Marillion mostrano ancora la strada verso la gioia live suprema (2009)
Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Peter Podbrežnik
Luogo: Live Club / Trezzo (Milano) / Italia
Data del concerto: 04.02.2009
Numero di spettatori: 2000
Prezzo del biglietto: 25,00€
Trezzo, cittadina vicino a Milano, è l’unica tappa italiana dell’attuale tour “Happiness On The Road” e ha avuto l’onore di ospitare il segreto musicale britannico meglio custodito. Per chi non avesse ancora incrociato questa etichetta mediatica un po’ ironica ma più che azzeccata, chiariamo: parliamo dei leggendari pionieri della nuova ondata del progressive rock britannico, i Marillion, che, almeno musicalmente, quell’etichetta di genere l’hanno superata da un pezzo e che nel loro lavoro guardano sempre e solo al futuro. Ogni visita di questa grande band, che anche fuori dalla cerchia dei fan fedelissimi gode di un rispetto profondo come una delle più grandi attrazioni dal vivo, che ogni sera regala una montagna di sorprese sul palco e che è famosa anche per il rapporto eccezionale con il pubblico, è una festa per tutti gli amanti del prog.
Il tour “Happiness On The Road” coincide con il trentesimo anniversario della band, e quest’anno scoccano anche invidiabili vent’anni con la stessa formazione, cosa di cui pochi loro contemporanei possono vantarsi. Entrambi i traguardi vengono celebrati con un ottimo nuovo album, “Happiness Is The Road” (2008), e con un lungo tour europeo, che è proprio il meglio che un fan possa desiderare. I Marillion sono da tempo, anzi da quasi vent’anni, una band di tutt’altra pasta rispetto a quella che si è guadagnata un posto per sempre tra i grandi nomi della storia del rock con l’hit radiofonico “Kayleigh”. Il fatto che la maggior parte dei non addetti ai lavori conosca ancora i Marillion soprattutto per quel singolo, che dal vivo suonano ormai solo in rarissime occasioni, è in realtà piuttosto triste, perché da allora sono passati a nuove fasi di evoluzione musicale, emozionantissime, e hanno chiuso per sempre i conti con il neo prog. Nei vent’anni trascorsi dalla rottura graduale ma drammatica con il neo prog, coincisa con l’arrivo del carismatico cantante Steve Hogarth, hanno attraversato diverse tappe evolutive. Oggi sono una delle poche band della seconda ondata del progressive rock, se non l’unica, che continua a crescere e a maturare musicalmente, come dimostra anche il loro ultimo album.
Dopo l’indimenticabile primo incontro a Bologna durante il tour di “Somewhere Else”, nel 2007, abbiamo avuto l’occasione di rivederli nella loro unica data dai nostri vicini occidentali. Il Live Club si è rivelato un locale ospitale e spazioso, in cui prima dell’inizio si è lentamente riempita una folla enorme. Il pubblico ha occupato ogni angolo della sala, ed è stato un vero piacere vedere confermato che anche in Italia i Marillion sono ancora un nome live molto apprezzato, che richiama tutt’altro che solo teste grigie e brizzolate, come vuole lo stereotipo ancora piuttosto diffuso sui concerti prog. Giusto per fare un confronto un po’ provocatorio, all’ultima volta che abbiamo visto a Bologna il loro ex cantante Fish c’era parecchio spazio vuoto.
Dopo una snervante attesa fin troppo lunga, durante la quale la band si è scaldata sulle note di qualche hit di David Bowie e dei The Beatles, il palco si è improvvisamente acceso. In sala è esplosa subito un’euforia che non è calata fino alla fine del concerto. I Marillion hanno aperto un po’ a sorpresa con la pacata e malinconica “Dreamy Street”, il primo brano del nuovo album che, nonostante la sua natura delicata, si è rivelata un’apertura azzeccatissima. Con quel pezzo hanno preparato il terreno per una presentazione ben visibile del nuovo disco, da cui, come previsto, veniva la maggior parte dei brani della serata. Hogarth, per i fan più conosciuto come Mr. H’, è ancora un cantante fantastico e il perno della scena: con il suo carisma sconfinato, la gestualità pittoresca e un’enorme generosità regala uno spettacolo audiovisivo indimenticabile. Anche stavolta non ha rinunciato al suo classico approccio teatrale, presentandosi sul palco vestito da guru indiano. Durante l’energica esecuzione di “This Train Is My Life” si è incollato sulla fronte sudata un plettro a forma di cuore, con cui voleva probabilmente rappresentare il terzo occhio tipico della religione mediorientale. Quest’immagine drammatica si sposava alla perfezione con i messaggi profondissimi della maggior parte dei brani del nuovo album, che oltre a una spiccata consapevolezza spirituale offrono anche una critica sanissima della società contemporanea. Non sorprende quindi che, tra le ottime proiezioni, che a Bologna mi erano mancate, accanto a immagini bellissime ne siano comparse anche alcune meno allegre.
