Elvis Jackson: Tutto viene direttamente da noi (2014)

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Autori: Urban Bolta, Aleš Podbrežnik

Luogo: England Pub / Lubiana
Data dell’intervista: 20.03.2014

Gli Elvis Jackson sono dei buontemponi del Litorale che con anni e anni di vita da club si sono guadagnati un bel ritorno e oggi godono dello status di una delle più grandi rock band slovene: forse la più grande per puro chilometraggio live fuori dai confini patri, e di sicuro la più attiva. Ma niente arriva per caso. Migliaia di chilometri macinati in tutta Europa e centinaia di concerti, anche con i nomi più grossi dell’alternative, sono il frutto di un lavoro duro, e gli Elvis lo sanno benissimo, tanto che con la testa restano lucidi e coi piedi per terra.

Per gli Ajdovci è un anno faticoso. Il 7 aprile, dopo cinque anni di siccità in studio, pubblicheranno finalmente il nuovo EP »Window«, a cui seguirà un periodo live intenso, con due serate all’Orto bar di Lubiana all’inizio del mese prossimo. Prima che questi showmen del Litorale tornino in azione – grazie a un linguaggio musicale senza paletti sono riusciti ad accalappiarsi punkrocker, metallari e perfino il pubblico più nazionalpopolare – a parlare della band per Rockline sono stati il frontman David Kovšča – Buda e il bassista Erik Makuc – Slavc.

Un caloroso saluto a Buda e Slavc! Sta per uscire il nuovo EP »Window«, e con questo si apre un nuovo ciclo promozionale. I concerti inizieranno a susseguirsi a nastro, e ci sono anche gli obblighi come interviste e apparizioni sui media. Come la prendete, quest’ultima parte? Pesa?

Buda: Sì, adesso dobbiamo riabituarci, siamo usciti un po’ dal giro, ci siamo un po’ arrugginiti, ora ci stiamo rilubrificando.

Sono convinto che le chiacchierate con i giornalisti vi stiano sulle palle, dovete rispondere sempre alle stesse domande: non vi siete ancora stufati di questa parte del mestiere?

Buda: Come ci sentiamo in queste conversazioni dipende da te, mona! (risate)

Slavc: Dipende… ci sono giornalisti di un tipo e dell’altro, e così anche le nostre sensazioni quando diamo un’intervista. Una volta ne ho fatta una in Austria in cui non c’era alcun problema a parlare del fatto che ogni tanto qualcuno scorreggia o vomita. Le più belle sono quelle spontanee, senza costrizioni, dove si chiacchiera come tra amici e non devi inventarti qualcosa per forza.

Buda: Tutto quello che ci diremo da adesso in poi sarà comunque inventato. (risate)

Torniamo ora alla vostra imminente uscita »Window«. Come mai avete scelto un EP, cioè un lavoro breve?

Buda: Servirà a riempire il tempo fino all’uscita del nuovo album, quello »vero«, che è già fatto e uscirà a breve. Abbiamo scelto un EP con pezzi ancora inediti, tra cui anche registrazioni dal vivo, cosa che finora non avevamo mai fatto: ci sarà un pezzo nuovo, uno acustico, un remix. Nell’ultimo periodo si è accumulato un sacco di materiale, quindi abbiamo deciso di tappare il buco e dare un po’ di musica nuova ai fan sloveni e a chi viene ai concerti.

Slavc: In realtà abbiamo affrontato questo progetto in un modo particolare. Sui nostri album precedenti abbiamo messo tutti i pezzi che hanno segnato un certo periodo, ma il nostro tipico cambiare umore di continuo può dare fastidio a qualcuno, quindi stavolta abbiamo deciso di tracciare una linea di separazione tra i nostri salti da un genere all’altro.

Buda: Il disco sarà molto più omogeneo come genere.

Slavc: L’EP in arrivo sarà più lento, l’album no.

Buda, hai parlato di »fan sloveni«. Vuol dire che possiamo aspettarci anche qualche pezzo in sloveno, o continuerete ad aggrapparvi all’inglese?

Buda: No. Saranno tutte belle canzoni, su cui l’inglese ci sta a pennello. (risate)

Slavc: Della lingua in realtà non abbiamo mai discusso, lo sloveno semplicemente non c’è mai stato.

Quindi Ni več poti nazaj resterà il vostro unico pezzo in sloveno?

Slavc: Poi c’è anche Srow fižol…

Certo, ma Srow fižow, nonostante il titolo sloveno, ha il testo in inglese…

Buda: No, il testo è in ajdovščino: »Hej how, srow fižow…«. Quindi in sloveno non è davvero. (risate)

La storia della band ormai è bella corposa: la vostra biografia segna come nascita addirittura il lontano 1997. Avevate già pensato, all’inizio, che da una garage band sarebbe potuto uscire qualcosa di più?

