50 anni di “Deep Purple In Rock”

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Poco più di una settimana fa sono passati esattamente cinquant’anni da quando i Deep Purple, con il loro quarto album in studio «Deep Purple In Rock», annunciarono una nuova era del rock e si piazzarono sul piedistallo mondiale come una delle band più grandi e importanti, capaci di plasmare il volto del rock’n’roll, o meglio, dell’heavy rock. Dopo questo disco il mondo del rock non fu mai più lo stesso. Parliamo di uno dei lavori fondamentali per l’evoluzione dello stile e del sound della band, che con la sua radicalità, come un effetto domino, ha innescato una radicalizzazione del suono e dello stile dell’intero rock’n’roll. È uno di quei dischi rock leggendari, letteralmente scolpiti nella roccia, attorno ai quali, diciamocelo, non è proprio difficile costruire un mito.

Eppure la strada dei Deep Purple verso questa roccia senza tempo non è stata affatto in discesa. Dopo tre album che lasciavano intuire una band dal potenziale interessante – ma niente di più – a garantire alla band la notorietà (per ora solo oltreoceano) erano le cover di Cream, Joe Stump, Jimi Hendrix, The Beatles, Neil Diamond, Donovan e Ike & Tina Turner. Con il terzo album «Deep Purple», uscito nel giugno 1969, la band si ritrovò a un bivio artistico. Su quel disco i Deep Purple vennero presi da una specie di transgressione, tra spunti psichedelici e progressive rock. Di nuovo, nessuno sapeva cosa aspettarsi dal seguito della loro carriera.

Pensateci. Inizio anni Settanta. Il mondo si stava appena riprendendo dalla sbornia e dal cerchio alla testa lasciati dalla stagione hippie dei fiori infilati nelle canne dei fucili.  I Beatles si erano sciolti, Jimi Hendrix – l’uomo che aveva portato la chitarra rock alle masse – se n’era andato all’improvviso e troppo presto, e il famoso «Re Lucertola» Jim Morrison aveva ancora pochi mesi davanti a sé prima di raggiungere Jimi. I Cream e i Blind Faith si erano spenti fulminei com’erano esplosi come meteore, con vendite da milioni di dischi. Restavano The Kinks e The Who, che già a metà anni Sessanta avevano cominciato a portare nel loro arsenale musicale un livello più alto di decibel. Non erano gli unici, certo, ma tra i primi a farlo sì.

All’inizio del 1970 i Black Sabbath, con l’album d’esordio, riff pesantissimi e testi grotteschi, «spaventosi e malvagi», indicarono la direzione di una delle nuove versioni del rock, quella basata su frasi di chitarra marcate (l’heavy metal). Dall’altra parte c’erano i Led Zeppelin, che fino al 1970 avevano sfornato in fretta due album. Il loro sound era un rumore grezzo e sfrenato, appesantito da una retorica di «blues roots», dalla dissolutezza e da qualche incursione folk, che rifiutava qualsiasi etichetta di «heavy». Con l’album «Deep Purple In Rock», o più semplicemente «In Rock», i Deep Purple entrarono così in una sorta di trinità profana che per una bella epoca ha co-definito l’evoluzione del rock fondato sulla chitarra arrabbiata. Accanto a tutto quel rumore libero, assordante per l’epoca, e a quella giocosità virtuosa e colorata incarnate da «Deep Purple In Rock», i Black Sabbath sembravano rigidi, goffi e spigolosi. Il terzo album in studio dei Led Zeppelin, per giunta condito di acustica e folk, con il suo vasto arsenale di riff non poteva nemmeno lontanamente competere con “Deep Purple In Rock”. E poi quel rondò scherzoso, generato da una cannonata di frasi chitarristiche sfrenate unite al suono roccioso dell’organo, di cui «Deep Purple In Rock» era stracolmo.

