Monolith

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Kansas
Etichetta: Epic Records
Uscita: 1979
Durata: 41:41
Voto: 4.5/5

Con “Monolith”, il successore del trionfo creativo e commerciale di “Point of Know Return” (1977), i Kansas hanno resuscitato per un attimo le antiche leggende dei nativi americani e sfornato un altro lavoro eccellente, ma piuttosto trascurato. Il disco nasce nel momento di massima popolarità della band, quando suonavano in enormi palazzetti e stadi. I media, intanto, avevano coniato per il loro stile, fino ad allora riconosciuto perlopiù come rock progressivo sinfonico, l’etichetta di arena rock. Un’etichetta che nasceva sia dal fatto che si esibivano nelle grandi arene, sia dal fatto che i loro arrangiamenti andavano di solito a braccetto con un alto tasso di pomposità, drammaticità e teatralità.

Su “Monolith” proseguiva la loro trasformazione dal prog sinfonico di scuola britannica, caratterizzato da grande complessità, lunghe sezioni strumentali e arrangiamenti orchestrali, verso brani più brevi e diretti. L’abbandono degli arrangiamenti sinfonici complessi e delle sezioni ritmiche imprevedibili li ha avvicinati all’hard rock e al rock melodico più che mai. Gli elementi hard rock, di cui di solito era responsabile soprattutto il cantante e all’occorrenza tastierista Steve Walsh, nella loro musica c’erano sempre stati, ma di norma non recitavano un ruolo da protagonisti.

Nonostante siano diventati musicalmente più “con i piedi per terra”, al disco non manca quell’alone di misticismo che li accompagnava fin dagli esordi. Il chitarrista e all’occorrenza tastierista Kerry Livgren, da sempre autore e mente creativa degli arrangiamenti più complessi, in quel periodo non si era ancora trasformato in un fervente cristiano. Era ancora preso dal misticismo orientale e dalle leggende dei nativi americani. Sono soprattutto queste ultime a giocare un ruolo simbolico nel disco. Lo si vede sia dalla copertina, dove campeggia uno sciamano indiano con un casco da astronauta, sia dai testi di alcuni brani, per esempio “People Of The South Wind”. Una curiosità: il nome della band, e dello stato omonimo, deriva dalla tribù nativa dei Kansa, che a quanto pare si definivano “il popolo del vento del sud”. Oltre alle leggende dei nativi della loro terra, i testi si ispiravano anche al libro religioso The Urantia Book, che all’epoca era una delle letture preferite di Livgren.

Vista la qualità dei singoli brani, è difficile credere che dopo il tour del disco siano stati suonati dal vivo solo di rado . Certo, i pezzi non sono tutti spettacolari come buona parte di “Leftoverture” (1976) o “Point of Know Return” (1977), ma sono tutti, uno dopo l’altro, come minimo solidi e garantiscono al disco una coerenza fuori dal comune. Le sezioni strumentali sono più corte e i tipici arrangiamenti barocchi risaltano meno, visto che il violinista Robby Steinhardt ha ormai un ruolo un po’ meno centrale di prima. Tranne che per i puristi del prog più incalliti, per i quali contano soprattutto l’alta complessità e l’imprevedibilità, il loro mix di art rock e rock melodico dovrebbe piacere a qualsiasi buongustaio di musica. I Kansas sono sempre stati strumentisti eccezionali, quindi, nonostante le strutture più brevi e meno complesse, ogni volta c’è da restare a bocca aperta davanti al loro virtuosismo. Le due chitarre sono messe molto più in primo piano in produzione, cosa che farà felice soprattutto chi preferisce il suono delle chitarre a quello delle tastiere.

“On The Other Side” è un’apertura quasi tipica per i Kansas, che dimostra come abbiano mantenuto intatto il loro straordinario talento per arrangiamenti sinfonici drammatici e melodie sottili. Tra i passaggi incantevoli di chitarra acustica e un cantato carico di emozione, ha parecchi ingredienti da power ballad. Dentro infilano anche una breve sezione strumentale con qualche assolo interessante. In primo piano, per tutto il tempo, c’è un ritornello drammatico che si sposa alla perfezione con il motivo centrale a tre voci delle chitarre.

Segue l’ottima “People Of The South Wind”, il pezzo centrale del disco, che riunisce le loro migliori qualità di compositori e strumentisti. Qui riescono a fondere in modo magistrale arrangiamenti sinfonici incantevoli, un ritmo leggero ma intenso e passaggi di chitarra sottili con un ritornello melodic rock ipnotico, che ti resta in testa per un bel pezzo. Quest’ultimo mette in luce soprattutto il loro fiuto per le armonie vocali di accompagnamento, che arricchiscono ulteriormente l’eccellente cantato di Walsh. Questo classico anticipa per molti versi la loro futura direzione verso l’AOR. Il testo gioca con una curiosa ipotesi sul legame tra la tribù nativa nordamericana dei Kansa e dei visitatori venuti dallo spazio, con cui sarebbero rimasti in contatto attraverso riti religiosi e arte. Prima di tutto, però, è un brano dedicato allo spirito di questo popolo oppresso, ma fiero e indomito. Con questo pezzo i Kansas hanno scritto uno dei più bei tributi ai nativi americani nella storia del rock. In questo senso lo eguaglia solo il loro classico degli esordi “Cheyenne Anthem”.

