Van Der Graaf Generator: The Aerosol Grey Machine

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Data di uscita: 01.09.1969
Etichetta: Mercury Records
Produzione: John Anthony
Durata: 60:20
Genere: progressive rock
Voto: 7/10

Il primo album del leggendario gruppo progressive rock inglese Van Der Graaf Generator nacque come progetto solista del cantante, già allora riconoscibilissimo, e chitarrista occasionale Peter Hammill, che voleva dare vita alle sue visioni musicali e filosofiche, anni luce avanti rispetto ai testi della maggior parte dei musicisti di allora. I testi di Hammill si distinguevano soprattutto per il suo flirtare col confine tra scienza e fantasia, ragione e intuizione, visioni apocalittiche ed esistenzialismo. Anche se in «The Aerosol Grey Machine» tutto questo era ancora in forma embrionale, molti frutti dei suoi capolavori successivi (e vale anche per la band nel suo insieme) si vedevano già fin dall’inizio.

Sotto la guida di Hammill, il gruppo, che si era già sciolto una volta prima di entrare in studio, si è rimesso insieme e ha iniziato la sua nuova missione musicale. Negli anni seguenti Hammill dividerà costantemente il suo tempo tra i Van Der Graaf Generator e la sua carriera solista, non meno stupefacente. La differenza tra i due progetti era spesso appena percettibile, visto che Peter usava di frequente gli stessi musicisti in entrambi, eppure i Van Der Graaf Generator avevano fin dall’inizio un’aura tutta loro, che li ha resi così interessanti per tanti appassionati di progressive rock. Del resto, prima dell’uscita di questo album la band ne aveva già passate parecchie. Hammill l’aveva fondata nel 1967, ancora studente all’università di Manchester, insieme a Chris Judge Smith a batteria e fiati e all’organista Nic Pearne.

Dopo il trasferimento a Londra hanno iniziato a registrare. In quel periodo sono riusciti anche a firmare il primo contratto con la Mercury. Fino ad allora il risultato più grande di Hammill era stato mettere insieme la loro prima vera formazione, con l’arrivo di Hugh Banton all’organo, Guy Evans alla batteria e Keith Ellis al basso, e stringere una collaborazione con il capo della Charisma, Tony Stratton Smith, che aveva sotto la sua ala anche i Genesis. Ciononostante, la sfortuna si è subito accanita su di loro. Judge ha lasciato la band non appena hanno registrato il loro primo singolo «People You Were Going To» (sul lato B c’è «Firebrand»), e dopo qualche concerto gli hanno pure rubato l’attrezzatura, cosa che indirettamente ha fatto sciogliere il gruppo.

Come detto, Hammill inizia a registrare un album solista, quando a un certo punto capisce di aver bisogno dell’aiuto dei suoi vecchi amici, e i Van Der Graaf Generator rinascono. La maggior parte dei pezzi di «The Aerosol Grey Machine» è lontana dalle loro composizioni successive, spesso complesse, sinfoniche, epiche e perlopiù cupe nell’atmosfera, ma l’album contiene comunque parecchi brani interessanti, che offrono all’ascoltatore un buon colpo d’occhio sull’evoluzione della band. Accanto alle cose di impronta psichedelica ci sono anche alcuni pezzi più complessi e ambiziosi, che hanno indicato la strada ai dischi futuri. Peccato che all’uscita, nel 1969, l’album sia stato pubblicato solo negli USA. Bastò una scaltra manovra di Stratton per far sì che la band rescindesse il contratto con la Mercury e passasse alla sua etichetta Charisma, dove, insieme a Genesis e Lindisfarne, divenne uno dei loro punti di forza.

Già l’opener «Afterwards», psichedelica e piuttosto ingenua, lascia intravedere il potenziale nascosto della band. Per atmosfera è un pezzo tranquillo e bello, perfetto per rilassarsi, di quelli che i VDGG negli anni successivi non registreranno certo in abbondanza. Fa conoscere soprattutto l’inconfondibile voce di Hammill (qui nel suo lato più dolce e luminoso), riconoscibile almeno quanto i suoi testi. Anche se il suo vero potenziale non emerge ancora, già allora lasciava intuire senza dubbio perché sia sempre stato uno dei migliori cantanti del progressive rock. Vale la pena citare anche l’ottima melodia al pianoforte di Banton.

Dopo l’inizio rilassato, le due parti di «Orthenthian» ci portano subito nel mondo spesso cupo e inquietante delle visioni post-apocalittiche di Hammill, che prenderanno davvero vita nel disco successivo. Anche se al pezzo manca ancora quell’energia che poi distinguerà la maggior parte dei lavori seguenti, è una grande composizione e il primo vero assaggio di cosa sia capace la band e di dove stia andando il suo sound. La batteria delicata di Evans e il magnifico uso dell’organo Hammond di Banton diventeranno, insieme al genio vocale e lirico di Hammill, i marchi di fabbrica del gruppo, mentre Ellis, con il suo basso spesso ritmico e sottile, sarà già dopo questo album ‘fuori dai giochi’.

