“Atom Heart Mother”, quinto album in studio in assoluto dei Pink Floyd, è considerato uno dei dischi più trascurati della loro intera carriera, anche se con questo lavoro la band ha sfornato qualcosa di completamente diverso dal predecessore »Ummagumma« (1969, RockLine recensione), raggiungendo la fase conclusiva della propria evoluzione nell’era psichedelica. Sull’album troviamo di nuovo una lunga composizione nata »collettivamente«, seguita da quattro brani più brevi in cui tutti e quattro i membri del quartetto si presentano – ciascuno per conto proprio – nel ruolo di compositore principale. È un album che ancora oggi è più famoso per la sua copertina strampalata che per la musica.
L’album uscì il 2 ottobre 1970 per la EMI Records e conquistò il primo posto nella classifica britannica e il 55° in quella americana, dove col tempo ottenne anche il disco d’oro. Fu registrato agli Abbey Road Studios. Con una copertina che a prima vista ti fa pensare a un libro illustrato per bambini sugli animali della fattoria, e su cui c’è soltanto una foto, senza il nome della band né il titolo dell’album. Non c’è traccia nemmeno di foto dei membri del gruppo. Se giri la copertina o apri la confezione apribile del vinile, al massimo ti spuntano davanti altre teste di bestiame. Tra gli autori dell’album figura anche Ron Geesin, che ebbe un ruolo importante nella composizione della suite di quasi 24 minuti.
È la storia di un album in cui, guardando la copertina – da sinistra verso destra – la prima cosa che ti salta all’occhio è il posteriore di una mucca da latte, e in cui i suoni dell’acciottolio mattutino delle posate nella cucina di Mason si mescolano al profumo di prosciutto arrosto, allo sfrigolio delle uova all’occhio di bue e a chissà cos’altro finito nella padella di uno dei roadie della band. Un album che rappresenta un brillante manifesto conclusivo dell’artisticità del gruppo nella sua era psichedelica, e un album sul quale né Gilmour né Waters hanno mai espresso – e questo vale ancora oggi – opinioni lusinghiere. E nonostante tutto questo, il primo album della band a conquistare il primo posto nella classifica britannica dei dischi più venduti.

Per capire davvero come si arrivò all’album »Atom Heart Mother« (RockLine recensione), bisogna tornare a frugare nella seconda metà degli anni Sessanta. Dopo l’album »A Saucerful of Secrets« (1968, RockLine recensione) la band aveva fornito la musica per il film d’autore »More« (1969, RockLine recensione). I Pink Floyd avevano quindi già esperienza nel comporre musica per il cinema. E così capitò che un bel giorno ricevettero di nuovo la proposta di scrivere la colonna sonora di un film.
Chi di voi per caso possiede l’affascinante cofanetto »The Early Years 1965-1972« sa che uno dei dischi, intitolato Devi/Ation, è dedicato all’album “Atom Heart Mother” e a parte della colonna sonora del film »Zabriskie Point«, che rappresenta il punto di partenza della futura suite, ovvero della title track dell’album. Questo documento contiene infatti la prima registrazione in assoluto di una versione della suite Atom Heart Mother, oltre a una delle prime riprese filmate di una sua esecuzione.