Durante l’esecuzione dell’epica predicatoria e malinconica “Esscence”, Hogarth ha usato anche quel suo strano strumento fatto di una tavola di legno con tasti metallici e un manico a forma di canna a fiato, che nel suono ricordava più di tutto una cetra. I Marillion sono ben consapevoli della qualità del nuovo album e hanno costruito la scaletta di conseguenza. Naturalmente non sono mancati alcuni pezzi più vecchi, che al massimo sono arrivati indietro fino al capolavoro concettuale “Brave” (1994). Chi magari si aspettava qualcosa dai primi due album con Mr. H, o addirittura dall’era Fish, ha dimenticato che i Marillion tornano così lontano nel passato solo in rarissime occasioni. Così già l’ottima esecuzione di “The Other Half”, tratta dal solidissimo album precedente “Somewhere Else” (2007), ha avuto l’effetto di un vecchio classico. I fan di lunga data si sono leccati i baffi anche con “Fantastic Plastic” dall’album “Marbles” (2004), che insieme a “Brave” gode dello status di più grande capolavoro dell’era di H. Poi sono tornati al nuovo disco e hanno suonato l’ottimo, leggermente psichedelico “Thunder Fly”, che ha di sicuro scaldato anche tutti i prog rocker più attempati con la maglietta dei Genesis e dei Marillion dell’era Fish. Qualcuno lì vicino, mentre si aspettava il brano successivo, ha urlato per scherzo “Grendel”.
Con il pezzo seguente i Marillion, ovviamente, non sono tornati agli inizi della carriera, ma a un passato un po’ più vicino, cioè all’album “Afraid Of Sunlight” (1995). È seguita un’esecuzione intensissima del classico “Out Of This World”, in cui hanno ricordato ancora una volta il connazionale Donald Campbell, morto tragicamente mentre cercava di stabilire il record di velocità sull’acqua. L’esecuzione drammatica è stata sostenuta da proiezioni toccanti, che mostravano scorci delle gare di Campbell fino al tragico incidente. Poi due splendide esecuzioni dal capolavoro “Brave”, “Mad” e “The Great Escape”, in cui è tornato in vita il celebre concept sulla ragazza suicida. Durante la grande esecuzione di “The Great Escape” H’ non si è dimenticato nemmeno di interpretare in modo pittoresco la parte femminile, aiutandosi con una gestualità spassosissima. Poi sono tornati al nuovo album con una versione fenomenale dell’epica e variegata “Real Tears For Sale”, durante la quale H’ si è messo una chitarra acustica a tracolla, mentre Kelly ha offerto arrangiamenti orchestrali davvero splendidi.
Uno dei picchi del concerto è stata senza dubbio l’esecuzione della favola progressive rock “Asylum Satellite #1”, durante la quale, anche grazie a una proiezione eccezionale, ha preso vita la storia di un satellite spaziale perduto. Il satellite trasmetteva immagini delle varie follie di questo mondo, tra cui c’erano anche tre pezzi grossi della politica britannica e americana, per lo più ormai a fine mandato, che negli ultimi anni hanno causato nel mondo un’enormità di dolore. La parte regolare del concerto si è chiusa con l’epico classico “The Invisible Man”, ancora oggi amatissimo, durante il quale Hogarth si è di nuovo vestito da “professore cisposo”, interpretando in modo splendido il tragico personaggio di cui parla questo brano eccezionale.
Agli applausi scroscianti è seguito un rapido ritorno sul palco con “Neverland”, un altro classico di “Marbles”, che ha portato l’atmosfera in sala al punto di ebollizione. Qualsiasi brano di “Marbles” sarebbe stato accolto a braccia aperte, ma “Neverland”, per la sua struttura musicale, era una chiusura quasi perfetta. Per il gran finale della serata ci hanno regalato anche un’esecuzione eccezionale della title track del nuovo album, cioè “Happiness Is The Road”. Qui H’ per gioco ha spinto il pubblico a cantare a squarciagola il ritornello principale, drammatico ma positivissimo. Il concerto è finito in un battito di ciglia. Posso dire che è da un pezzo che non ricordo un concerto passato così in fretta, il che dice ancora di più sulla qualità straordinaria di questa serata, che ha superato ogni aspettativa. L’atmosfera era davvero di quelle che ti legano l’anima, e da questo punto di vista etereo i Marillion, anche grazie all’uso sempre più frequente di tappeti ambientali, si avvicinano sempre più all’élite delle rare band capaci di portare l’anima di chi è sotto il palco al settimo cielo.
