Marillion in forma smagliante tra le pietre dell’antica Roma (2016)
Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Verona / Teatro Romano / Italia
Data del concerto: 10.09.2016
Spettatori: 2000
Prezzo del biglietto: 39,00€
Verona, una delle città più pittoresche d’Italia, con una storia straordinariamente ricca e un centro storico conservato alla perfezione che ancora oggi attira frotte di turisti da tutto il mondo, ha ospitato nel ventre dell’ex teatro dell’antica Roma, il Teatro Romano, la leggendaria band inglese Marillion: per alcuni eroi del rock (neo)progressivo, per altri il segreto musicale britannico più gelosamente custodito, che continua a sfornare album in studio eccellenti. In questo tour i Marillion hanno già cominciato a presentare il loro nuovo album »F*** Everyone and Run«, o (in versione abbreviata) »F.E.A.R.«. Ancora prima che i veterani dell’art rock salissero sul palco sapevamo che sarebbe stata una serata speciale, perché una cornice migliore di un antico teatro romano è praticamente impossibile da immaginare.
I Marillion sono entrati in scena senza il carismatico cantante Steve ‘Mr H’ Hogarth e hanno attaccato con il classico »The Invisible Man« da »Marbles« (2004). Per quanto sia un pezzo splendido, non è stata una gran sorpresa, visto che negli ultimi dodici anni ha aperto i loro concerti in un sacco di altre date. Quando è arrivato il primo verso, Hogarth è comparso prima solo sulle proiezioni sul palco, e solo dopo si è deciso a presentarsi davanti al suo pubblico fedele. Anche stavolta si era calato nei panni di quell’«uomo invisibile» cupo e tetro, protagonista di un testo di feroce critica sociale. Va detto che Hogarth è stato in splendida forma vocale per tutta la sera, anche se c’è il fondato sospetto che stavolta abbia alzato un po’ troppo il gomito, visto che per ben due volte ha dimenticato l’attacco del testo. La prima distrazione è arrivata subito prima di »Sounds That Can’t Be Made«, dall’omonimo capolavoro in studio, dove all’inizio ha improvvisato mezzo in sciat e ha cercato di cavarsela con una battuta. Alla fine è riuscito a trovare le ‘parole’ giuste e a riagganciarsi al resto della band. Lo stesso problema si è ripresentato alla chiusura della parte principale con »Neverland«, che dopo un breve inciampo iniziale hanno dovuto ripartire da capo.
Del resto sono stati gli unici due ‘incidenti’, se così si possono chiamare, in tutta la serata: i maestri inglesi ci hanno conquistati con una scelta di brani fantastica, un suono fenomenale e un’esecuzione praticamente impeccabile di tanti gioielli della loro variegata carriera. Per di più ‘H’ ha fatto perdonare entrambe le scivolate con un cantato eccellente, anche in pezzi vocalmente tutt’altro che semplici. A sostenerlo c’era il bassista Pete Trewavas, che come al solito si è occupato dei cori. Un po’ di voci di supporto sono arrivate anche dal tastierista Mark Kelly, che ha vegliato instancabile sul suo regno di tasti dimostrando molti meno anni di quelli che ha davvero. Il batterista Ian Mosley, nonostante l’età rispettabile, è ancora incredibilmente vivace, preciso ed elastico, mentre l’unico membro originale, il maestro della chitarra Steve Rothery, ha confermato ancora una volta il suo status di uno dei chitarristi rock più raffinati (e purtroppo ingiustamente trascurati). Molti dei suoi assoli hanno un potere quasi trascendentale e sono uno dei fattori chiave di quell’atmosfera unica che ai concerti riescono a creare solo i Marillion.
Il quintetto inarrestabile di Aylesbury ha sfornato in modo elettrizzante e rilassato i classici di quasi tutti i capitoli della sua variegata discografia (hanno saltato solo la fine degli anni Ottanta e la chiusura dei Novanta). Dal nuovo album hanno eseguito »The New Kings«, oltre sedici minuti, tra i loro pezzi più socialmente critici in assoluto: nel testo se la prendono senza pietà con i rapaci yuppie dei giorni nostri e con la loro corsa sempre più veloce a distruggere la società umana e il pianeta Terra. Un plauso va anche all’ottima proiezione video sul palco durante »The New Kings«, con degli attori che hanno reso in modo toccante il messaggio centrale di un testo straordinario. Anche dal cult concettuale »Brave« (1994) i Marillion hanno suonato tre pezzi cult: »The Great Escape«, »Wave« e »Mad«. Tra le sorprese principali della parte regolare ci sono state le esecuzioni della delizia da »Marbles« »Fantastic Place«, di »Afraid of Sunlight«, vocalmente impegnativissima, dall’omonimo album, del classico »Quartz« da »Anoraknophobia« (2001), tutto pieno di effetti, e dell’evergreen »King« da »Afraid of Sunligt« (1995). Quest’ultimo non lo suonavano da un bel pezzo, e il pubblico ha reagito con più fragore durante le immagini di musicisti e attori famosi scomparsi, quando sul video sono apparsi Lemmy e Robin Williams.