Anche se in seguito i Pink Floyd registrarono album ancora migliori – diciamolo francamente, solo con »Meddle« (1971, RockLine recensione) riuscirono finalmente a definire il proprio suono e il proprio stile –, l’avventura musicale di »Atom Heart Mother« resta comunque parte della loro era di sperimentazione sfrenata, in cui la band »buttava« in un unico calderone innumerevoli frammenti cercando di legarli insieme nel modo più audace possibile. Nel novembre del 1969 i Pink Floyd partirono per Roma, dove si unirono a Michelangelo Antonioni per registrare la musica del film »Zabriskie Point«. In questa colonna sonora c’è anche musica fornita, tra gli altri, dai Grateful Dead. Waters ricorda che lavorare con Antonioni era del tutto insopportabile, perché il regista non era soddisfatto di niente. Mai. Restava insoddisfatto anche quando la band, su suoi suggerimenti e desideri, »ritoccava« le registrazioni. La faccenda arrivò addirittura al punto che Antonioni iniziò ad andare in panico per gelosia, temendo che la musica potesse oscurare la sua sceneggiatura. Lavorare con Antonioni si rivelò dunque una missione impossibile e dopo due settimane i Pink Floyd lasciarono Roma. Al film del “regista eternamente insoddisfatto” contribuirono così con tre brani, ma a Roma nacque anche parecchio altro materiale. Si trattava di sezioni musicali separate, sulle quali la band iniziò poi a costruire la suite che dà il titolo all’album. Insomma, il viaggio a Roma dei Pink Floyd non fu del tutto inutile. Il motivo centrale composto lì, cioè quello che costituì il nucleo di partenza su cui la band cominciò a costruire il nuovo lavoro, è una frase di Gilmour che allora i Pink Floyd trovarono molto accattivante e che, per via delle associazioni che evocava, ribattezzarono scherzosamente “tema per un western tremendamente brutto”. In pubblico, comunque, veniva chiamata ufficialmente “Theme from an Imaginary Western«. A proposito, sempre a Roma venne scritto anche il brano The Violent Sequence, che dopo essere stato inserito nell’album »The Dark Side Of the Moon« (1973, RockLine recensione) fu ribattezzato Us And Them.
Anche se in una delle interviste dell’epoca Roger Waters stuzzicava il pubblico lasciando intendere che la band stesse per registrare la colonna sonora del film d’animazione »Rollo« – che doveva ispirarsi a »Yellow Submarine« dei The Beatles e raccontare la storia di un ragazzino che aveva perso la sua bussola nello spazio –, la cosa finì lì. La band, invece, si diresse agli Abbey Road Studios per registrare la sua nuova musica. Proprio in quel periodo la EMI Records si era dotata di nuovi mostri tecnologici – registratori a otto piste, sigla »EMI TG12345«, su cui giravano nastri da un pollice – e impose alla band di non fare tagli. In altre parole, la composizione non poteva essere registrata in parti separate. La band dovette quindi suonarla tutta d’un pezzo, il che significò che Roger Waters e Nick Mason registrarono basso e batteria per lo più al primo tentativo.
La band eseguì la nuova composizione per la prima volta – almeno stando alle testimonianze e ai documenti disponibili – il 17 gennaio 1970 a Hull. Nelle esecuzioni successive il brano continuò a crescere, diventando sempre più lungo, di pari passo con le idee sempre nuove che i Pink Floyd ci infilavano dentro. Anche se lo provavano sul palco già da diverse settimane, la band sapeva e sentiva che gli mancava qualcosa. Quel qualcosa era un’orchestra.
A questo punto entra in scena il poeta, compositore, produttore e pianista di formazione classica scozzese Ron Geesin, nato nell’Ayrshire, che suonava anche il banjo. Negli anni Sessanta registrava musica per spot pubblicitari nel suo studio nel seminterrato a Notting Hill. A presentare Geesin al Floyd Nick Mason fu il tour manager dei Rolling Stones Sam Jonas Cutler. Fino ad allora Geesin non conosceva affatto la musica dei Pink Floyd, e quando la ascoltò per la prima volta non ne fu per niente entusiasta. La definì un »vagabondaggio astrale«. Geesin era molto più attratto dall’opera lirica che dalla maggior parte del rock’n’roll di allora. Così un bel giorno invitò Mason, Gilmour e Rick Wright a vedere il Parsifal di Wagner. In seguito commentò l’episodio così: »La cosa più degna di nota fu che tutti e tre si addormentarono durante lo spettacolo«. Nonostante le differenze di gusto musicale, in quel momento Geesin era davvero la scelta migliore. Con Waters aveva già composto la musica per il documentario scientifico The Body. Quel lavoro era caratterizzato dalla combinazione di strumenti convenzionali e suoni prodotti dal corpo umano: respiri, parole, peti… Atom Heart Mother (la suite) offriva una fusione simile di suoni standard e straordinari.
Molti anni dopo Geesin raccontò che i Pink Floyd si erano presentati da lui con un’idea piuttosto vaga di cosa volessero davvero: »Per quanto ricordo, Dave (David Gilmour, n.d.r.) mi parlò di un tema che aveva scritto. Poi nel mio studio arrivò Rick Wright. Insieme buttammo giù qualche frase per la sezione vocale. Poi i Pink Floyd partirono per un tour negli Stati Uniti e mi lasciarono da solo a lavorarci nel frattempo.« Geesin scrisse la musica a casa sua a Notting Hill, nel pieno della calura dell’estate del 1970. Alla fine il musicista scozzese si rivelò fondamentale per il nuovo album in studio dei Pink Floyd in arrivo.