Ognuno dei membri della band merita il voto più alto. H’ durante il concerto non ha dimenticato la sua tipica “benedizione” del pubblico con un uso pittoresco delle percussioni, né le battute scherzose. Non ha risparmiato nemmeno i trucchi di magia, tra cui un lancio improvviso di coriandoli da sotto le maniche. Soprattutto, per tutto il concerto ha offerto una prova vocale fenomenale, con cui ha dimostrato ancora una volta di essere uno dei cantanti più splendidi e riconoscibili del progressive rock . Il suo spettacolo pittoresco era rafforzato sullo sfondo da animazioni eccellenti, che cambiavano di continuo da un brano all’altro e trasmettevano il messaggio centrale di ogni esecuzione.
Ovviamente non si può non citare l’ottimo affiatamento dei compagni strumentisti di H, ancora un filo più rodati rispetto all’incontro di Bologna, che dal punto di vista strumentale e tecnico hanno offerto un concerto praticamente impeccabile. Steve Rothery, che dal nostro ultimo incontro non ha perso nemmeno un chilo, resta uno dei chitarristi più raffinati del progressive rock, da vedere assolutamente all’opera per chiunque nutra un amore speciale per la slide guitar e per grandi chitarristi di stile affine come David Gilmour, Andy Latimer e Mark Knopfler. Il chitarrista corpulento, che in questi giorni sta preparando un nuovo capitolo del suo progetto solista The Wishing Tree, ci ha entusiasmato con i suoi assoli specifici, “piangenti”, e con una borsa piena di riff di ogni tipo. Con questi, unico membro originale, mantiene l’essenza primordiale della band e collega il suo passato e il suo futuro. Il bassista Pete Trewavas, che non ha lesinato linee di basso melodiche e corpose, a parte H è ancora il membro più scattante della band. Mark Kelly dietro la sua ricca batteria di tastiere, piene di campioni sonori programmati digitalmente, sembra sempre il più giovanile, mentre il veterano Ian Mosley, il membro più esperto della formazione, si è di nuovo nascosto dietro la sua imponente batteria con l’immancabile pelle che riportava la copertina del nuovo album. Mosley sarà pure il più vecchio della band, ma sui tamburi riesce ancora ad abbattersi con una forza come se si portasse sulle spalle la metà degli anni.
Oltre a un concerto eccezionale, i Marillion hanno confermato ancora una volta lo status di eterni perfezionisti dal vivo, perché anche stavolta si sono distinti con un’amplificazione fenomenale, che ha fatto avvicinare la maggior parte dei brani quasi in modo sbalorditivo alle versioni in studio. L’unica nota negativa su questa serata fantastica sta nel fatto che, rispetto alle date precedenti di questo tour, a Trezzo hanno suonato il minor numero di brani. Sul motivo si può solo speculare, visto che in Italia di solito sono stati sempre accolti calorosamente e che questa era la loro ultima data nel paese fino al tour successivo. Hogarth durante il concerto si è perfino scusato con tutti quelli che, per un errore degli organizzatori, avevano ricevuto l’informazione sbagliata che il concerto sarebbe iniziato alle undici di sera e così si sono persi l’inizio. Ha sottolineato anche che avrebbe allungato volentieri il concerto per chi era arrivato tardi, ma loro devono già prepararsi al viaggio verso Strasburgo, dove era in programma la tappa successiva del tour. La sua promessa che alla prossima visita a Trezzo, per farsi perdonare, allungheranno il concerto di un’ora è suonata piuttosto amara. Be’, qualcosa alla durata ridotta ha di sicuro contribuito anche il tira e molla percepibile prima dell’inizio ufficiale. Nonostante il concerto potesse durare un po’ di più, abbiamo vissuto uno spettacolo live eccezionale e ci siamo caricati fino all’orlo di un’energia positivissima, quella che sanno evocare solo i vecchi volponi del prog rock britannico. I Marillion, insolitamente ispirati, hanno (di nuovo) superato ogni aspettativa e ci hanno resi felici con una favola live indimenticabile, alla quale ci legherà ancora a lungo il ricordo più bello. Per chiunque cerchi il paradiso concertistico progressive rock per l’anima e per il cuore, andare a un loro concerto è un obbligo.
foto: Alan Pepelko
Scaletta
01. Dreamy Street 02. This Train Is My Life 03. The Other Half 04. Essence 05. Fantastic Place 06. Thunder Fly 07. Out Of This World 08. Mad 09. The Great Escape 10. Real Tears For Sale 11. Asylum Satellite #1 12. The Invisible Man —bis 13. Neverland 14. Happiness Is The Road
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