Deep Purple – “Deep Purple In Rock” (copertina)

Dopo l’esordio “Shades of Deep Purple” e il successore “Book Of Taliesyn“, anche il terzo album “Deep Purple” non portò alla band grandi progressi, se non il fatto che i media «birbanti» del continente americano smisero di paragonarla ai Vanilla Fudge. Allo stesso tempo, lasciava intendere che i membri della prima formazione dei Deep Purple stessero piano piano prendendo strade diverse. Jon Lord – nella prima era Purple leader silenzioso e visionario della band -, Richie Blackmore e Ian Paice volevano cimentarsi con un approccio sonoro più aggressivo e duro, e sentivano che Rod Evans e Nick Simper semplicemente non sarebbero stati in grado di stargli dietro.

Così un giorno Blackmore si rivolse al vecchio collega Mick Underwood, ai tempi dei The Outlaws, per farsi consigliare un buon cantante. Mick non girò troppo intorno alla questione e gli suggerì di chiedere direttamente a Ian Gillan, che all’epoca suonava con lui negli Episode Six. Non dimentichiamolo: lo stesso Mick Underwood avrebbe poi fondato i Quartermass, e Blackmore con i Rainbow avrebbe rifatto l’unico successo dei Quartermass, Black Sheep of the Family. Ma questa è un’altra storia. Non era un segreto nemmeno che Gillan, insieme a Underwood e al bassista degli Episode Six Roger Glover, già accarezzasse l’idea di mettere su una band tutta sua, perché sentiva che gli Episode Six non andavano da nessuna parte. Così Lord e Blackmore, alla prima occasione buona, andarono a un concerto degli Episode Six, dopo che Blackmore aveva già fatto al telefono un discorso di corteggiamento a Gillan su un suo possibile ingresso nei Deep Purple. Gillan non riuscì a tenere la notizia per sé e la raccontò a Glover prima ancora del concerto, così tutta la band capì subito che, in parallelo alla loro, si stava svolgendo un’altra storia. Durante il concerto Richie salì perfino sul palco per un jam insieme a loro. Il giorno dopo i membri della band comunicarono alla loro manager Gloria Bristow l’intenzione di Gillan di lasciare il gruppo. Tutti furono d’accordo sulla partenza del cantante e, in cambio della benedizione, Gillan promise che avrebbe rispettato con scrupolo tutti gli obblighi verso la band, compresa la partecipazione ai concerti già confermati.

Gli Episode Six nel 1968

Dato che i Deep Purple cercavano anche un bassista, già in quel periodo Gillan dovette suggerire a Glover di riflettere sull’opzione di unirsi ai Deep Purple. Ma Glover, in quanto membro fondatore degli Episode Six, non voleva assolutamente nulla che potesse portare allo scioglimento della band. Del resto ne faceva parte dal giorno «zero». Tutto questo accadeva quasi esattamente un anno prima dell’uscita di «Deep Purple In Rock». Arrivare a Glover fu per i Deep Purple un po’ più complicato, ma alla fine trovarono un accordo. Il 7 giugno 1969 Glover e Gillan si presentarono a casa di Jon Lord. Ian e Roger fecero sentire a Jon il materiale che avevano scritto insieme. Siccome i Deep Purple avevano prenotato proprio per quel pomeriggio una sessione di registrazione, potevano usare il bassista solo per quella e in nessun altro contesto. Ne approfittarono quindi per registrare una prima versione di Hallelujah, pensata come il singolo successivo per il mercato americano. Lord rimase ancora più entusiasta del modo di suonare di Glover, mentre a Roger l’idea di far uscire Hallelujah come singolo sembrava piuttosto bizzarra, visto che per lui il pezzo era troppo superficiale. Inoltre il primo incontro con Lord, Blackmore e Paice faceva ridere Glover per le loro pettinature e, in generale, per un look che ai suoi occhi sembrava piuttosto datato per l’epoca. Il giorno dopo Glover fu accolto nei Deep Purple. Per tutto giugno le due band dovettero portare avanti una serie di concerti, e i manager dei Deep Purple (HEC Ltd.), cioè Tony Edwards (la «E») e John Colletta (la «C»), consigliarono a Glover e Gillan di stare il più lontano possibile, in quel periodo, dalla manager degli Episode Six Gloria Bristow, perché molto probabilmente avrebbe avuto un esaurimento nervoso.