Il periodo a cavallo dell’inizio degli anni Settanta, e anche un po’ prima, si rivelò un’epoca di sfide per i musicisti e compositori di formazione classica, perché tutte le band rock capellone cercavano ottoni e fiati per la propria musica. Cominciarono i The Beatles. Seguirono i Barclay James Harvest, i The Moody Blues, i The Nice e i Deep Purple con il loro album “Concerto For Group and Orchestra” (1969, RockLine recensione). Con un’idea simile si unirono a loro sulla scena anche i Pink Floyd.

Ron Geesin aveva collaborato con successo anche con la New Philharmonic Orchestra, con cui aveva registrato degli spot pubblicitari. Anzi, gli orchestrali lo stimavano parecchio. Ma quando nel giugno del 1970 si presentò negli studi di Abbey Road, dove la EMI aveva mandato a registrare la sua EMI Pops Orchestra, i musicisti lo guardarono dall’alto in basso, come un hippie spaesato, e resero le sessioni il più difficili possibile. Non riconoscevano infatti la sua autorità. Geesin raccontò in seguito: «Un direttore esperto l’avrebbe presa con calma, come una cosa del tutto normale, parte del suo lavoro, quando deve far rispettare all’orchestra la gerarchia dei ruoli. Io invece ero un novellino totale. Non ero un direttore d’orchestra. Quando spiegavo qualcosa agli orchestrali o facevo loro delle domande, mi rispondevano: ‘Spiegacelo tu. Noi non lo capiamo’. Il più linguacciuto di tutti era un cornista.» Quando Geesin minacciò di dargliele se non avesse chiuso il becco, i rappresentanti della casa discografica gli chiesero di andarsene, liberandosi così di lui.
A sostituire Geesin arrivò il direttore John Alldis, maestro del coro molto stimato negli ambienti musicali. I «legionari ribelli dello studio» trovarono subito un’intesa con lui, mentre il coro di Alldis contribuì con vocalizzi corali senza testo. A tratti il risultato suonava volutamente dissonante e di tanto in tanto tirava fuori melodie quasi inquietanti.
Quando Roger Waters disse che la prima parte della suite Atom Heart Mother «si trascina», la definizione non era poi così campata in aria. Però, quando intorno ai tre minuti entra per la prima volta la slide guitar di Gilmour, insieme al violoncellista islandese Hafliði Hallgrímsson crea un contrasto bello netto. È solo uno dei momenti della suite che indicano la direzione che la band avrebbe preso in futuro, non solo con l’album «Meddle», ma anche con «The Dark Side of the Moon». Anche se la suite era stata messa insieme ancora in piena era di sperimentazione rock psichedelica, lavorando con l’orchestra i Pink Floyd dovettero in qualche modo darsi molta più disciplina rispetto al predecessore «Ummagumma» (1969). Il che significa che le varie parti di quella suite gigantesca di quasi 24 minuti erano ormai definite in modo più concreto nei dettagli e più compiute nei motivi. Nella quinta parte della suite, intitolata Mind Your Throats Please, si sente la voce distorta di Mason che esclama: “Silenzio in studio (‘Silence in the studio’)”. Sullo sfondo l’esclamazione è accompagnata da un pianoforte suonato attraverso un amplificatore Leslie. Un trucco simile i Pink Floyd lo usarono più tardi nell’epica Echoes («Meddle», 1971).
Geesin aveva dunque scritto la musica per l’orchestra e, quando sentì il tutto dal vivo, disse che sotto la bacchetta di Alldis era venuto fuori troppo morbido e poco aggressivo, e che non era come se l’era immaginato lui. Ciononostante concluse che l’album era un ottimo compromesso. Il 27 giugno 1970 i Pink Floyd si presentarono al Bath Festival Of Blues And Progressive Music, dove a far loro compagnia c’erano il coro di Alldis e un ensemble di fiati dal nome completo The Philip Jones Brass Ensemble. Allo stesso festival suonarono anche i Led Zeppelin, che nell’ottobre dello stesso anno, proprio come i Pink Floyd, pubblicarono il loro album «III» – un articolo simile di RockLine per i 50 anni di quel disco lo trovi QUI. Comunque, i Pink Floyd e tutto il seguito di musicisti non salirono sul palco finché non cominciò a fare sera, e Roger Waters presentò la nuova suite al pubblico come «The Amazing Pudding».
