“Killers” degli Iron Maiden compie 40 anni

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Nel 1981 gli Iron Maiden si stavano avvicinando piano piano a un cambiamento gigantesco, quello che sarebbe arrivato a fine marzo 1982. Ma anche nel periodo appena prima della svolta di carriera non mancarono scossoni radicali, che accompagnarono la band anche durante la registrazione dell’album «Killers» (RockLine recensione). Dopo l’uscita, il 2 febbraio 1981 in Gran Bretagna e il 6 giugno 1981 negli USA, «Killers» passò abbastanza inosservato, perché non fece meglio del debutto in studio e non ne ripeté nemmeno il piazzamento. Eppure, dal punto di vista della composizione, dell’esecuzione, delle idee, della creatività e degli arrangiamenti, per non parlare della produzione, era un disco solido e decisamente più maturo rispetto all’aura da giovane promessa del predecessore. A farlo cadere un po’ nel dimenticatoio ha pesato, ovviamente, il successo del terzo album «The Number of the Beast». In un certo senso «Killers» si può considerare un gradino intermedio nella discografia e nell’evoluzione della band, un po’ come «Fireball» (1971) per i Deep Purple o «Benefit» (1970) per i Jethro Tull. Cos’hanno in comune questi tre dischi? Sono tutti eccellenti, ma ingiustamente trascurati, perché ognuno è stato seguito da un album che ha regalato a queste band la gloria eterna.   

Dal 1976 in poi Steve Harris, eroico capo degli Iron Maiden, ha lottato per portare la band al centro delle masse musicali. L’ha trascinata da una bettola all’altra, senza mai conoscere le parole disperazione o ritirata. Ha tenuto la barra di questa sua barcaccia Iron Maiden ben dritta e la band ha resistito agli uragani del punk sputacchiante, della moda e dei suoni synth pop new wave che iniziavano a spuntare. Ha tenuto accanto a sé, e in vita, una manciata di musicisti devoti e fedeli grazie alla fede in una visione musicale, anche se molti hanno dovuto andarsene e fare spazio a quelli con cui la volontà di Harris diventava resistente come il granito e prendeva forma in modo solido.

La copertina dell’album “Killers”

Così arrivò quell’aprile del lontano 1980, quando la band con il debutto “Iron Maiden” raggiunse il 4° posto della classifica britannica dei dischi più venduti. Così, a poco a poco, si fece largo fino alla prima linea del movimento N.W.O.B.H.M. e si ritrovò tra le grandi speranze di un nuovo genere, quelle che annunciavano tempi musicali nuovi. I tempi della fioritura dell’heavy metal. Fino al 24 agosto 1980 gli Iron Maiden suonarono da headliner, poi si unirono ai Kiss come gruppo spalla nel loro tour «Unmasked». L’ultimo concerto di quel tour gli Iron Maiden lo suonarono in Norvegia, il 13 ottobre 1980 a Drammen. Fu anche l’ultima serata con il chitarrista Dennis Stratton. Stratton, che ormai aveva quasi compiuto la bellezza di 30 anni, si distingueva dal resto della ciurma dei Maiden non solo per l’età, ma anche per i gusti musicali. Era infatti attaccato alla natura più morbida del rock’n’roll, quella di band come Queen, 10 CC, Eagles, Reo Speedwagon… A Harris e al manager degli Iron Maiden Rod Smallwood la cosa faceva venire i capelli bianchi già da un bel po’. Così decisero di mostrare a Stratton la porta.