Deep Purple – Hallelujah

Nella nuova formazione i Deep Purple si incontravano così già di nascosto e costruivano su Hallelujah, mentre Simper ed Evans non sospettavano nemmeno lontanamente cosa stesse bollendo in pentola, convinti che i loro posti nei Deep Purple fossero ancora al sicuro. In uno dei «buchi» tra un’esibizione e l’altra della formazione Mk I, Blackmore e Lord prenotarono una sala all’Hanwell Community Centre, dove la band nella formazione Mk II il primo giorno fece qualche jam e il giorno dopo registrò anche Hallelujah. Poi prenotarono lo studio De Lane Lea, dove incisero anche la versione definitiva del pezzo. Per tutto luglio sia i Deep Purple sia gli Episode Six continuarono a suonare dal vivo. In una delle date le due band si ritrovarono addirittura a suonare insieme, e fu curioso il primo incontro di Glover con i roadie. Quando dopo il concerto cominciò a sistemare da solo la sua attrezzatura, saltò fuori da chissà dove un tizio che gli disse di non fare inutilmente il suo lavoro, cosa che scioccò parecchio il bassista, per nulla abituato a un simile lusso.

Nel luglio 1969 Evans e Simper vennero a sapere piano piano del loro destino. Non trovarono certo motivi per festeggiare. Anzi. Il povero Simper, ignaro di tutto, fu perfino preso in giro da un amico che al telefono gli buttò lì: «Ho sentito che non suoni più con i Deep Purple?» Nick naturalmente non gli credette, ma solo pochi giorni dopo lesse la notizia su un giornale. La formazione Mk I suonò il suo ultimo concerto all’inizio di luglio 1969 a Cardiff, in Galles, e una settimana dopo i Deep Purple tennero il loro primo concerto a Londra con la formazione completamente nuova, la Mk II. Gillan in quel concerto usò per la prima volta in carriera le conga, con cui poteva ingannare il tempo durante i lunghi intermezzi strumentali degli altri. Lui era in estasi. Il primo show lo chiuse con la consapevolezza personale che l’approccio dei Deep Purple alla musica fosse totalmente radicale e molto astratto. Completamente diverso da come in quel periodo si avvicinavano alla musica, per esempio, Black Sabbarth, Jethro Tull o Led Zeppelin.

E con Evans e Simper come andò a finire? Niente di particolarmente eclatante. Rod Evans si unì ai Captain Beyond e, prima di sparire del tutto dalle scene, fece in tempo a mettersi a capo di una «sfortunata copia fasulla dei Deep Purple», che dopo la causa legale intentata venne spenta inattimo. Simper rimase a Londra, dove fondò i Warhorse, e più avanti si guadagnò da vivere come imbianchino e pittore. In generale, proprio lui faticò parecchio a farsene una ragione del modo in cui i Deep Purple si erano sbarazzati dei due musicisti. Ma anche questo ebbe i suoi lati positivi. Tutte quelle emozioni di gelosia, tradimento e rabbia che avevano circondato la nascita della formazione Mk II si rivelarono un catalizzatore importante, che alimentò la creatività dei nuovi Deep Purple.

I membri della band avevano, per l’epoca, una tecnica da fuoriclasse, e Gillan era considerato un cantante strabiliante, capace di sviluppare una potenza vocale incredibile in qualsiasi registro: il quintetto riusciva così a sprigionare dal vivo una furia scenica mostruosa, impensabile per quei tempi. Intanto le tensioni tra Gloria Bristow e il management di HEC Ltd. si erano placate, e gli Episode Six accolsero tra le loro file un tizio che era al tempo stesso bassista e cantante, ovvero l’ex membro dei Big Three Johnnyja Gustafsona. Gli Episode Six suonarono l’ultimo concerto con Gillan e Glover il 26. 7. 1969.