A fine luglio i Pink Floyd tornarono negli studi di Abbey Road, dove cominciarono a registrare il materiale per il lato B del nuovo album. Tutta la libertà creativa che la EMI Records concedeva loro all’epoca oggi è impossibile anche solo immaginarla. Per la prima volta in carriera il ruolo di produttori se lo presero direttamente i Pink Floyd, e se qualcuno della EMI si affacciava in studio anche solo per un attimo a ficcanasare, veniva subito messo alla porta. Uno degli assistenti di studio della band di allora, abile manipolatore di nastri, di nome Alan Parsons – che in seguito avrebbe fatto da ingegnere del suono per «The Dark Side Of The Moon» e più tardi ancora sarebbe diventato famoso con una serie di intramontabili hit art pop rock con il suo Alan Parsons Project – ricorda un episodio in cui alla porta si presentò un rappresentante della casa discografica. «I Pink Floyd nutrivano un’antipatia generale verso chi lavorava per l’etichetta,» ha raccontato Parsons, proseguendo: «un giorno in studio si presentò un tizio che faceva parte dello staff A&R della casa discografica. ‘Vieni pure. Ti facciamo sentire un pezzo del nostro album,’ gli dissero Roger e Ron Geesin.” L’arrivo dell’uomo dell’A&R era stato annunciato in anticipo, e Parsons continua: «Prima che il tizio arrivasse in studio, Ron e Roger nascosero il mixer sotto il tavolo e misero su una vecchia bobina con una registrazione a 78 giri. Per farlo usarono l’impianto audio dello studio. L’uomo dell’A&R strabuzzava gli occhi, confuso, e se la filò il più in fretta possibile. Tutti noi facemmo una fatica tremenda a restare seri.»
Nick Mason una volta disse che i Pink Floyd non buttano mai via una nuova idea musicale. Geesin ricorda che gli altri quattro brani dell’album nacquero da frammenti che «stavano sparsi per lo studio». Chi conosce l’album sa che sul suo lato B ci sono parecchie idee estremamente interessanti ed eccellenti, tutt’altro che robetta. Il brano If mostra il lato più morbido della personalità di Waters. Un testo straordinariamente acuto, cantato con delicatezza, con versi come: “… Se fossi solo, piangerei …”, “… se fossi un brav’uomo, capirei le differenze tra amici …” Una confessione che scuote. Come una sveglia. Waters, che nella band si occupava dei rapporti con il pubblico e che a poco a poco si prendeva sempre di più il ruolo di motivatore principale del gruppo, qui mise dunque in mostra il suo lato più sofisticato. Summer ’68 è opera di Rick Wright e racconta un’avventura di una notte con una groupie: al suo organo e alla sua voce inconfondibile si aggiunge una sezione di fiati. Wright una volta scherzò: «A quei tempi c’erano groupie dappertutto. Arrivavano e si prendevano cura di te. Ti facevano da guardia. Erano come parte del tuo bagaglio personale … E ti lasciavano con una dose di gonorrea.»
Quello che fece più fatica a tirare fuori il suo brano per l’album fu Gilmour, che a quanto pare venne addirittura chiuso negli studi di Abbey Road finché non l’ebbe scritto. La dolce, fragile e psichedelicamente pastorale Fat Old Sun, che ti fa l’occhiolino di prima mattina, mette al centro il chitarrista che osserva placido gli uccelli, flash personali all’odore dei prati appena falciati e associazioni del genere. Gilmour in seguito ne disse: «È un brano rimasto “fantasticamente trascurato!” Nel 2001 volevo infilarlo nella compilation Echoes, ma i miei sforzi furono inutili».