Slavc: All’inizio non puntavamo a niente… all’inizio suonavamo e basta. Solo più tardi abbiamo cominciato a fare riunioni più serie. (risate)

Buda: Tutti avevamo già suonato in band di ogni tipo, e gli Elvis Jackson sono nati un po’ per una combinazione di circostanze: si sono ritrovate insieme la scena di Ajdovščina e quella di Gorizia, è nata la band e poi le cose sono andate avanti da sole. Il desiderio era suonare e girare il mondo, e siamo finiti subito in Austria, Germania, Svizzera e così via: di fatto abbiamo fatto quasi più concerti all’estero che in patria.

E come siete arrivati a quel concerto con gli Offspring alla Hala Tivoli? Alla fine degli anni Novanta loro erano al picco della popolarità, voi ancora una piccola band sconosciuta.

Buda: Corruzione. (risate)

Slavc: Il manager ci ha messo le mani. Non so, io personalmente mi sono sempre occupato solo del basso, e ancora oggi è così. (risate)

All’epoca Sandi Maver era già il vostro manager?

Buda: Sì, credo di sì. È arrivato da noi dopo circa tre anni.

È stato lui ad aiutarvi anche con quel mini tour con i Faith No More nel 2009, giusto?

Slavc: La collaborazione con i Faith No More è nata da più strade.

Noi due vi seguivamo in macchina in Bulgaria e in Romania, ci siamo pure incrociati a una stazione di servizio in Serbia.

Slavc: Beh, io in quel periodo non c’ero, mi stavo riprendendo dall’appendicite. Però sono stato a un sacco di concerti dei Faith No More, credo a una quattro.

Con Bill Gould (bassista dei Faith No More e produttore occasionale, nota) vi siete conosciuti di persona in quei concerti in Europa orientale, o come si è arrivati a questa intesa, che un’eminenza musicale del genere vi producesse un album?

Slavc: Ecco, è quello che dicevo: il contatto con i Faith No More è nato da due lati. Uno era il manager, l’altro la collaborazione di Buda a un progetto da cui alla fine però non è uscito nulla.

Buda: Lavoravo con un danese, era un progetto: con gli Elvis stavamo suonando in Danimarca e dopo il soundcheck mi si è avvicinata una donna che mi ha detto, senti, il mio ragazzo sta mettendo su un nuovo progetto e ci servirebbe giusto un altro cantante. È stato davvero un caso, avevamo fatto solo il soundcheck e stavamo cazzeggiando, eppure mi ha detto: »sei tu quello giusto«. Ho detto che mi interessava, poi lei ha iniziato a elencare chi c’era nella band: Bill Gould (Faith No More), alla batteria Dave Ruan (Lagwagon), e il chitarrista è il suo ragazzo. Mi sono detto: »Opa«! Abbiamo avviato il progetto e fatto una decina di pezzi, ma poi, per la reunion dei Faith No More e altre faccende, il progetto non è andato in porto. Quindi ci eravamo già legati a Bill prima della collaborazione, e ovviamente ha aiutato anche il manager Sandi, che aveva allacciato i contatti con loro già alla fine degli anni Novanta, quando i Faith No More suonarono a Lubiana.

Slavc: All’epoca li aveva intervistati.

Buda: Poi Bill è tornato in Slovenia con i tedeschi Harmful come ospite alla chitarra. Insomma, si sono incastrate parecchie cose che alla fine hanno portato ai nostri concerti insieme in Romania e Bulgaria.

Siete famosi da sempre per le vostre esibizioni energiche e per le trovate curiose negli show. Mi ricordo un concerto di una decina d’anni fa in cui cucinavate gli gnocchi sul palco e li distribuivate durante il concerto alle prime file.

Buda: Io avevo questa fissa degli gnocchi, non so perché, forse in una vita precedente ero uno gnocco. (risate) Ai concerti prendevo in giro la gente un sacco di volte, tipo, »avete mangiato gli gnocchi«? Ad Ajdovščina abbiamo poi fatto anche il Njoki summer festival, e un nostro amico cuoco, che di solito fa catering e roba simile, ha proposto di cucinare gli gnocchi proprio durante lo show. Si era portato dietro tutta l’attrezzatura e, sotto stress, durante l’esibizione si è pure tagliato, per la prima volta in tutta la sua carriera professionale. Un cuoco professionista che si taglia, ti rendi conto? (risate) Era al Rock Otočec, la proposta del cuoco con gli gnocchi ci era piaciuta, l’abbiamo realizzata ed è stato fantastico.

Quindi è stata una trovata isolata, non l’avete più ripetuta?

Slavc: Sì, è stato solo quella volta a Otočec nel 2004. Visto che avevamo parlato di gnocchi per tutto il tempo, ci siamo detti che almeno una volta dovevamo offrirli davvero.

Doveva essere una ricetta veloce, mi ricordo che le porzioni nuove arrivavano alle prime file ogni due, tre minuti.

Buda: Sì, quella volta gli gnocchi volavano da tutte le parti. (risate)

Negli anni vi piace introdurre elementi nuovi nei vostri show e nella vostra musica?

Slavc: Con i chilometri percorsi arrivano nuove esperienze, che senza dubbio influenzano anche il nostro modo di esprimerci: la nostra musica diventa sempre più pesante. Boh, certe cose vengono da sole, anche se non ci pensi.