La validissima power ballad “Angels Have Fallen” si apre con un breve assolo barocco di violino e con l’alternanza di Steinhardt e Walsh alla voce solista, che, vista la timbrica completamente diversa dei due, porta nella composizione un forte contrasto. Anche qui entrano in gioco ottime armonie vocali di accompagnamento, che spingono ancora più in alto la drammaticità. In mezzo infilano anche una sezione strumentale movimentata, con alcuni assoli di chitarra eccezionali firmati Livgren, ma anche con la chitarra ritmica di Richard Williams. E non manca nemmeno un finale maestoso, con trionfanti arrangiamenti sinfonici di tastiere e violino.

In “How My Soul Cries Out for You” emerge anche il loro lato hard rock, visto il grande peso dei riff di chitarra affilati di Livgren. Ovviamente sarebbe inutile aspettarsi un assalto hard rock tutto d’un pezzo. Anzi, tutto il contrario. Con cambi di ritmo inattesi, innesti di arrangiamenti sinfonici barocchi e sezioni strumentali drammatiche, i Kansas garantiscono una varietà straordinaria e confezionano perfino il brano più sperimentale del disco. Nella parte centrale arriva addirittura un breve intermezzo strumentale un po’ satirico, con suoni che evocano l’atmosfera di una rissa in un saloon da cowboy. A tagliarlo ci pensa un eccellente assolo di batteria di Ehart. Poi si torna al motivo centrale, dove in primo piano c’è un riff di chitarra infernale. A portarlo verso la chiusura è un assolo di chitarra fenomenale.

L’epica “A Glimpse Of Home” è un altro classico dei Kansas. Qui riescono a riavvicinarsi a quel prog sinfonico drammatico dei tempi passati. Arrangiamenti sinfonici maestosi si intrecciano a passaggi di chitarra incisivi e a ritornelli drammatici, ogni tanto interrotti da intermezzi solistici pieni di fantasia. Qui si sente più che mai come il chitarrista ritmico Richard Williams, che fino ad allora aveva avuto per lo più un ruolo di accompagnamento, sia ormai maturato in un ottimo chitarrista, tanto che Livgren gli lascia molto più spazio. Un giorno prenderà il posto di Livgren come chitarrista principale, ma all’epoca era ancora lontano.

Anche “Away From You” è un pezzo interessante, che si nutre di elementi del prog sinfonico, soprattutto per il suono delle tastiere, mentre in mezzo si fa strada l’accompagnamento di chitarra acustica. Il ritornello diretto viene di nuovo unito a maestosi arrangiamenti sinfonici e a complessi intervalli ritmici, che arricchiscono lo scheletro rock classico e lo rendono interessante anche dopo innumerevoli ascolti.

“Stay Out Of Trouble” è invece il brano più diretto, con forti tendenze hard rock e persino blues. Vale soprattutto per l’accompagnamento al pianoforte, il riff di chitarra centrale e il testo ribelle. Anche qui spicca l’ottima prova dei due chitarristi, con i riff di Williams che completano i passaggi brillanti di Livgren. Il cantato implacabile di Walsh si adatta alla perfezione al ritmo scatenato.

La ballad incantevole “Reason To Be” è una chiusura eccellente per il disco. In primo piano c’è una melodia delicata e pastorale di chitarra acustica, mentre sullo sfondo scorrono sottili arrangiamenti orchestrali. A completare il tutto, un cantato eccellente. Walsh dimostra ancora una volta di  far parte dell’élite dei cantanti capaci di evocare una magia emotiva indimenticabile. Insieme all’indimenticabile “Dust In The Wind”, è senza dubbio una delle loro ballad migliori.

“Monolith” è un disco molto bello, che ha superato a pieni voti un compito tutt’altro che facile: raccogliere l’eredità di un capolavoro come “Point of Know Return” (1977). Dopo il loro apice la band ha tirato fuori da questo lavoro il massimo che poteva e ha messo a segno un altro prodotto di altissimo livello, con cui ha chiuso la sua età dell’oro. Nonostante “Monolith” sia arrivato a un ottimo decimo posto in classifica e abbia regalato loro un hit con “People Of The South Wind”, la band è rimasta delusa dal suo successo commerciale, perché non era riuscito a ripetere quello dei due predecessori. Questo ha indirettamente fatto sì che nel resto della carriera evitassero di suonare dal vivo qualsiasi pezzo di questo album. Oggi la cosa sembra completamente assurda, visto che si tratta del loro ultimo disco che merita l’attenzione anche di chi non fa parte dei loro fan più fedeli. Le sue dimensioni artistiche, poi, non sono mai più riusciti a raggiungerle.

L’atteggiamento da matrigna della band e della casa discografica dell’epoca ha in buona parte la colpa se oggi “Monolith” è molto più trascurato di quanto meriterebbe. Tanto più meritato è il riconoscimento che gli arriva da un dato: la sua copertina è appesa alle pareti del museo storico dello stato del Kansas.

Formazione

Steve Walsh – voce, tastiere
Kerry Livgren – chitarra, tastiere
Rich Williams – chitarra
Robby Steinhardt – violino, voce, incudine
Dave Hope – basso
Phil Ehart – batteria

Produzione

Kansas

Tracklist

1. On the Other Side
2. People of the South Wind
3. Angels Have Fallen
4. How My Soul Cries Out for You
5. Glimpse of Home
6. Away from You
7. Stay Out of Trouble
8. Reason to Be

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