A chiudere l’album c’è la famosa Alan’s Psychedelic Breakfast. Uno strumentale tortuoso e serpeggiante che ruota attorno alle attività mattutine nella cucina di Mason, e del baccano che ne viene fuori è responsabile il tecnico, ovvero il roadie della band, di nome Alan Styles. Il brano punta molto sulla quadrifonia, che rende in modo geniale la profondità spaziale dello scontro tra strumenti convenzionali e rumori registrati nell’ambiente, prodotti da Alan Styles mentre si friggeva le uova e si tostava il pane. Alan Parsons ricorda: «Il primo take diceva ‘l’uovo vola’. Seguì il secondo con ‘hop?!?’ e l’uovo finì per terra.» Alan’s Psychedelic Breakfast è una “creatura” di Nick Mason, che dice che di tutta la faccenda ancora oggi lo entusiasmano soprattutto gli effetti sonori aggiunti. La band trovò l’ispirazione per il brano quando si mise a improvvisare su uno schema ritmico ricavato dal gocciolare di un rubinetto.
In quel periodo i Pink Floyd ricevevano le visite di un ospite speciale. Un ospite illustre. Nella stanza accanto, infatti, il loro ex membro Syd Barrett stava registrando il suo secondo album solista in studio, con la collaborazione anche di David Gilmour e Rick Wright. Ogni tanto Barrett si presentava nella sala dove registravano i Pink Floyd, ma ogni volta chiudeva la sua visita fugace molto in fretta, se non proprio in un lampo, e tornava nella sua sala di registrazione.
«Atom Heart Mother» è l’album che, secondo David Gilmour, è passato alla storia come il lavoro in studio più frammentario della band, nato da un mucchio di piccole idee spuntate da ogni parte e poi messe insieme dal gruppo in un tutto. Del resto Gilmour non ha mai mostrato un grande entusiasmo per il contenuto dell’album. Ai fan della band probabilmente ancora oggi non è del tutto chiaro cosa volesse dire il gruppo con una suite cinematografica, psichedelica e prog rock, ballatine pastorali e folk e lo sfrigolio di prosciutto e uova all’occhio di bue. A dirla tutta, non era del tutto chiaro nemmeno alla band stessa. Lo stesso tipo di indefinitezza segnò anche la copertina dell’album. Per realizzarla la band scelse di nuovo lo studio Hipgnosis. Il suo fondatore Storm Thorgerson e Aubrey ‘Po’ Powell non avevano la minima idea di cosa dovessero effettivamente creare. Così tra le loro idee saltò fuori anche una mucca, proposta più per scherzo che sul serio, ma alla band piacque un sacco.
L’album però non aveva ancora un titolo. L’idea iniziale, «The Amazing Pudding», in qualche modo non attecchiva più. L’ispirazione per il titolo giusto arrivò finalmente il 16 luglio 1970, quando i Pink Floyd registrarono un concerto per il programma della BBC del DJ John Peel. Quella registrazione oggi ha trovato posto nell’uscita «Devi/Ation». Nello studio della BBC Paris Cinema, da cui l’emittente trasmetteva il concerto, c’era anche il suo produttore Jeff Griffin, che ricorda: «Peely (soprannome di John Peel, n.d.r.) stava sfogliando l’Evening Standard. Da sopra la sua spalla ci sbirciava dentro anche Roger Waters. Mentre leggeva il giornale, Peely disse: ‘Dai ragazzi, su! Saprete già come si chiamerà questo vostro nuovo lavoro, no? Scommetto che in questo giornale trovate qualcosa di sensato.’ Ron Geesin, anche lui presente, convinse Waters a sfogliare il giornale suggerendogli: ‘Il tuo titolo è lì dentro!’ E così fu. Girando le pagine, Waters si fermò sul titolo ‘Atom Heart Mother Named’, sopra un articolo su una donna di 56 anni, Constance Landell, a cui avevano impiantato un pacemaker radioattivo al plutonio. ‘È questo’, urlò Waters. Atom Heart Mother.» Ma visto che nemmeno questo titolo aveva il minimo legame con la musica dell’album, secondo Jeff Griffin a quella proposta scoppiarono tutti a ridere. Quando chiesero a Waters: “Perché?”, lui rispose semplicemente: «E perché no?»
