La notte in cui il rock n’ roll di culto è tornato (2012)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Feldkirchen / Stadtsaal / Austria
Data del concerto: 12.05.2012
Spettatori: 650
Prezzo del biglietto: 44,00€ / 47,00€

È passato un anno e Nazareth e Uriah Heep tornano a vagabondare sui palchi europei. Due gruppi leggendari della Gran Bretagna hanno pubblicato nuovi album in studio l’anno scorso! Nelle vene di queste leggende scorre ancora, con forza incrollabile, una vera energia vitale, che tiene entrambe le formazioni costantemente in tour. Le due band sono anche grandi amiche, quindi da anni non stupisce che si dividano i palchi nello stesso posto, nello stesso giorno.

Come l’anno scorso, quando RockLine ha beccato dal vivo entrambe le band per ben quattro volte sul suolo della nostra vicina del nord, tre delle quali in concerti congiunti e una volta ciascuna separatamente, anche quest’anno è successo che i nuovi tour europei dei due gruppi si siano sovrapposti nel tempo e nello spazio al punto da spingerli a organizzare insieme nuove date. Una di queste era il concerto a Feldkirchen, cittadina austriaca a un tiro di schioppo da Klagenfurt, cioè praticamente dietro l’angolo di casa per qualsiasi abitante della Repubblica di Slovenia. Se sei un vero rocker nel cuore e nell’anima, un evento così non te lo perdi mai, e infatti nemmeno stavolta te lo sei perso.

Quel giorno diluviava come se fosse arrivato il giorno del giudizio. Ma questo non ha fermato il pubblico austriaco, che è accorso al concerto in massa. Poco dopo le otto di sera nella sala dello Stadtsaal ribollivano già circa 700 teste, impazienti di veder salire sul palco gli instancabili fabbri del rock n’ roll delle Highlands scozzesi, i Nazareth. Oggi in formazione a quattro, con i membri originali Pete Agnew (basso, seconda voce) e Dan McCafferty (voce, cornamusa scozzese), il chitarrista molto più giovane Jimmy Murrison e il figlio di Pete, Lee, alla batteria, hanno aperto il loro show con il classico Silver Dollar Forger, tratto dal classico album »Rampant« (1974). Dopo un classico intro dal sapore scozzese, sono arrivati sul palco in mezzo alla nebbia, e il fascio di luce bianca ha cercato per primo Jimmy, che ha attaccato il classico con la frase di chitarra d’apertura.

I Nazareth si sono evidentemente stufati di suonare brani dal nuovo album »Big Dogz« (Edel Records, 2011), quindi stavolta la loro scaletta ha suonato interamente in territorio rock classico. Già al secondo posto hanno piazzato il fenomenale Telegram! La celebre frase di chitarra a sangue caldo viene spinta dalla band attraverso una vera tempesta drammatica, nella quale il più anziano rocker ancora in vita, quello che tanto tempo fa ha ingoiato una sega circolare rimasta incastrata in gola per sempre – il cantante Dan McCafferty – travolge con la sua particolarità vocale, e la sua celebre interpretazione ti si insinua sotto la pelle come un’invasione di trilioni di formiche. Dan McCafferty, uomo che spesso definisco l’incarnazione vivente della versione maschile di Janis Joplin, quando con le sue grida frenetiche impala il diavolo, è ancora il fulcro di tutti i pregi più nobili e delle peculiarità espressive del gruppo. Nei momenti più calmi, come Dream On e la conclusiva Love Hurts, la sua voce ha mostrato qualche scheggiatura, che gli si può perdonare. Gli anni passano, che ci vuoi fare. McCafferty non ha più vent’anni, anche se sul palco si scatena come un puledro minorenne. Il suo fidato compagno di sempre, Pete Agnew, ha offerto anche stavolta un supporto eccezionale con i cori, insieme al robusto figlio Lee, batterista dei Nazareth, mentre Murrison (a cui nell’ultimo anno si sono aggiunti parecchi chiletti di troppo) ha spazzato via la sala con una prestazione scenica intensissima, in cui la sua chitarra cinguettava la più autentica confessione del rock n’ roll. Poi c’è l’immancabile classico Hair Of the Dog, sempreverde e culmine di ogni show dei Nazareth, anche nel 2012. Quell’odissea ritmica e civettuola sostenuta dal »campanaccio«, in cui McCafferty prende immancabilmente in mano la cornamusa scozzese, ha annunciato che il concerto si avvicinava non solo al suo apice, ma anche alla fine della parte regolare.