Sul contributo paritario di tutti e cinque i membri della nuova formazione, Roger Glover ha detto anche questo: «Ritchie non era solo un chitarrista, era un innovatore brillante. Era fenomenale in quello che faceva alla fine dei Sessanta e all’inizio dei Settanta. Creava cose che io da solo non mi sarei mai sognato. Era un compositore contagioso e dinamico. Ma credo che da solo non sarebbe stato in grado di creare tutto questo. Aveva bisogno degli altri. Nella band era la scintilla della motivazione.»

Visto che siamo su Richie, vale la pena ricordare un incidente nel backstage,  durante uno dei concerti del 1970. Richie ricorda: «Spesso ne do la colpa a me stesso. Eravamo al Rock’n’Roll Circus. Era un locale piuttosto grande in Francia. Non so perché, ma mi è sempre piaciuto fare scherzi da ragazzino agli altri. Scherzi pratici. Eravamo nel backstage. A un certo punto Ian (Gillan) voleva sedersi. Ho notato che era ubriaco e gli ho tolto al volo la sedia da sotto. Solo che non avevo considerato che eravamo sul bordo di una zona rialzata di circa 5 metri rispetto al suolo. Ian è caduto là sotto di testa. Ho sentito la sua testa sbattere sul pavimento duro. Ho pensato che fosse finita e che fosse morto. Poi è risalito e gli ho chiesto: “Stai bene?” Ha risposto: “Sì. Mi sono fatto un po’ male alla testa, tutto qui.” Però dopo non è stato mai più lo stesso. Da quando ha picchiato la testa a terra, non era più la stessa persona.»

Come detto, ai primi concerti della formazione Mk II Gillan sul palco spesso non sapeva bene cosa fare, ma già a luglio cominciarono a piovere in fretta nuove idee, e il cantante si buttò attivamente nelle prove. La band provava il nuovo materiale negli spazi dell’Hanwell Community Centre.

Hanwell Community Centre

Roger Glover ricorda: «Tutte le nuove idee che portavo ai membri della band, loro volevano provarle subito per vedere come funzionavano. È nata così, per prima, Speed King. Blackmore cercava infatti un pezzo tirato con cui aprire i concerti.»

Nella sua prima versione Speed King si chiamava Kneel & Pray, e a fine agosto la band l’aveva già provata per la prima volta sul palco. Prima di trovare posto nell’album, l’arrangiamento fu stravolto due volte, e anche quando la band entrò in studio per registrarla nella versione definitiva, non era ancora del tutto finita. Glover aggiunge: «Richie mi suggerì di tirare fuori una frase simile a quella di Fire di Hendrix». Gillan fa capire che tra i membri di quella formazione dei Deep Purple si creò all’istante un’ottima chimica reciproca, che da un lato lasciava spazio all’eccentricità, dall’altro la univa alla «normalità». Ian Paice completa il quadro: «All’improvviso, in un ambiente di lavoro così, tutto era possibile».

Deep Purple – Speed King

Quanto alle influenze musicali dell’album «In Rock», è interessante il contrasto con il background degli Episode Six di Gillan e Glover, nato da un pop conciso e leggero, rispetto a qualcosa che suonava avventuroso, meno compassato, aperto alla sperimentazione e con un’esperienza che non richiedeva troppa concentrazione. Gillan dice: «Si è accumulato tutto. Jon Lord era un musicista di formazione classica, ispirato di sicuro da Jimmy Smith. Ian (Paice) era Buddy Rich scolpito e in carne e ossa. Quanto a me, mi hanno influenzato Elvis Presley, Little Richard, Chuck Berry, Fats Domino, Ella Fitzgerald e Jerry Lee Lewis. L’influenza successiva di Roger, che cominciò a farsi sentire, fu Bob Dylan. Se metti insieme tutto questo, ottieni una garanzia di originalità. Se avessi tolto uno di noi da questa storia, il risultato sarebbe stato comunque lo stesso. Per me il rock era una specie di atteggiamento.»  