«Running Back» è nel complesso un pezzo piuttosto tranquillo, dall’atmosfera malinconica. Spiccano soprattutto la voce emotiva di Hammill, piena di poesia, e il flauto dell’ospite Jeff Peach, che contribuisce alla freschezza e alla leggerezza del brano. Senza dubbio è uno dei pezzi migliori del disco, anche se la band aveva ancora un sacco di spazio inutilizzato. Quello lo riempirà con successo, negli album successivi, il sassofonista David Jackson.

L’intro di chitarra acustica in «Into The Game» è ottima e ricorda un po’ il classico degli The Who «Pinball Wizard». Il basso qui è ben distinto e in primo piano, ed è un piacere sentirlo, visto che dopo questo album i VDGG praticamente per tutta la carriera non avranno un vero bassista. Le linee di basso le coprirà Banton con le sue tastiere. Si chiude con una jam jazz che, per fortuna, non annoia mai come di solito capita. Questo pezzo di sette minuti mostra già, indirettamente, quanto sarà complessa questa band. La title track è una gag di meno di un minuto che starebbe meglio in una commedia radiofonica degli anni Cinquanta.

Il brano successivo, «Black Smoke Yen», è un breve strumentale ripetitivo. Questi due pezzi ci sono più per allungare il minutaggio che per chissà quale qualità. Durante le registrazioni la band si è evidentemente concessa anche tre minutini per rifiatare e ricaricare le batterie. È curioso che proprio la seconda metà dell’album contenga i pezzi migliori, quelli che già anticipano il loro sound successivo, molto più complesso, oscuro, epico e cupo. «Aquarian» è un vero precursore dei capolavori a venire, come ad esempio «Darkness» dal loro album successivo. Ha un testo oscuro, una base ritmica eccezionale con il basso di Ellis in risalto e un’ottima voce di Hammill.

Nell’epica e misteriosa «Necromacer» i VDGG sono ormai quasi nella loro vera forma. Il pezzo si distingue soprattutto per il testo inquietante e misterioso di Peter, di cui ne scriverà ancora un’infinità in carriera (ma da dove salta fuori tutta questa sua ispirazione oscura?) , e per la linea ritmica epica, marziale, che userà volentieri anche nei lavori successivi.

La conclusiva «Octopus» è un altro pezzo che si può mettere tra i vertici del disco. È anche uno dei primi brani-marchio della band, dove brillano soprattutto gli assoli eccezionali di Banton all’organo, il basso distinto di Ellis e l’alternarsi tipico e variabile di emozioni nella voce di Hammill. Qui canta come se ne andasse della pura sopravvivenza, e di performance così se ne concederà ancora molte in carriera. La costruzione instabile della composizione viene spinta ancora più in alto da una breve jam (qualcosa che faranno volentieri anche in futuro). Il tutto si chiude in modo caotico, proprio come farà anche la maggior parte dei loro lavori successivi.

Le bonus track dell’attuale ristampa sono entrambi i lati del loro primo singolo – «People You Were Going To» e «Firebrand» – più «Giant Squid» e «Ferret & Featherbird». Tra queste vale la pena evidenziare «People You Were Going To», un breve tentativo di taglio pop che oggi sembra parecchio atipico per loro, e «Ferret & Featherbird», un pezzo folk con un bel flauto, che in questo frangente tira addirittura un po’ verso i Jethro Tull.

Il sound-marchio della leggendaria band su «The Aerosol Grey Machine» non era ancora sviluppato, ma, a differenza dei debutti di alcuni loro coetanei, la direzione futura era già abbozzata. I VDGG col disco successivo faranno un salto in avanti straordinario, tanto che pochi si ricorderanno dei loro inizi. Anche se il loro primo album contiene solo una piccola parte del vero potenziale che più tardi li lancerà tra i protagonisti del progressive rock britannico, i semi di quel progresso erano già stati piantati.

«The Aerosol Grey Machine» non è un debutto rivoluzionario, anzi è il lavoro meno appariscente della loro storia, ma è più maturo di tanti primi album dei loro coetanei, a dimostrazione dell’eccezionale coerenza e della qualità generale della discografia dei Van Der Graaf Generator. È un ottimo inizio, che fa capire che i Van Der Graaf Generator erano pronti a fare il primo passo, quello che li avrebbe incoronati tra i principali innovatori e visionari del rock.

Autore della recensione: Peter Podbrežnik

Tracklist:
1. Afterwards (4:58)
2. Orthenthian St. (Part I) (2:23)
3. Orthenthian St. (Part II) (3:53)
4. Running Back (6:32)
5. Into a Game (5:56)
6. Aerosol Grey Machine (0:56)
7. Black Smoke Yen (1:18)
8. Aquarian (8:27)
9. Necromancer (3:30)
10. Octopus (7:41)
Bonus track della ristampa:
11. Giant Squid (3:19)
12. Ferret & Featherbird (4:34)
13. People You Were Going To (2:44)
14. Firebrand (4:08)

Van Der Graaf Generator:
Peter Hammill – voce, chitarra acustica
Keith Ellis – basso, cori
Hugh Banton – pianoforte, organo, cori
Guy Evans batteria, percussioni

Musicisti ospiti:
Jeff Peach – flauto su “Running Back”
Chris Judge Smith – slide sax e voce armonica su “People You Were Going To”, cori su “Firebrand”

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