Fino al 20 novembre 1980, quando partì la seconda parte del tour degli Iron Maiden, la band ebbe un mese di pausa, e nel frattempo uscì anche il terzo singolo, con cui volevano dare più forza alla promozione del tour. Decisero di incidere una cover di «Woman In Uniform», brano originale dei punk rocker australiani Skyhooks. Il singolo uscì il 27 ottobre 1980 e in Gran Bretagna arrivò al 35° posto. L’idea del singolo venne dall’etichetta Zomba, che prenotò lo studio Battery a Londra e chiamò come produttore Tony Platt, noto per il lavoro con gli AC/DC. All’inizio Harris era molto scettico, perché il pezzo si discostava parecchio, nello stile, da quello che suonavano gli Iron Maiden. Però pensò che proprio Platt, come produttore, avrebbe potuto aiutare gli Iron Maiden a trovare un suono ancora più duro. Va detto che gli Iron Maiden avevano prodotto il loro debutto completamente da soli. Ma successe proprio ciò che Harris non voleva. Quando la band aveva già registrato con Platt la sua versione del brano, questi ricevette un messaggio dall’etichetta Zomba: doveva rimaneggiare il suono e adattare il pezzo fino al punto da farlo diventare un vero hit radiofonico. Il singolo “Woman In Uniform” è l’ultimo lavoro in assoluto di Dennis Stratton con gli Iron Maiden. Stratton faceva compagnia a Platt mentre questi ammorbidiva e ritoccava a posteriori la versione che la band aveva già registrato. Quando Harris venne a sapere di questo “abbellimento sonoro”, andò su tutte le furie, licenziò Platt e rifece lui stesso il missaggio. Dopo l’episodio Harris dichiarò, furioso, che nessun «esterno» si sarebbe mai più messo a rompere le scatole con la musica della band. Come B-side del singolo gli Iron Maiden misero una versione rinfrescata di «Invasion», che sull’edizione in vinile da 12 pollici era completata anche da una versione live di «Phantom of the Opera» (su quella tedesca al suo posto c’era «Drifter»). «Woman In Uniform» è stato l’unico «cover single» della band. Harris non ne era per niente fiero. Per questo ha ottenuto una rimasterizzazione solo nel 2015. Del resto, fino a quella ristampa il singolo era difficile da trovare, perché prima di allora aveva avuto soltanto due ristampe ufficiali. È uscito nel cofanetto «The First Ten Years» (1990) e poi nella ristampa 2CD a tiratura limitata di «Killers» del 1995. Sulla copertina del singolo c’è una donna in uniforme con un mitra Sterling in mano, che ricorda più che palesemente l’allora premier Margaret Tatcher. 

Entra in scena Adrian. Non quello dei Running Wild, la mascotte, ma un tizio di nome Adrian e cognome Smith. Gli Iron Maiden l’avevano invitato a unirsi alla squadra già nel 1979, ma allora, con i suoi Urchin, aveva declinato. Dave Murray conosceva Smith fin dall’infanzia e dai tempi della scuola. Ancora prima che Stratton lasciasse gli Iron Maiden, Smith, Murray e Harris si incontrarono del tutto a sorpresa, e senza averlo previsto, in uno dei pub di Londra, e approfittarono dell’occasione per riprendere il discorso su una collaborazione. Negli Urchin regnava il caos e la fiducia di Smith nella band stava svanendo. Per questo stavolta l’offerta non la rifiutò. Con l’arrivo di Smith gli Iron Maiden ebbero così la loro prima vera formazione classica. Smith fece il suo primo concerto nella terza parte del tour «Iron Maiden», iniziata il 21 novembre 1980 a Uxbridge, in Inghilterra (Brunnel University), e conclusa un mese dopo, in modo non meno inglese, al Rainbow Theatre in pieno centro a Londra.

Smith era nella band da meno di una settimana quando, dopo il quarto concerto dell’ultima parte del tour, questa annunciò di entrare in studio per cominciare a registrare il nuovo album. Arrivato allo studio Battery, a Willesden (nord di Londra), Smith fu preso da un forte disagio. Si era appena unito a una band già molto conosciuta. Per questo si chiedeva, a ragione, se le sue prestazioni alla chitarra sarebbero mai andate bene negli Iron Maiden. Così Smith, insieme ai nuovi compagni Harris, Murray, Clive Burr e Paul Di’Anno, entrò nel processo di creazione di un album che, rispetto al debutto, portò alla band una transizione evidente sia nel carattere musicale sia nel suono.

La formazione degli Iron Maiden nel 1981, da sinistra a destra: Steve Harris, Clive Burr, Paul Di’Anno, Adrian Smith, Dave Murray. (Photo by Robert Ellis/Hulton Archive/Getty Images)

