Never Let Go

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Camel
Etichetta: Camel Productions
Uscita: 1993
Voto: 4.5/5

Con il loro magnifico ritorno all’inizio dei ’90 i Camel sono davvero risorti dalle ceneri come la mitica fenice. Come ho già detto nella mia recensione di “Dust And Dreams” (1991), dove ho sottolineato soprattutto quanto mi abbia fatto felice vedere i Camel tornare, dopo un lungo periodo di inattività forzata, con un disco così potente, capace di rimetterli tra i principali portabandiera e plasmatori del prog sinfonico, questo live uscito sull’onda calda del tour di “Dust And Dreams” è una prova ancora più solida di quell’affermazione.

Prima di questo disco i Camel avevano già pubblicato due album dal vivo: il bellissimo “A Live Record” (1978), una riuscitissima vetrina dei loro anni d’oro, e il molto meno entusiasmante, ma comunque solido, “Pressure Points” (1984), in cui avevano presentato anche alcuni pezzi più radio-friendly registrati negli anni ’80. Su “Never Let Go” i Camel hanno saputo trovare la misura giusta e scegliere una selezione quanto mai azzeccata, che in ordine cronologico abbraccia tutti i lavori migliori e più importanti, dal debutto fino all’esecuzione integrale di quel capolavoro concettuale che all’epoca era la loro ultima uscita, “Dust And Dreams”. L’unico album da cui non hanno scelto nemmeno un brano è “Stationary Traveller” (1984), ma non è certo una pecca, visto che è tra i loro dischi meno interessanti. Fa piacere anche il fatto che, a differenza dei live precedenti, dove seguivano per lo più fedelmente le versioni in studio, qui si concedano molte più improvvisazioni e parti acustiche, che fanno fare un salto di qualità ad alcuni pezzi e li rendono ancora più interessanti.

Il primo CD contiene i loro vecchi brani, soprattutto esecuzioni eccellenti di classici che di sicuro faranno impazzire tutti gli amanti dei loro tempi d’oro, quando contribuirono in modo decisivo allo sviluppo del prog rock sinfonico. Il concerto si apre con l’immortale classico “Neve Let Go” dal loro debutto Camel (1973), oggi dedicato al loro storico tastierista Peter Bardens, purtroppo scomparso. Questa splendida versione si distacca parecchio dall’originale in studio, perché la prima parte è suonata in chiave acustica, mentre nella seconda arriva un’ampia sezione strumentale improvvisata. Credo che Andy abbia scelto apposta il titolo di questo classico per l’album, per fissare in modo simbolico le sue lunghe battaglie con avvocati ed etichette, da cui alla fine, con mia grande gioia, è uscito non solo come grande vincitore con una label indipendente tutta sua, ma ha anche garantito il rilancio e la clamorosa rinascita di una band che molti davano ormai per consegnata al ricordo dei “bei vecchi tempi”, quando la musica si faceva ancora con il cuore. La fenomenale “Earthrise” (Mirage, 1974) è una scelta più che ottima, che risveglia in modo incredibilmente bello i Camel classici di quando mescolavano così bene il prog sinfonico con le influenze jazz fusion. Senza dubbio uno dei picchi del primo disco. Seguono due ottime esecuzioni di classici dal capolavoro concettuale “The Snow Goose” (1975), “Rhayader” e “Rhayader Goes To Town”, senza i quali faccio fatica a immaginare una degna rappresentazione di un loro concerto. La ballata dal sapore space rock “Spirit Of The Water” (Moonmadness, 1976) non è la scelta più impressionante, perché non è tra i vertici di quel disco, ma con la sua quieta emotività si incastra bene nell’atmosfera e nel flusso del concerto. Il viaggio prosegue con la un po’ dimenticata “Uneven Song” (Rain Dances, 1977), condita di jazz, e con l’indimenticabile epopea spaziale “Echoes” (Breathless, 1978), per me il pezzo migliore di quell’album. Il meglio però deve ancora arrivare, con l’ottima versione dell’indimenticabile strumentale spaziale “Ice” (I Can See Your House From Here, 1979), che è un vero piacere ascoltare anche dal vivo. Tutti i fan della band ne usciranno più che appagati, perché questa versione suona addirittura meglio di quella in studio. L’improvvisazione strumentale finale ti toglie il fiato con una gamma incredibile di tastiere spaziali e con uno degli assoli di chitarra più emozionanti di tutta la registrazione, che ti regala altri brividi lungo la schiena. Come per “The Snow Goose”, anche dall’altro loro capolavoro concettuale, “Nude” (1981), hanno scelto i primi due brani. “City Life”, con una grossa dose di elementi AOR, è l’unico momento del disco che mostra il loro lato più radio-friendly e, da questo punto di vista, è addirittura tra le cose migliori che abbiano fatto. Io, infatti, non ho mai avuto grossi problemi con i loro lavori più commerciali, finché avevano il loro suono riconoscibile ed erano fatti con cuore e anima. L’ottima esecuzione di “Drafted”, che per un attimo ci porta su un’isola solitaria in mezzo al Pacifico, è un’altra vittoria su tutta la linea.