Le idee ribollivano e i Deep Purple sfornavano materiale nuovo a ritmo serrato. Anche se l’Hanwell Community Centre si trovava in un angolo abbastanza isolato dell’ovest di Londra, che avrebbe dovuto garantire agli abitanti del quartiere un sonno tranquillo, la band mentre provava e creava produceva un bel po’ di rumore, che non passò inosservato. In quel periodo, nella stanza accanto dello stesso edificio, provava il suo materiale un’altra band. Si chiamava Spice. Si contagiarono subito con la retorica rumorosa del fraseggio che arrivava dalla stanza vicina ed era generata dai Deep Purple, così si presero in prestito inattimo due o tre delle loro frasi e le infilarono nelle loro prime composizioni. Poco dopo questa band cambiò nome in Uriah Heep.

Ancora prima di registrare «In Rock», per i Deep Purple ci fu un altro passaggio importante. La nascita del documento live «Concerto For Group And Orchestra». Da agosto in poi Lord fu immerso fino al collo nel lavoro su questo progetto, a cui Edwards e Colleta avevano dato il via libera. I due prenotarono la Royal Albert Hall e si accordarono per la collaborazione con la Royal Philharmonic Orchestra. Lord saltava così le prove con la band, che intanto provava con entusiasmo il nuovo materiale, e questo faceva arrabbiare soprattutto Blackmore. Infine arrivò settembre e la band eseguì il lavoro di Lord insieme all’orchestra in un concerto che fu registrato e pubblicato più tardi come album dal vivo. Gillan ricorda di essere stato assalito dallo scetticismo su come la gente avrebbe preso la mossa della band, ma si sbagliò, come gli altri. Grazie a tutte quelle manovre, e anche ai concerti sempre più convincenti, fino al giorno in cui suonò con l’orchestra alla Royal Albert Hall la band era riuscita a suscitare agli occhi del grande pubblico enorme attualità e interesse. Per questo, dopo quella «fusione di rock e musica classica» tanto audace, le recensioni entusiaste piovvero da ogni parte.

Quando «la tempesta si è calmata», la band tornò a concentrare tutte le energie sulla registrazione di «In Rock». Fu registrato in tre diversi studi londinesi. Prima nello studio IBC, dove misero su nastro Speed King, seguita da Living Wreck. Ian Paice dice che per quanto riguarda la batteria è il suo pezzo preferito di «In Rock». Per il suono della batteria, che secondo le parole di Ian in questo brano suona decisamente vivo, duro, d’acciaio e sfacciato! Il resto della squadra, però, rimase a pesare se mettere o no questo pezzo nell’album. Fino all’ultimo momento. I ragazzi pensavano infatti che il brano fosse semplicemente troppo debole per una cosa del genere.

La band registrò a parte l’introduzione più breve, ma rumorosissima e volutamente caotica, di Speed King. Quando la furia chitarristica di Blackmore in questa intro si placa, entrano le Hammond di Lord, e Glover ricorda: «A metà del suo intervento Jon ha sbagliato. Ha suonato un accordo sbagliato. Invece di rifare tutto e registrare di nuovo, ha fatto una breve pausa e ha rigirato a suo favore, con astuzia, la linea atonale. Evidentemente a Lord questo trucco è piaciuto parecchio.» Ma la band non era soddisfatta nemmeno di questa versione di Speed King, e così nel gennaio 1970 tornò allo studio IBC, dove registrò il brano ancora una volta.

All’inizio di novembre 1969 cominciò a prendere forma anche la famosa Child In Time. Glover dice: «Anche questo pezzo non è del tutto originale e prende ispirazione da un altro brano. La prima cosa che feci dopo essere entrato nei Deep Purple fu andare in vacanza insieme a Richie e Ian (Paice). Un giorno noleggiammo una barca con cui navigammo sul Tamigi, e per tutto il giorno ascoltammo dischi di vari artisti. Tra questi c’era anche l’album degli It’s A Beutiful Day, con il brano Bombay Calling.» Anche Jon Lord, che in quel periodo conosceva già il pezzo, non nascose l’entusiasmo per il suo arrangiamento.  I Deep Purple si accordarono con gli It’s A Beautiful Day così: in cambio dell’uso del motivo principale di Bombay Calling, permisero agli It’s A Beautiful Day di usare a loro piacimento i motivi guida di Wring that Neck, che nelle mani degli It’s A Beautiful Day divenne Don And Dewey e finì sul loro secondo album «Marrying Maiden» (1970). I Deep Purple misero insieme in fretta questo pezzo di culto, che diventò un famigerato cavallo di battaglia dei loro concerti. Quando arrivarono a registrarlo, era già stato levigato benissimo sul palco.