Due giorni dopo i Pink Floyd, insieme al coro di Alddis e al Philip Jones Brass Ensemble, si presentarono come headliner di un festival all’Hyde Park di Londra (a ingresso gratuito), dove a scaldare il pubblico prima di loro c’erano The Third Ear Band e Kevin Ayers’ Whole Wide World. Ron Geesin, coautore della famosa suite, lasciò il concerto in lacrime e brontolando: «L’esecuzione della sezione fiati è stata spaventosa.» Geesin è davvero coautore della suite, ma non ebbe alcuna influenza sulla sua realizzazione. Il manager dei Pink Floyd Steve O’Rourke spiegò amichevolmente a Geesin che doveva provare ad accettare l'”eterna torsione” tra logica di mercato e logica dell’arte. Durante la composizione, Geesin aveva contrassegnato le scene (le parti) della suite con le lettere dalla A alla Q. Su questo ha raccontato: “Dovevo farlo per avere un’idea di dove stesse andando tutta la faccenda. Ma eravamo tutti d’accordo sul fatto che si trattasse di un unico brano.» Eppure…
Steve O’Rourke infatti fece presente a Geesin che – in base al contratto con l’etichetta americana Capitol Records, che curava le uscite degli album dei Pink Floyd dall’altra parte della pozzanghera atlantica (USA) – avrebbe dovuto spezzettare la suite il prima possibile in più parti con titoli distinti. Perché incassare i diritti d’autore una volta sola, se si può farlo sei volte? Furbo. Il titolo della prima parte della suite, Father’s Shout, nasce da un’ispirazione che Geesin trovò in uno dei suoi eroi del jazz americano, Earl ‘Fatha’ Hines. I titoli delle altre cinque parti li misero i membri della band, che l’ispirazione la andarono a cercare direttamente sulla copertina dell’album.
Il tutto si rivelò una mossa molto azzeccata. L’album uscì il 2 ottobre 1970 e conquistò il primo posto nella classifica di casa, cioè quella britannica degli album più venduti. Negli USA arrivò al 55° posto. Raccolse recensioni favorevoli e, dopo la sua uscita, il regista Stanley Kubrick si rivolse alla band chiedendo se poteva usare parti della suite nel suo dramma distopico di fantascienza «Guida galattica per autostoppisti». I Pink Floyd gli dissero di no, perché per il film voleva riarrangiare parti dell’originale. Chi conosce il film sa che in un’inquadratura compare per un attimo la copertina di «Atom Heart Mother».
Ron Geesin ancora oggi prova sentimenti contrastanti verso il suo lavoro più famoso. La grande impresa successiva in cui si lanciò fu la colonna sonora del film “Sunday Bloody Sunday” del regista John Schlesinger. Da allora ha creato installazioni sonore e video, oltre a comporre e registrare lavori che rientrano tra le opere pionieristiche della musica elettronica. Dice Geesin: «Vorrei alzarmi in piedi e urlare davanti a tutti: Ehi, guardate tutti! Ho creato più di 2000 opere e so che alcune sono parecchio meglio della suite Atom Heart Mother, ma nessuno di voi le ha mai sentite.»
Tra il 1970 e il 1971 la suite Atom Heart Mother ebbe un posto fisso nella scaletta dal vivo della band, finché non fu sostituita dalla successiva creazione epica: il brano Echoes dall’album «Meddle» (1971). La band è sempre stata critica nei confronti della suite. Waters la definì in seguito “pura robaccia”, Gilmour “un fiasco totale”. Gli altri brani dell’album sono stati suonati dal vivo di rado. Waters ha iniziato a eseguire più spesso la sua If solo durante il tour a supporto del suo album solista «Radio C.H.A.O.S.», mentre Gilmour ha inserito Fat Old Sun nella scaletta dei suoi tour soltanto nel 2006. Col tempo però i cuori si sono ammorbiditi. Nel 2008 David Gilmour si è unito come ospite speciale a Ron Geesin al Chelsea festival, dove alla nuova esecuzione dal vivo della suite hanno partecipato anche la violoncellista Caroline Dale, un’orchestra da camera, i fiati del Royal College Of Music e la tribute band italiana dei Pink Floyd Mun Floyd. In quell’occasione Geesin è riuscito a resistere alla tentazione di mettere in qualche modo mano agli arrangiamenti e alla struttura del brano prima dell’esecuzione. Ha detto: «La suite è di per sé un’opera dal formato ben definito. Quindi non conviene “giocarci” troppo, perché può sfaldarsi in fretta.»