Il secondo CD contiene l’esecuzione integrale della gemma che all’epoca era la loro novità, “Dust And Dreams”, una mossa quanto mai azzeccata trattandosi di un concept album. Nella recensione l’avevo definito uno dei loro migliori di sempre, e questa versione live, con passaggi sottili in più e l’energia del concerto, riesce perfino a superare l’originale in studio. Quelle che mi esaltano di più sono “Mother Road”, “Rose Of Sharon” e “End Of The Line”. A chiudere questa registrazione eccellente arrivano ancora due leccornie. Prima tornano con una scelta del tutto inaspettata, l’ottimo strumentale “Sasquatch”, tra l’altro il pezzo migliore del loro album più debole, “The Single Factor” (1982), dove possiamo di nuovo goderci passaggi di tastiera dal gusto incredibile e altri sottili assoli di chitarra che escono dalle dita del maestro Latimer. Dopo questa scelta inattesa arriva una chiusura assolutamente prevedibile e più che obbligata, l’esecuzione del loro classico più famoso e amato, “Lady Fantasy” (Mirage, 1974), che nonostante non se ne dimentichino quasi mai è sempre un piacere ascoltare. Anche stavolta assistiamo a un’altra versione eccellente, che chiude nel modo giusto questa splendida registrazione

“Never Let Go” è un live splendido, che ci mostra dei Camel rinati e carichi di energia in più, fermamente convinti della loro missione di guidare e sviluppare la loro forma di rock progressivo anche per le generazioni future di ascoltatori. Una scaletta eccellente, un’energia incredibile e una produzione ottima accontenteranno più che a sufficienza ogni appassionato del loro lascito musicale. Forse a qualcuno mancherà un ospite speciale al sax o alla voce, ma secondo me i Camel in questo modo emergono molto meglio come gruppo compatto che resta fedele al proprio suono inconfondibile. Senza dubbio è un disco che è una vera delizia per tutti i fan di lunga data della band e un candidatissimo a miglior album dal vivo, accanto ad “A Live Record” e “Coming Of Age” (1997).

Formazione

Andrew Latimer – voce, chitarra, flauto, tastiere
Colin Bass – basso, tastiere, cori
Paul Burgess – batteria
Mickey Simmonds – tastiere

Produzione

Andrew Latimer & Andrew Jones

Tracklist

CD 1 (59:23)
1. Never Let Go
2. Earthrise
3. Rhayader
4. Rhayader Goes To Town
5. Spirit of the Water
6. Unevensong
7. Echoes
8. Ice
9. City Life
10. Drafted

CD 2 (72:35)
1. Dust Bowl
2. Go West
3. Dusted Out
4. Mother Road
5. Needles
6. Rose Of Sharon
7. Milk n’ Honey
8. End Of The Line
9. Storm Clouds
10. Cotton Camp
11. Broken Banks
12. Sheet Rain
13. Whispers
14. Little Rivers And Little Rose
15. Hopeless Anger
16. Whispers In The Rain
17. Sasquatch
18. Lady Fantasy

Durata dell’album: 131:58

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