Come da copione, nel bis i ragazzi hanno infiammato il pubblico fino in fondo con Night Woman e con il classico rock n’ roll a tutta velocità Razamanaz, e hanno ipnotizzato tutti gli innamorati con il più grande favorito della loro carriera, Love Hurts. Cos’altro dire? In realtà niente, perché con il concerto di Feldkirchen i Nazareth hanno dimostrato ancora una volta di essere in piena forma! Per questo possiamo aspettare con la massima gioia il grande giorno in cui, il 20.09.2012, in compagnia di un’altra leggenda – i magnifici Wishbone Ash – dopo quasi due decenni dall’ultima volta che si sono esibiti allo Zeleni Gaj nel paesino di Dornberk, in mezzo alla Valle del Vipacco, torneranno a visitare la Slovenia con un concerto alle Križanke di Lubiana.

Dopo una ventina di minuti buoni, poco prima delle dieci di sera, sul palco ci sono gli Uriah Heep. Gli headliner della serata. Per loro il palco si è trasformato in un’ampia pista da gara di Formula 1, con l’ultima linea sui podi occupata dalla magnifica batteria a grappolo di Russell Gilbrook (stavolta senza gong) e dall’organo Hammond di Phil Lanzon. A destra della batteria c’era un muro di Marshall per le chitarre di Box, tra l’organo e la batteria a sinistra un altrettanto adeguato muro di amplificatori per il basso di Trevor Bolder. Le luci si abbassano, ma stavolta l’intro registrato non era quello tipico. Dove andrà a parare? Nel primo brano dell’album »Sea Of Light« (SPV Records, 1995), intitolato Against The Odds. Prima di questo tour gli Uriah Heep non avevano mai suonato questo pezzo dal vivo. Visto che »Sea of Light« è tra gli album più quotati del gruppo e per qualità regge facilmente il confronto con le opere più in vista dei tempi dell’era Byron, abbiamo assistito a un’apertura memorabile, e a tanti nel pubblico si è avverato un desiderio silenzioso coltivato da anni: che prima o poi gli Uriah Heep lo esaudissero e mettessero questo brano nel repertorio dal vivo. Un’esperienza fantastica. Il riff penetrante e lo sviluppo del pezzo verso un finale ad altissimo numero di ottani respirano l’atmosfera di un dramma teatrale, guidato da melodie malinconiche a cui si unisce l’intera cinquina dei membri degli Uriah Heep, dimostrando senza giri di parole cosa significhi la perfezione nel controllo del canto armonizzato a più voci.

Gli Uriah Heep, che da headliner avevano a disposizione mezz’ora di tempo in più rispetto ai Nazareth, si sono concessi stavolta una scaletta davvero eccezionale. Oltre a tre brani dell’album attuale »Into the Wild« (2011), hanno rimesso in scaletta l’energica Overload dall’album »Wake The Sleeper« (2008), mentre il resto del repertorio era dedicato a un’avventura con la band attraverso un mix di classici di culto che in scaletta non possono mancare (mi riferisco al periodo con David Byron) e di sorprese che davvero non ti aspettavi di trovare. Dopo la voluttà di Against the Odds, il gruppo ha sorpreso alla grande con l’inclusione di Traveller In Time, perla di »Demons And Wizards« (1972) (i metallari la riconosceranno perché nella loro versione riarrangiata la suonano anche i Blind Guardian), ci ha aggiunto una storia del tutto inaspettata, anche se meno interessante – sempre da »Demons And Wizards«, intitolata All My Life – ha fatto il solletico agli emotivi con la fragile elegia Come Away Melinda (dal debutto »…Very ‘Eavy… Very ‘Umble«, del 1970) e ha toccato gli anni Ottanta con il cult Too Scared To Run da »Abominog« (1982). L’esecuzione di questo brano da »Abominog« è stata introdotta da Box ricordando che la copertina di quell’album fu votata come la seconda più brutta tra gli album usciti nel 1982, mentre il primo premio in quella categoria sarebbe andato a Ozzy Osbourne (all’epoca uscì con l’album »Speak Of The Devil«, n.d.a.).