I Marillion hanno chiuso la parte regolare con la già citata »Neverland«, che, nonostante il breve intoppo iniziale e la ripartenza, alla fine è uscita perfetta. Nel bis, con il loro unico vero grande successo »Kayleigh«, sono tornati agli anni Ottanta, dritti nella cosiddetta era Fish. Hogarth, in una vecchia intervista del 2000, l’aveva paragonata a una macina al collo, di cui i Marillion non riescono a liberarsi perché al suo arrivo non hanno deciso di cambiare nome. Ora di certo ha cambiato parecchio idea, visto che le esibizioni più recenti non passano quasi mai senza almeno un breve omaggio alla loro fase ancora oggi più famosa.
Era proprio uno spasso vedere i buttafuori italiani correre dietro a Hogarth come zanzare fastidiose quando lui è saltato giù dal palco e ha cominciato a passeggiare tra il pubblico in delirio. Anche se i buttafuori gli davano più impiccio che aiuto, Mr H non si è lasciato distrarre e ha cantato il più amato evergreen dei Marillion come si deve (quando al microfono, ovviamente, non c’è Fish). Dopo »Kayleigh« è arrivato, com’era prevedibile, il compagno immancabile, »Lavender«, mentre quasi nessuno in platea si aspettava il passaggio a una versione abbreviata di »Bitter Suite« (hanno suonato solo la terza sezione, »Blue Angel«) e poi dritti dritti al catalizzatore di energia vincente di »Misplaced Childhood« (1985), »Heart of Lothian«. Hogarth ha cantato con sicurezza, a modo suo, i classici del periodo ‘romantico’ neoprog, anche se per via dei testi molto personali e della natura di questi pezzi fa sempre un effetto strano sentirli cantati da qualcuno che non sia il suo predecessore al microfono, non meno carismatico.
Il secondo bis ha portato una sorpresa piccola e una più grossa. L’album »This Strange Engine« (1997) è spesso considerato uno dei più trascurati della loro carriera, quindi è stato bello sentire »Estonia«, che tra i fan è il pezzo più amato del disco e che i Marillion, in quanto tale, hanno suonato dal vivo parecchie volte nei tour passati. La tragica storia del naufragio della nave Estonia ha comunque colpito ancora una volta al cuore. Ci hanno sorpreso molto di più con la title track di oltre quindici minuti, cioè »This Strange Engine«, con cui hanno chiuso in modo epico la loro fantastica serata a Verona. Ancora una volta sono riusciti a portare il pubblico in una trance ambientale e, lasciando il palco, sono stati premiati con un’ovazione fragorosa dei fan fedeli.
I Marillion hanno la stessa formazione da ventisette anni, e con un dato così è difficile ricordarsi un’altra band che possa vantare un traguardo altrettanto straordinario. L’intesa che regna sul palco tra i membri della band è semplicemente sbalorditiva, e a volte sembra che potrebbero suonare anche il pezzo più impegnativo del loro catalogo nelle circostanze più impossibili. Anche se i loro maggiori successi risalgono alla metà degli anni Ottanta e la maggior parte dei media dell’isola continua a ignorarli ostinatamente, a ogni passo si vede che tutti i membri hanno ancora una motivazione incredibile e una scintilla creativa, e per questo si divertono da matti durante ogni esecuzione. Il loro concerto a Verona è stato uno di quegli spettacoli art rock che lasciano il segno a lungo dopo l’ultima nota, e stavolta i Marillion sono stati aiutati di sicuro anche dall’atmosfera straordinaria dell’antica Roma, una di quelle che non ti capita di vivere a ogni concerto.
Scaletta
1. The Invisible Man
2. Power
3. The Great Escape
4. Fantastic Place
5. Sounds That Can’t Be Made
6. The New Kings
(I.) Fuck Everyone And Run
(II.) Russia’s Locked Doors
(III.) A Scary Sky
(IV.) Why Is Nothing Ever True?
7. Wave
8. Mad
9. Afraid of Sunlight
10. Quartz
11. King
12. Neverland
—primo bis—
13. Kayleigh
14. Lavender
15. Bitter Suite (III. Blue Angel)
16. Heart of Lothian
—secondo bis—
17. Estonia
18. This Strange Engine
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