaletta:
1. Nothing Is Easy
2. With You There to Help Me
3. Sweet Dream
4. We Used to Know
5. Wicked Windows
6. Holly Herald
7. Hammer On Hammer
8. Mine Is the Mountain
9. Bouree
10. Heavy Horses
11. The Navigators
12. Warm Sporran
13. Mrs. Tibbets
14. Dark Ages
15. Aqualung
—bis—
16. Locomotive Breath
Super je bilo.
Ko je bilo pri zadnjem komadu dovoljeno snemanje, je koncert postal surealen, naenkrat se je v temi pojavilo nebroj telefonov in nas spomnilo, da zivimo v neki drugi dobi, kar smo za trenutek z Ianom pozabili 🙂
Ian ima tezave z vokalom zaradi KOPB, ki naj bi ga dobil tekom let zaradi naprav za meglo na odru, vseeno pa je se vedno zelo poslusljiv.
Izbor skladb je bil odlicen, pohvaliti pa velja tudi akustiko, ki je bila vec kot odlicna.