Ma Smith non fu l’unica faccia nuova a entrare in quel periodo nella storia degli Iron Maiden. Per il nuovo album la band riuscì ad assicurarsi la collaborazione del produttore Martin Birch. Lo volevano già per il primo, ma allora era occupato con i Black Sabbath e il loro album «Heaven And Hell» (1980). Il carismatico produttore era in quel periodo uno dei più richiesti per la sua visione moderna del trend sonoro dell’epoca, che pretendeva una dose più alta di decibel devastanti. Altro che quel periodo. Birch si era già lasciato alle spalle più di un decennio di innovazioni sonore con cui aveva dato un’anima sonora ai giganti dell’era rock, a partire da Deep Purple, Blue Öyster Cult e Rainbow, per citare solo alcuni pesi massimi degli anni Settanta. Steve Harris aveva da sempre per Birch un tale timore reverenziale che non aveva nemmeno osato avvicinarlo per chiedergli di una possibile collaborazione. Era convinto che per un modesto quintetto di giovani speranze come gli Iron Maiden, Birch non si sarebbe nemmeno scomodato. A Smith, che stava ancora smaltendo lo shock dell’ingresso nella band, il legame con il celebre produttore causava un altro carico di stress, e Adrian una volta raccontò: «Era un produttore fenomenale, ma anche intimidatorio. Per via della sua reputazione altissima. Quella settimana in cui registravamo, per la tensione e l’agitazione ho mangiato a malapena qualcosa.» Eppure i dubbi di Smith, come tutte le sue paure, si rivelarono del tutto inutili. La sua pignoleria e la sua grande musicalità, che sviluppava in assoli fantasiosi e pieni di carattere, si incastrarono in modo più che brillante nella visione di Harris, insieme alle manovre convincenti della produzione di Birch. Allo stesso tempo, parecchi dei brani arrivati al momento della registrazione erano già ben rodati nei repertori live della band. Già nel 1976 e nel 1977 gli Iron Maiden avevano cominciato a inserirli in scaletta. Due di questi pezzi, che gli Iron Maiden suonavano dal vivo molto presto ma che sul debutto in studio erano stati «saltati», erano «Innocent Exile» e «Wrathchild». Entrambi fanno parte addirittura del materiale più vecchio che Harris abbia mai composto. Furono scritti infatti già nel 1973.

Il brano «Wratchild» i «metal muthas» lo conoscevano già, perché nel 1980 era uscito sulla compilation «Metal For Muthas», pubblicata dall’etichetta EMI Records.  Gli Iron Maiden non l’avevano messo di proposito sul debutto. Registrarono una nuova versione, che spaccava ancora più forte e senza compromessi rispetto all’originale, a conferma di quello di cui erano capaci gli Iron Maiden con la formazione rinnovata.

Passiamo in velocità sul resto del materiale. «Drifter», che chiude «Killers», è decisamente il pezzo più vecchia scuola dell’album, con perfino un velo di tendenza blues boogie, a cui però la strafottenza richiesta, vista la velocità raggiunta, la infonde soprattutto la penetrante sfacciataggine di Di’Anno, con il cantante che di nuovo non risparmia la sua bramosia testosteronica per ragazze solitarie. Anche «Innocent Exile» esprime la combinazione ideale tra i tempi nuovi e un senso interiorizzato per la furfanteria rock’n’roll. Considerata la prova vocale più che solida del debutto, il cantante ha fatto un passo di qualità ancora più deciso verso l’alto. Particolarmente interessante è «Prodigal Son», che si discosta decisamente da tutto ciò che si trova su «Killers». E non solo. Da tutta la carriera della band. Un pezzo semiacustico con una spruzzata di pastorale prog-folk, ma con un testo occulto – funziona alla grande anche suonato solo con la chitarra acustica – sempre che tu sappia cantarne il testo. Torniamo agli Iron Maiden. È l’unico brano dell’era Paul Di’Anno della band che gli Iron Maiden non hanno mai eseguito dal vivo. Ma il segno più forte lo lasciano i pezzi suonati a velocità infernale, che servono più rumorosità ruvida e un’esecuzione al contempo ultra pedante. Tra i più magnetici, in questo senso, ci sono «Another Life» e «Purgatory» – due demolitori spaventosamente veloci e allo stesso tempo veri prototipi dello spirito N.W.O.B.H.M. dal ghigno bestiale.

La title track è il trionfo artistico di «Killers». È concepita in modo particolarmente avventuroso e si può collegare alla mini suite epica del debutto, «Phantom of the Opera», ma la sua natura infernale sarebbe del tutto impensabile senza l’ingresso di Adrian Smith nel tandem di chitarre con Murray. Insieme alla raccapricciante «Murders In The Rue Morgue», ispirata a uno dei racconti del brivido di Edgar Allan Poe, forma una coppia di brani a cui non è difficile associare la fantastica copertina di Derek Riggs, anche se l’inquadratura di un sottopasso della metropolitana sarebbe quasi più azzeccata. Edgar Allan Poe sarebbe fiero. Per la maggior parte dei fan della band, entrambi i pezzi sono i più grandi favoriti dell’album. Mentre la title track è nata durante la registrazione dell’album, «Prodigal Son» e «Murders In The Rue Morgue» sono nate all’epoca delle registrazioni del debutto in studio «Iron Maiden».  