Deep Purple – Child In Time

Anche Into the Fire nasce dalle registrazioni nello studio IBC, come lo strumentale Jam Stew. La band non registrò mai una versione vocale di questo strumentale e, quando comparve in una delle trasmissioni della BBC, Gillan per la prima volta in assoluto fece solo una finta di cantare il pezzo. Anche per Into the Fire l’idea l’ha portata Glover, e il brano si basa su una frase cromatica di Blackmore, di natura particolarmente distruttiva, che presto trovò posto nel repertorio dal vivo. La band si divertiva un sacco a eseguirla, perché proprio in quel punto poteva sviluppare al massimo la sua botta fragorosa appena scoperta.

Deep Purple – Into the Fire
Deep Purple – Stew Jam

Il 1° gennaio 1970 la band si trasferì negli studi De Lane Lea, dove quel giorno incise Hard Lovin’ Man. Per l’occasione lavorò con il gruppo un fonico di nome Martin Birch. Anche questo pezzo è opera di Glover e nasce dalle jam fatte all’Hanwell Community Centre. Glover prosegue: «È un pezzo mostruoso. Il mio preferito di tutto l’album. Condensa tutta la nostra essenza di allora e trasferisce su nastro, nel modo più sincero e vivido, l’energia che creavamo sul palco. Vale soprattutto per l’assolo di Jon Lord, che era praticamente identico a quello che faceva dal vivo quando suonavamo questo pezzo. Dentro ci sono la nostra voglia di sperimentare, tutta la stranezza nella scelta di inserti e passaggi, due assoli pazzeschi, una botta inarrestabile, un testo ultra macho e una gran voglia di fare casino.»  La band era entusiasta dell’approccio di Birch. Per l’epoca era modernissimo: Martin era uno dei pochi tecnici (insieme ad Alan  McKenzie, che aveva lavorato con gli Episode Six) che in quel periodo ascoltava davvero il gruppo e si impegnava a catturarne l’essenza sul nastro. Birch avrebbe poi prodotto tutti gli album della band, fino al suo scioglimento nel 1976. Ma attenzione: «In Rock» lo produssero ancora i Deep Purple da soli. E non tutti erano contenti dello studio De Lane Lea. Come Ian Paice, che odiava quella stanzetta in cui la sua batteria non riusciva ad avere il suono che si aspettava: «Il suono dei tamburi era “piatto”. All’epoca era difficilissimo trovare un posto adatto per registrare la batteria.»

Deep Purple – Hard Lovin’ Man

Il coraggio mostrato dalla band nel voler produrre l’album da sola portò però con sé, nel processo di lavorazione, anche un bel po’ di caos. All’improvviso tutte e dieci le mani del quintetto si ritrovavano sulle manopole del mixer, con ognuno che dettava che suono voleva. Paice commenta: «Strano che non siamo arrivati al rumore puro. Il suono diventava semplicemente sovraccarico!» Glover aggiunge: «Inconsciamente prendevamo tutti decisioni che rendevano l’album sempre più duro. E siccome il disco nasceva negli intervalli tra un concerto e l’altro, portavamo in studio l’energia del palco. I vu-meter erano sempre piantati nel rosso!»

Un altro pezzo i Deep Purple lo incisero agli studi IBC. Si tratta di Cry Free, breve ma bella tosta, per cui servirono almeno trenta take. Il brano poi non finì sull’album. L’ultimo pezzo registrato dalla band per il disco agli studi De Lane Lea fu Flight of the Rat. Era il marzo 1970 e la band lo aveva sviluppato all’Hanwell Community Centre, dopo che Lord si era messo a smanettare con l’organo Hammond e qualcuno aveva buttato lì «Il volo del calabrone». L’ultimo brano dell’album, invece, quello che i Deep Purple incisero agli studi Abbey Road, fu Bloodsucker.