Per quanto i Pink Floyd abbiano storto il naso davanti a questo lavoro, l’album «Atom Heart Mother» rappresentò un deciso passo evolutivo verso «Meddle» e poi «The Dark Side of The Moon». Su «Atom Heart Mother» i Pink Floyd chiusero definitivamente i conti con il loro periodo rock psichedelico. L’opera segna la fase conclusiva della loro era psichedelico-progressive rock e sperimentale. È infatti solo con «Meddle» che i Pink Floyd gettarono definitivamente le basi del loro stile e del loro sound inconfondibili. «Atom Heart Mother» è una sorta di celebrazione di un’era in cui i Pink Floyd sperimentavano senza limiti e si lanciavano in libere pennellate artistiche che, per lo più, riuscivano a mandare fuori strada chi ascoltava l’album; allo stesso tempo, una creatività così «sfrontata», libera e spensierata sorprendeva perfino i membri della band, perché la fervida immaginazione di allora li coglieva spesso del tutto impreparati. All’epoca dell’uscita, «Atom Heart Mother» era il lavoro contemporaneo di una band art rock, un’opera a sé stante. Su un piedistallo tutto suo. Sia nella carriera della band, sia nel rock in generale. Agli occhi della EMI e del suo staff, che naturalmente ragionava prima di tutto in termini di soldi, era considerato un’opera «maledetta senza Dio». Un lavoro senza grandi hit, in un periodo in cui la band non faceva ancora soldi a palate, senza un briciolo di potenziale per il benché minimo successo commerciale. Ma quel successo non era poi così lontano. Più della mucca – esemplare di razza bovina pezzata nera o frisona Holstein – che fissa stupita dalla copertina, è la musica di «Atom Heart Mother» a sorprendere, a provocare e a lasciare l’ascoltatore spiazzato. Ancora oggi vale lo stesso: tutta la «stranezza» della musica di «Atom Heart Mother» non ha mai suonato così bene, e mai meglio di così.
La recensione RockLine dell’album “Atom Heart Mother”, scritta per RockLine il 18 marzo 2008 da Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik, la puoi leggere QUI!
La storia di ‘Lulubelle III’ e della copertina dell’album!
Detto questo, l’album deve la sua popolarità prima di tutto alla copertina, e non alla musica in sé. Per questo vale la pena soffermarsi ancora un po’ sulla storia di come è nata. Storm Thorgerson, che realizzava copertine di album nell’agenzia Hipgnosis, raccontò una volta che nell’estate del 1970 i Pink Floyd andarono da lui dicendogli che volevano una copertina non psichedelica. Come si sa, alla Hipgnosis avevano già realizzato le copertine dei precedenti album dei Pink Floyd «A Saucerful Of Secrets» (motivi di vortici cosmici) e «Ummagumma» (una serie infinita di immagini dentro l’immagine), chiari manifesti dell’era psichedelica del rock. Nel 1970 era evidentemente arrivato il momento di cambiare. Thorgerson prosegue: “Volevano che creassi l’immagine di copertina per un album di cui loro stessi non avevano alcuna idea, e per un album che non aveva né un titolo scelto né un concept. Non mi ero mai trovato in una situazione del genere.» L’idea per la copertina venne a John Blake, amico di Storm, che si occupava di arte concettuale. Più non psichedelico della «mucca» scelta, in effetti, era difficile fare.
Un giorno quelli della Hipgnosis partirono per l’Hertfordshire – una campagna da fiaba –, dove si trovava Potters Bar, una zona punteggiata di pascoli e campi. Lì i loro fotografi immortalarono la «frisona» che il proprietario aveva battezzato Lulubelle III, e un bel po’ delle altre compagne della sua mandria. Tornati a Londra, presentarono alla band tre copertine diverse. La prima con la mucca, la seconda con una donna in piedi sulla soglia di una porta e la terza con un nuotatore capovolto che si tuffa di testa in acqua. Quando Roger Waters vide la mucca, scoppiò a ridere. E così la scelta della copertina fu decisa.