«Twilight Zone», primo singolo di «Killers», che non si trova nella versione europea – uscì in quella americana e nella ristampa in CD dell’album del 1998 –, è un altro momento brillante, e insieme uno sfonda-porte un po’ trascurato. Per le altezze eccezionali che il frenetico Di’Anno raggiungeva allora con facilità, questo pezzo passò per un ottimo banco di prova, con cui gli Iron Maiden nel settembre del 1981 , in audizioni segrete, stavano già introducendo Bruce Dickinson. Anche se Adrian Smith non è citato da nessuna parte come autore o coautore di alcun brano degli Iron Maiden finito su «Killers», è stato lui a scrivere il riff più riconoscibile di «Twilight Zone». Adrian spiegò poi che questo pezzo nacque molto in fretta. Gli Iron Maiden lo concepirono come un brano estremamente veloce, basandolo (stando a Smith) su un ritmo talmente rapido che l’esecuzione toccava i limiti del controllabile.

«Genghis Khan» è il successore strumentale di «Transylvania» dal disco d’esordio, che nella melodia fa l’occhiolino agli arabeschi. Ma è suonato molto più veloce, scatena ancora più rabbia, ancora più svolte ritmiche, e come tale è un’altra prova completa del progresso artistico della band. «Genghis Khan» fu scelto come lato B del singolo «Purgatory».

«Killers» mostrava la propria ambizione già con l’apertura. La band piazzò questo strumentale introduttivo di circa un minuto, intitolato «The Ides Of March», in quella posizione per ottenere una crescita teatrale della tensione. L’intro «The Ides of March» è quasi identico al brano «Thunderburst» dei Samson. Il pezzo lo scrisse Steve Harris nel 1977, per la precisione, quando agli Iron Maiden suonò la batteria per un breve periodo Barry Purkis – noto a tutti come amante di gabbie e maschere, sotto il famigerato soprannome «Thunderstick». Poco dopo passò ai Samson. Questi chiamarono la loro versione «Thunderburst» e la misero sull’album «Head On». Ai Samson cantava allora un tizio che chiamavano ancora Bruce Bruce, ma questa è un’altra storia.

Come si è visto, tutto è andato secondo i desideri di Harris. Birch ha portato a termine la sua missione e ha versato magistralmente su nastro l’entusiasmo scoppiettante della nuova formazione. Ha dato alla band un suono ampio, vivo, ma tagliente e imbronciato, fatto di spavalderia, proprio quello che Harris aveva sempre sognato. È su questo album che la combinazione di chitarre Dave Murray – Adrian Smith ha trovato le sue fondamenta. Anche la voce di Di’Anno, rispetto al debutto, ha spremuto ancora più vampirismo urlato, specchio della personalità monella e sempre più spavalda del cantante. Allo stesso tempo l’album ha portato arrangiamenti molto più impegnativi dal punto di vista tecnico, possibili soprattutto perché la coppia Murray – Smith aveva raggiunto una maggiore raffinatezza tecnica. Si sentiva in una velocità di esecuzione ancora più alta, a cui la nuova coppia di chitarre teneva testa senza problemi grazie a una grande pedanteria. In certi punti i brani sono diventati ancora più strutturati, con più cambi ritmici. Tutto correva verso la definizione di un linguaggio proprio e verso l’abbandono degli elementi del rock anni Settanta che avevano ispirato Harris e compagni. Il piglio delle frasi di chitarra, il netto aumento di velocità e il condimento solistico molto più ricco di acrobazie chitarristiche lasciavano sempre meno spazio al contorno punk, che a sua volta abbandonava piano piano il carattere della prima era degli Iron Maiden. A generare tutto questo è stato anche il salto di livello sia del drumming di Burr sia dei crochet di basso di Harris.  