Deep Purple – Cry Free

«In Rock» è un album che non sarebbe mai stato com’è se i Deep Purple non fossero stati, in realtà, una band da concerto. Tutte le idee nascevano sul palco, nel backstage o nella sala dell’Hanwell Community Centre. E prima di arrivare ai nastri ne passava parecchia, di acqua sotto i ponti. I ragazzi le suonavano e le provavano in mille varianti, sul palco come in sala prove, e gli arrangiamenti potevano cambiare completamente. La parte più dura era ricordarsi tutto. All’epoca non esistevano gli aggeggi tascabili con cui annotare al volo un’idea. Eppure capitava spesso che i Deep Purple arrivassero in studio con un pezzo nuovo, già levigato a dovere dal vivo. Ian Paice aggiunge: «Se un pezzo suonava benissimo su disco, sul palco suonava semplicemente da urlo.»

Nei mesi successivi la band dovette vedersela con i guai causati dal fallimento della Tetragrammaton Records, l’etichetta con cui aveva il contratto negli USA. Per fortuna i diritti furono riscattati dalla Warner Bros Records. Restava da trovare il singolo di successo! Edvards e Colleta si presentarono davanti al gruppo con la domanda scomoda che la band si aspettava da sempre: «Ci serve un hit!» Nella prima settimana di maggio 1970 i Deep Purple tornarono ancora una volta agli studi De Lane Lea, ma l’ispirazione giusta non arrivava proprio. Roger Glover ricorda: «Alle due del pomeriggio eravamo tornati in studio per riprovarci. Niente da fare. Alle otto ci siamo trasferiti al pub e ci siamo sbronzati per bene. Io e Richie abbiamo lasciato gli altri e siamo tornati in studio. Richie ha afferrato la chitarra e ha attaccato un motivetto che mi piaceva e che, a detta sua, aveva preso in prestito da Sometime di Ricky Nelson. Ho detto: “Ma non possiamo usarlo!”. Richie ha risposto: “Perché no? L’hai mai sentita, quella canzone?” “No”, ho detto, e Richie: “Bene.”» Quando gli altri sono tornati dal pub, abbiamo finito il pezzo. Il titolo l’abbiamo preso da un vecchio brano di Arthur Alexander, mentre il giro ritmico l’abbiamo ripreso dall’hit dei Canned Heat On the Road Again. Gillan aggiunge: «Nello stato in cui ero tornato dal pub in studio, scrivere il testo più banale possibile per un hit è stata un’impresa.» Così è nata Black Night. Il giorno dopo Edvards e Colleta erano in estasi!

Deep Purple Black Night

«Deep Purple In Rock» uscì il 5 giugno 1970 per la Harvest Records e vendette benissimo. A settembre 1970, quando il singolo Black Night cominciava appena a sfondare nelle classifiche, «Deep Purple in Rock» era già in alto! E ci è rimasto per ben 68 settimane. Lord dice che l’idea della copertina è venuta al manager Tony Edvards e aggiunge che «Deep Purple In Rock» è il suo album preferito tra tutti quelli incisi insieme dai Deep Purple. Il disco arrivò al quarto posto della classifica britannica degli album più venduti e rimase tra i primi trenta di quella classifica per un altro anno intero. Fino a quando non lo sostituì «Fireball», e anche dopo ha continuato a rientrare in classifica con qualche incursione. A far vendere ha probabilmente contribuito anche la copertina accattivante, con i membri della band scolpiti nella roccia del Mount Rushmore, dove di solito trovano posto le teste di cinque presidenti americani. Con «In Rock» i Deep Purple entrarono nella loro era più creativa, in cui misero in fila gli album «Fireball», «Machine Head», «Made In Japan», «Who Do We Think We Are», «Burn» e «Stormbringer». Usciti nell’arco dei quattro anni successivi, questi dischi incoronarono i Deep Purple come una delle rock band più chiacchierate e rispettate del pianeta. 