Ma il compito più difficile per la Hipgnosis doveva ancora arrivare. Come convincere la EMI Records ad accettare una copertina del genere? «Il reparto artistico della EMI Records ci odiava,» ricorda Thorgerson. Quando sulla copertina videro solo una mucca, senza il nome della band né il titolo dell’album, li odiarono ancora di più. «Ci accusarono di voler distruggere l’azienda. Ma i Pink Floyd ci hanno sempre difeso a spada tratta,» continua Thorgerson. Quando però si arrivò a vedere come l’album vendeva nei negozi, nessuno ebbe più problemi né con la mucca né con l’assenza del nome della band e del titolo in copertina. Altro che bancarotta della EMI: «Atom Heart Mother» conquistò il primo posto nella classifica degli album più venduti in Gran Bretagna. In Francia e nei Paesi Bassi l’album salì al 5° posto delle rispettive classifiche.
Alla Hipgnosis la sapevano lunga: le buone idee per le copertine non le buttavano mai nella spazzatura. Così l’immagine della donna sulla soglia fu poi usata per la copertina dell’album «Asmoto Running Band» (1971) dei Principal Edwards Magic Theatre. Il produttore era proprio Nick Mason. Il nuotatore capovolto che si tuffa di testa in acqua, invece, trovò il suo posto quasi 11 anni dopo sulla copertina del disco dei Def Leppard «High’N’Dry». Anche Storm Thorgerson una volta lasciò intendere personalmente che la copertina con la mucca era la sua preferita. Perché è così autenticamente «da mucca».

Ma chi è Alan e cos’è questa sua colazione psichedelica?
Per chiudere, fermiamoci un attimo sulla storia che sta dietro al brano Alan’s Psychedelic Breakfast. Cioè la storia di un roadie che passa le sue mattine con un menù in cui spesso compaiono marmellata d’arance e pancetta fritta. Quando i Pink Floyd pubblicarono l’album «Atom Heart Mother», pochissimi al di fuori della cerchia degli ‘addetti ai lavori’ della band sapevano davvero chi fosse l’Alan di Alan’s Psychedelic Breakfast. Tutto quello che l’ascoltatore riusciva a scovare era che c’era un tizio con il dono della parlantina e un accento da qualche parte dell’Inghilterra orientale, e che amava fare colazioni abbondanti, durante le quali le scorte di marmellata d’arance, cereali e porridge sparivano in fretta, mentre nel forno si gonfiava il pane tostato croccante e nel cervelletto si piantava per sempre il suono dell’olio bollente su cui saltellavano pancetta e uova all’occhio di bue.
Questo mangione mattutino era il roadie Alan Styles. Lo puoi vedere sul retro della copertina dell’album dei Pink Floyd «Ummagumma» (1969). Nella foto sul retro di quell’album, sulla tua sinistra quindi, vedrai un tipo con i capelli lunghi, a cui fa compagnia, alla sua sinistra, un altro roadie dei Pink Floyd, Pete Watts. Nonostante l’aspetto da hippie, Alan Styles aveva buoni dieci anni in più rispetto al resto della squadra di roadie dei Pink Floyd. Si unì ai Pink Floyd dopo che il suo primo matrimonio era andato a rotoli. Tra l’altro era anche un musicista. Suonava il pianoforte, l’armonica e in un’orchestra ‘big band’ soffiava nella tromba e nel sassofono. Alan Styles entrò nello staff tecnico dei Pink Floyd a metà degli anni Sessanta e spesso la gente lo scambiava per uno dei membri della band. Nick Mason una volta disse: «Era davvero carismatico. Un uomo con un gran carattere, che col tempo diventò una star così grande che non osavamo più nemmeno chiedergli se ci dava una mano a montare il palco.» Styles lasciò i Pink Floyd nei primi anni Settanta – quindi poco dopo la seduta con la colazione psichedelica –, quando durante un tour americano conobbe una ragazza con cui in seguito ebbe una figlia e un figlio. Si trasferì negli Stati Uniti, dove passò i successivi 30 anni su una barca trasformata in casa, ormeggiata lungo la costa della cittadina californiana di Sausalito, a due passi da San Francisco. Nel 1990 Alan Styles ebbe un infarto, ma anche dopo continuò a vivere nella sua casa galleggiante ormeggiata. Morì nel 2011 di polmonite.
Autore: Aleš Podbrežnik
