We Are Storms
Artista: Storms
Etichetta: Moonlee Records
Uscita: 2011
Durata: 33:35
Voto: 3/5
Storms è una giovane band croata per nascita, ma con una formazione di veterani, perché riunisce sotto lo stesso tetto musicisti che in passato hanno suonato, tra le altre, in Don’t Mess With Texas, Amok, Nikad, Radio Free Isaac e Lunar.
Il debutto in studio “We Are Storms”, anticipato in parte dal “Demo” con tre brani uscito l’anno scorso, Gutless, Mount Manhattan e Hope Of Hype, è lo specchio delle passate avventure musicali del trio. Si tratta di una versione semplificata del post rock, con dentro un po’ di punk rock e hardcore e una produzione “spogliata”, vivace e dal suono caldo, diciamo un suono proprio “indie”, senza fastidiose ruvidità, che nella dose giusta massaggia piacevolmente le orecchie dall’inizio alla fine. Sul piano espressivo gli Storms col debutto non portano nessuna rivoluzione musicale né niente di davvero fuori dal coro, cosa che, diciamolo, il post rock in generale permetterebbe in largo. Sperimentazioni e piacevoli sorprese tipiche dei loro concittadini zagabresi Man Zero non ce ne sono, e negli Storms cercherai invano anche solo la minima traccia di “stranezza” musicale. A voler spaccare il capello in quattro, il maggior movimento nello sviluppo di un pezzo l’ha centrato proprio la conclusiva Bitter End, dove anche la batteria si prende finalmente un po’ di attenzione, portando più esplosività nei punti di passaggio.
I brani sono brevi, compatti, di schema semplice, e “We Are Storms” scorre via in una buona mezz’ora. Per la dichiarazione musicale degli Storms basta e avanza. I quattro quarti in ripetizioni di frasi di chitarra appoggiate su semplici trame ritmiche aggiungono quell’effetto di ipnosi, che però si insinua dietro al rumore di chitarra più in primo piano (è logico, visto che la sua funzione è fare da riempitivo principale del quadro sonoro generale dei pezzi), e al primo ascolto dà sensazioni più pesanti di quanto ci si aspetterebbe da un post rock. Però queste sensazioni si approfondiscono ai successivi giri del disco nel lettore, quindi anche questo elemento, all’inizio un po’ nascosto, non manca affatto.
Trattandosi di un trio che non ricorre ad alcun effetto sonoro aggiuntivo, niente campioni stratificati, niente tappeti di tastiere, niente trame poliritmiche extra, il carico principale sta nel riempire il suono con la chitarra. Così i brani sono costruiti per lo più con ornamenti di chitarra che si agganciano alla frase principale e prendono il posto della voce. Nineteen Eighty Bore, che apre il disco, è il primo esempio di questo principio. Spicca anche una netta integrazione della dissonanza, che arriva dalla tradizione punk e di cui, come vuole la moda, è impregnata la cultura rock alternativa nelle sue forme di oggi.
Gli Storms vengono dunque etichettati, sul piano espressivo, come una forma banale e facilmente accessibile di post rock, ma nelle composizioni dimostrano di non essere a corto di idee nel costruire frasi di chitarra efficaci e, di conseguenza, motivi guida. Il disco segue la collaudata formula Storms, ma alla band riesce di definire un set di dieci brani che si differenziano tra loro abbastanza da dare all’album un piacevole livello di sviluppo dinamico. Perciò ogni timore che “We Are Storms” possa annoiare è una preoccupazione del tutto superflua e vana.
Nel modo di suonare si sente che i musicisti si sono lasciati alle spalle un bel pezzo di strada musicale. L’album ha infatti catturato un feeling dal vivo, come se fosse stato suonato alla vecchia maniera. Un concerto in studio, insomma. E, vista l’indole musicale della band, è in fondo il massimo che gli Storms possano offrire in questa produzione del suono. Allo stesso tempo i ragazzi movimentano i pezzi qua e là con passaggi più calmi, oppure la ripetizione delle frasi nel rumore cresce piano piano per poi calare in un altro punto (To Hell In A Handbag, I’ll Be Damned)). È quell’effetto ondulatorio e la conseguente sensazione di ipnosi che si insinua così nella natura stessa dei brani.
“We Are Storms” è un ottimo debutto in studio, piacevolmente confezionato per le orecchie di un pubblico ampio che va in fissa per le soluzioni sonore alternative. È una riuscita e audace fusione di tre mondi musicali, incarnati da tre musicisti, in un nuovo corpo musicale. Quanta “elementarità” verrà “sacrificata” in futuro in nome del coraggio sperimentale non si può prevedere, ma alla sua origine il debutto degli Storms è un prodotto degno, ben consegnato e piacevolmente post-rock nella forma. Speriamo solo che in futuro non diventi oggetto di auto-replicazione da parte della band.
Formazione
Sasha – chitarra
Slobich – basso
Neven – batteria
Produzione
Storms
Tracklist
1. Nineteen Eighty Bore(03:35)
2. Up the Punks, Fuck the Drunks (02:32)
3. Mount Manhattan(02:53)
4. I Am Vile (03:36)
5. To Hell in a Handbag 04:02)
6. Gutless (02:55)
7. Heroine (04:09)
8. Hope Or Hype (03:12)
9. I’ll Be Damned (03:10)
10. The Bitter End(03:24)