In un’intervista del 1971 Jon Lord riassunse così il significato di «In Rock»: «In Rock è stato davvero il risultato di tutta la nostra attività dal vivo. I primi tre album erano carini, ma senza una direzione. Nessuno sul pianeta sapeva che diavolo stesse combinando la band e che cosa volesse. Poi ci siamo fermati un attimo, di proposito, ci siamo riuniti e abbiamo cominciato a ragionare su un materiale che capissimo tutti. Il risultato è «In Rock», che per noi è stato una svolta. Abbiamo cominciato a credere in quello che facevamo. Non ci interessa educare il nostro pubblico, ci interessa di più divertirlo. E questa è l’essenza di tutto.»

Jon aggiunge: «Con “In Rock” abbiamo imparato un sacco di cose. L’album ha richiesto sei mesi e penso che ne sia valsa davvero la pena. Posso dirlo sinceramente: è il primo disco di cui siamo completamente soddisfatti. Ci ha dato una bella botta di fiducia. In tutto quel tempo di lavorazione abbiamo imparato tanto su noi stessi e sulla nostra musica, e anche su come percepivamo la nuova direzione musicale. “In Rock” è la base di tutto il nostro nuovo sound e del nostro nuovo modo di pensare. Siamo considerati persone molto estroverse. Ci piace accendere la folla e stare in mezzo a lei.»

Visto che prima di «In Rock» era uscito «Concerto For Group And Orchestra», in molti si aspettavano che l’ispirazione di «In Rock» attingesse più a fondo agli elementi della musica classica. Non fu così. Jon Lord spiega: «Sento che ora ci stiamo allontanando dalla classica, perché non è mai stato nelle intenzioni che diventasse la direzione musicale della band. Più che altro era un esperimento musicale. Come forse già sapete, nei primi album ci siamo occupati di temi classici, ma poco a poco tutto questo si è esaurito. Per ora non usiamo nessun approccio compositivo che derivi dalla classica. Fanno eccezione, ogni tanto, solo alcuni dei nostri assoli.»

Verso la metà degli anni Settanta l’immagine dell’«heavy rock», diciamo così, era ormai definitivamente consolidata: posa estrema, arrogante, anche macho se vogliamo, sulle ali di un’intera invasione di band che usavano il formato originale tracciato da «In Rock» all’alba del decennio. I Deep Purple avevano dato colore al «televisore del rock ‘n’ roll». E a quei colori seguì l’invasione delle band. Dopo l’uscita di «Deep Purple In Rock», l’albero genealogico del rock si ramificò in fretta in generi e sottogeneri. Per tutti la base era «In Rock», e pochissimi artisti all’epoca erano in grado di sfidare i Deep Purple. Uno di questi erano i Queen. 

Molti anni dopo, Gillan ha raccontato: «Quel disco era unico, perché è stato il primo in studio registrato insieme dalla formazione Mk II. Il piacere che ne ha accompagnato la nascita l’abbiamo rivissuto durante le registrazioni dei dischi successivi, ma non di tutti. Prendi “Who Do We Think We Are”, che ogni tanto ancora rimetto su e in cui non c’è un solo pezzo brutto – anzi, i pezzi sono se mai ancora più rifiniti – eppure all’album manca un elemento fondamentale. Si chiama anima. Per me è un disco che esiste solo come una selezione di brani. Ma quando parliamo di “In Rock”, “Fireball”, “Machine Head”, e anche di »Perfect Strangers« e di quelli che abbiamo fatto negli ultimi tempi, in studio c’era sempre lo stesso identico piacere. Non avevamo idea in che pozzo senza fondo stessimo cadendo con “In Rock”.»

Senza fondo, a quanto pare, visto che con l’arrivo di «In Rock» in mezzo a noi è piombato l’«heavy rock». E da allora non se n’è più andato! Per sempre.

Autore: Aleš Podbrežnik


Deep Purple – Living Wreck
Deep Purple – Flight of the Rat
Deep Purple – Bloodsucker
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