Il gruppo ha incantato ancora una volta con un affiatamento eccezionale, confermando un alto grado di compattezza e potenza soprattutto nell’esecuzione delle armonie vocali a più voci, in cui, quando serve, si inseriscono proprio tutti i membri attorno alla voce solista di Bernie. Bernie ha di nuovo lasciato a bocca aperta per la straordinaria conservazione della sua forza vocale, con cui brilla ancora in tutte le tonalità, e al guru della chitarra Mick Box, dopo l’assolo in July Morning, il fuoco immaginario sul manico della chitarra stavolta l’ha spento proprio Bernie. Box ha suonato questo pezzo stavolta senza il consueto passo di kazačok. L’esecuzione del cult Gypsy ha annunciato che il concerto si avviava verso la parte conclusiva. Da lì in poi la band ha portato l’atmosfera al punto di ebollizione con la sempre magica e magnifica July Morning, e ha fatto balzare in piedi il pubblico con uno dei più grandi successi della carriera, Lady In Black.

Segue l’immancabile bis, in cui Mick Box e compagnia hanno chiamato sul palco alcune rappresentanti del gentil sesso per aiutare a »headbangare« il pezzo pulsante dell’»era Lawton«, Free N’ Easy. Un finale incandescente e una manciata di sana baldoria sono stati completati, come previsto, da Easy Livin’, che proprio non può mancare in nessun repertorio degli Uriah Heep.

Senza una sbavatura! Come sempre a tutto gas, con sicurezza e nel bagliore di una magia rock n’ roll unica. La magia degli Heep, quella che ti spara in un mondo completamente diverso. In realtà non c’è motivo di lamentarsi. La combinazione con i Nazareth è unica! Solo un piccolo appunto. E anche questo solo da parte di noi viziati, che gli Uriah Heep li abbiamo visti più volte fino a oggi. Nel repertorio, nonostante la gradita rinfrescata, mancava come minimo Look At Yourself, se non addirittura Bird Of Prey. Limiti di tempo o no, gli Uriah Heep avrebbero potuto sostituire senza dolore nel repertorio il pezzo da »Into The Wild« Nail On The Head con uno di quei due classici citati, e il quadro sarebbe stato perfetto.

Come sempre, anche in questi ultimi anni resta un dato di fatto inattaccabile: sia gli Uriah Heep che i Nazareth sono un’attrazione live unica. I pionieri del rock sopravvissuti si meritano tutto il rispetto per la loro ostinazione, per la nuova musica che ci portano ancora oggi e per i vecchi classici con cui fanno in modo che il culto di entrambe le band continui a vivere. L’ascoltatore lo incantano ancora con facilità, quando li incontra faccia a faccia in un’esperienza live. Che gli anni siano clementi con entrambe le band ancora a lungo, e tu che stai leggendo questa confessione da concerto, datti una mossa a procurarti i biglietti per vedere i Nazareth a Lubiana, il 20.09.2012, finché i padrini del rock n’ roll scozzese prendono ancora a calci i palchi con tanta gioia e convinzione!

Scaletta

NAZARETH:
1. Silver Dollar Forger
2. Telegram
3. This Month’s Messiah
4. Dream On
5. Turn On Your Receiver
6. This Flight Tonight
7. Whiskey Drinkin’ Woman
8. Changin’ Times
9. Hair of the Dog
—bis—
10. Night Woman
11. Razamanaz
12. Love Hurts

URIAH HEEP:
1. Against the Odds
2. Overload
3. Traveller in Time
4. Sunrise
5. All My Life
6. I’m Ready
7. Between Two Worlds
8. Come Away Melinda
9. Too Scared to Run
10. Nail on the Head
11. Into the Wild
12. Gypsy
13. July Morning
14. Lady in Black
—bis–
15. Free ‘n’ Easy
16. Easy Livin’

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