Buda: Non facciamo chissà quali piani. Non abbiamo mai fatto piani strategici su come vestirci per salire sul palco, su come fare le cose e roba del genere: viene tutto spontaneo. Insomma, queste cose ci vengono direttamente da dentro.

Se torniamo al futuro, all’album vero e proprio, di cui all’inizio non avete detto granché: ci sono ancora molte incertezze sulla sua rifinitura e sull’uscita, o perché non ne avete parlato di più?

Slavc: Proveremo con un’etichetta o con qualche agenzia di booking, se si incastrerà tutto. Sarà il nostro quinto album e se lo pubblichi a vuoto non ha senso: vorremmo mettere insieme una storia logica.

Buda: Vorremmo che si incastrasse tutto, e l’album vorremmo pubblicarlo in contemporanea in più posti possibile.

Slavc: Dall’uscita dell’ultimo, »Agains The Gravity«, sono passati già cinque anni, tanto il treno l’abbiamo già perso, quindi abbiamo deciso di prenderci il nostro tempo e sistemare le cose come si deve. Ma non dipende tutto solo da noi.

Buda: Gli album precedenti li abbiamo pubblicati separatamente in Germania, in Svizzera, ogni paese era una storia a sé, c’era un sacco di lavoro e di investimento.

Slavc: In queste situazioni dipende molto dal musicista stesso, poi c’è il fattore fortuna, che o c’è o non c’è. Il materiale esiste già da un po’, e aspettiamo il momento giusto per pubblicarlo da così tanto che magari può perfino ammuffire. (risate)

Slavc, a un vostro concerto ho notato che nel tuo dread era intrappolata tutta la storia della band. È ancora così?

Slavc: Adesso non più, mi è già caduto, ma se ne facessi un’analisi probabilmente rivelerebbe parecchie cose.

Buda: Adesso è arrivato il ghiaccio e l’ha spezzato a metà. (risate)

Slavc: No, no, in realtà il dread mi si era già spezzato un paio di volte nel frattempo…

Buda: Il dread di Slavc è come gli anelli di un albero, contiene un archivio storico. (risate) Là dentro si troverebbero davvero un sacco di cose, storie dai squat tedeschi e svizzeri e molto altro.

Slavc: Una cosa è vera, questa nostra strada dalla stalla all’arena è stata buffa.

Tra festival e concerti in proprio avete suonato con tantissimi nomi grossi: avete per caso in serbo qualche aneddoto interessante su uno di loro?

Slavc: Io direi: anche le star pisciano nel lavandino. Le grandi star. Quando ti scappa devi andare a fare i tuoi bisogni, è un dato di fatto anche per le persone più benestanti.

Buda: Di aneddoti così ce ne sono almeno un miliardo. Mi dico sempre che dovrei averne uno pronto, proprio per una domanda così, ma sono talmente tanti che… (risate)

Slavc: Però è così: quello che succede in tour, in tour resta…

Buda: Dovresti stare una volta con noi, quando parte la discussione su com’era là e là: le storie cadono giù a pioggia.

Slavc: Vieni senza registratore e andiamo! (risate)

Come dite voi, non avete mai pensato che un giorno sareste diventati grandi. Che effetto fa adesso, guardare dal palco la gente che si scatena sulla vostra musica? Il salto dalla scena dei club ai palchi più grandi riesce solo a pochissime band.

Slavc: Non ho questa sensazione, davvero. Sinceramente. Ci sono stati concerti che ti esaltano e ti danno la carica, ma la realtà è che non puoi fare la grande star se non hai nemmeno i soldi per un burek. Questo pensiero mi riporta sempre coi piedi per terra.

Sarà anche vero, ma comunque siete in quel pugno di quattro, cinque più grandi rock band slovene.

Slavc: Credimi, restare umani non è difficile, se non ho nemmeno i soldi per un burek. (risate)

Buda: Ogni concerto è una storia a sé, non sai mai come andrà a finire. Quando sali sul palco si apre un mondo nuovo: se senti di essere sulla stessa lunghezza d’onda della gente sotto il palco, è fatta.

E ora, per chiudere in bellezza, ancora una di quelle domande obbligate, per quanto stupide, di cui parlavamo all’inizio dell’intervista. Avete un ultimo pensiero per i nostri lettori, per i vostri fan?

Slavc: Oddio, adesso dobbiamo essere sinceri. (risate)

Buda: Venite all’Orto bar! Suoniamo il 2 e il 3 aprile, così beviamo qualcosa insieme e ci scambiamo due parole.

Slavc: Io ai lettori vorrei dire che la birra è più buona se te la servono fredda! (risate) L’ho imparato negli ultimi quindici anni.

Grazie per il vostro tempo e per la bella chiacchierata!

Intervista a cura di: Urban Bolta e Aleš Podbrežnik

Le foto sono dell’esibizione degli Elvis Jackson al Rock Music festival 2012 di Lubiana (reportage qui) – tutti i diritti riservati!

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