Il 2. 2. 1981 uscì dunque «Killers». Rispetto al debutto, che era arrivato fino al 4º posto della classifica britannica degli album più venduti, «Killers» si fermò già al 12º, e fu una delusione per la band. Un piazzamento del genere lo «migliorò» solo, a distanza di buoni 17 anni, «Virtual XI», e non ci voleva molto. Molto tempo dopo, in un’intervista, Di’Anno sentenziò che l’album non gli piace e che non raggiunge il livello del debutto: «Non chiedetemi perché. Ci siamo impegnati tutti come matti, ma non ha ricreato la magia del primo.» Le sue dichiarazioni vanno comunque prese con le pinze, perché «Killers» fu il suo ultimo album con gli Iron Maiden, ed è noto che il suo addio alla band non avvenne proprio in un clima amichevole.

All’album hanno fatto molti torti – chi altri se non, ancora e ancora, i (sfortunati) critici musicali. Harris lo collegò più tardi anche al fatto che alcuni recensori ricevettero una copia con uno dei mix intermedi e non quello finale. L’etichetta di «problematico secondo album degli Iron Maiden», diventata col tempo un mantra con cui i media musicali hanno fin troppo spesso bastonato la band, era tutto fuorché «problematica». La frustrazione è ammissibile solo per il fatto che dopo di lui la band esplose con «The Number of the Beast». «Killers» è infatti il gradino intermedio tra l’affermazione del suono con il debutto e il lancio verso i campi della gloria e dell’eternità, arrivato a fine marzo 1982. Dopo questa trasformazione gli Iron Maiden si scrollarono di dosso per sempre anche i fan del punk. Quest’ultimo, nonostante l’upgrade di produzione di Birch, era ancora percepibile su «Killers» proprio a causa dell’impostazione vocale di Di’Anno, ma con il terzo album gli Iron Maiden risanarono anche quello. Harris, del resto, ha sempre puntato a far sì che la band non suonasse nemmeno un po’ punk.

14 giorni dopo l’uscita di «Killers» la band partì per il tour mondiale chiamato «Killer World tour». Cominciò il 17. 2. 1981 a Ipswich, in Inghilterra. Il 2. 4. 1981 la band si fermò a due passi dalla «cortina di ferro», quando gli Iron Maiden suonarono a Gorizia. Poi, all’inizio di settembre dello stesso anno, la oltrepassarono davvero, perché entrarono in Jugoslavia proprio da Gorizia. La band aveva infatti un’esibizione festivaliera prenotata a Belgrado per il 6. 9. 1981. Gli Iron Maiden suonarono a quel festival prima dell’headliner, che non erano altri che i Bijelo Dugme. E nel frattempo gli Iron Maiden si fermarono anche in territorio sloveno, e più a lungo di quanto forse pensi, ma teniamoci questa cosa per una storia a parte, che speriamo venga raccontata il prima possibile in un pezzo separato.

Non era più una novità che Paul Di’Anno – cantante peraltro carismatico e speciale – fosse anche un tipo noto per la testardaggine, la sbruffoneria, l’arbitrio e il vagabondaggio. Allo stesso tempo faticava sempre di più a tenersi a freno, mentre allungava le mani su droghe e alcol. In tour la sua forma vocale si incrinava, e la band faceva sempre più fatica a contare su di lui. Il cantante si era trasformato in un vero diavolaccio, con cui non si riusciva più a lavorare normalmente. Harris, dietro le quinte, con Smallwood stava così preparando da un bel po’ un piano per sostituirlo. Il suo ultimo concerto con gli Iron Maiden Di’Anno lo cantò il 10. 9. 1981 a Copenaghen, in Danimarca. Il piano segreto per la sua sostituzione fu portato a termine con tale abilità che il cantante non sospettava nemmeno che dopo il concerto lo aspettasse l’addio definitivo alla band. Così, nell’ultima decade di ottobre del 1981, gli Iron Maiden fecero ancora cinque date in Italia, in cui provavano già in formazione Bruce Dickinson. A queste seguirono, prima del nuovo anno 1982, ancora due concerti, a Londra. Il primo il 15. 11. 1981 al Rainbow Theatre e il secondo il 23. 12. 1981 al Ruskin Arms.

Copertina dell’EP “Maiden Japan” (versione per il mercato tedesco)

Con questo tour la band ha attraversato per la prima volta anche l’oceano: per tutto giugno ha aperto le serate della tranche americana del tour dei Judas Priest, il «World Wide Blitz Tour». I Judas Priest all’epoca promuovevano l’album «Point of Entry» (1981). Ancora prima di sbarcare negli USA, la band aveva suonato quattro date in Giappone, ed è da lì che arriva l’EP live «Maiden Japan». Tutti e quattro i brani finiti su questo EP vengono dal concerto della band a Nagoya, al Aichi Kosei Nenkin, il 23 maggio 1981.

L’EP “Maiden Japan” con cinque brani e la copertina uscita nel 1987 per il mercato venezuelano

«Maiden Japan» non sarebbe mai nato se alla Toshiba-EMI non avessero spinto così tanto per avere un album dal vivo. Menomale. È infatti l’unico documento live ufficiale della band con Paul Di’Anno alla voce. La versione originale dell’EP, uscita inizialmente solo sul mercato giapponese, conteneva appena quattro brani. L’idea di partenza era di usare come copertina un Eddie che regge in mano la testa mozzata di Di’Anno. Ma visto che l’uscita cadeva quasi in contemporanea con il licenziamento di Di’Anno dalla band, Smallwood all’ultimo momento ha cambiato idea. Così in copertina è finito Eddie con una spada da samurai. L’EP è uscito appena quattro giorni dopo che Di’Anno era stato sbattuto fuori. Nel 1987 «Maiden Japan» è stato ristampato per il mercato venezuelano, e per quella versione è stato usato il motivo originale. Alcune edizioni dell’EP stampate in altre parti del mondo possono contenere anche cinque brani: oltre a «Running Free», «Remember Tomorrow», «Killers» e «Innocent Exile» c’era pure «Wrathchild».

L’album «Killers» è stato accompagnato da due singoli. Il primo è uscito il 3 marzo 1981 con “Twilight Zone”, e sull’altro lato c’è “Wrathchild”. Entrambi, però, hanno lo status di A-side. Gli Iron Maiden ritenevano “Twilight Zone” un pezzo di una potenza fuori dal comune, mentre la versione di «Wrathchild» è dal vivo e viene dal concerto prenatalizio della band al Rainbow Theatre. La band aveva filmato il concerto e ne aveva ricavato un video a parte per «Wrathchild». Secondo Harris, i Maiden prevedevano che il tour li avrebbe tenuti lontani dalla Gran Bretagna per parecchio tempo. Se fosse arrivato l’invito a un’apparizione a Top of the Pops, avrebbero avuto almeno quel video a cui appoggiarsi. Per questo hanno deciso di pubblicare quella versione insieme al singolo di «Twilight Zone». Il 31° posto nella classifica britannica dei singoli più venduti non era proprio quello che la band sperava.

Copertina del singolo “Purgatory”

Come secondo singolo dell’album gli Iron Maiden hanno scelto «Purgatory», con sul lato B la versione in studio dello strumentale «Genghis Khan». “Purgatory” nella sua versione originale si chiamava «Floating», e la band l’ha riarrangiata da cima a fondo durante le registrazioni di “Killers”. Il singolo ha raggiunto il 52° posto della classifica britannica. Interessante la storia dietro la scelta della copertina: quella originale, realizzata da Derek Riggs, è poi finita sulla copertina dell’album «The Number of the Beast». Quando Smallwood si era trovato in mano il disegno di Riggs ne era rimasto così entusiasta da dire: «Questo disegno è semplicemente troppo bello.» Così il furbo manager l’ha tenuto da parte per un’occasione migliore, e si è rivelata una mossa azzeccatissima. A Riggs ha chiesto di creare un nuovo motivo, e così il singolo si è ritrovato con il volto in decomposizione di un diavolo, sotto il quale fa capolino Eddie.

L’album «Killers» è quindi un manifesto dell’enorme potenziale mostrato da una nuova versione degli Iron Maiden, con Adrian Smith in formazione. Allo stesso tempo è anche il canto del cigno di Paul Di’Anno, che con il suo carisma vocale unico è co-artefice delle particolarità che rendono speciali questi due album nella discografia della band. «Killers» supera il debutto in tutto e per tutto. Sul nuovo disco, con l’aiuto di Martin Birch, gli Iron Maiden cominciavano a dare i veri contorni al proprio suono, quello che di lì a poco avrebbe scatenato un’euforia globale e l’espansione del metal. Molto più selvaggio e senza compromessi, «Killers» colpisce per la concentrazione e la fame ancora maggiori di una band decisa a realizzare i propri sogni. Quel momento era ormai a poco più di un anno di distanza.

https://it.rockline.si/iron-maiden-killers/
https://it.rockline.si/spominjamo-se-40-let-prvenca-iron-maiden/

Autore: Aleš Podbrežnik


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