Judas Priest, Saxon, Uriah Heep – la genesi del metal e l’armata d’acciaio a Vienna (2024)

foto: EDITA KLEMEN 2024
0 472

Band in scena: Judas Priest / Saxon / Uriah Heep
Data: lunedì, 1. 4. 2024 (dalle 18.00 alle 23.00)
Luogo: Vienna (Wien) / Wiener Stadthalle – Halle D / Austria


Eccolo, finalmente, il gran giorno! La festa di tutti gli amanti dell’acciaio, del cuoio, dell’olio motore bruciato e del metal di ogni epoca! Uno spettacolo che mette in un unico pacchetto tre band fondamentali per lo sviluppo del metal, cioè Judas Priest, Uriah Heep e Saxon, difficilmente ha rivali! Tre gruppi che hanno in comune il fatto di avere, nelle formazioni di oggi, un solo membro originale e che, ognuno nella propria era di massimo splendore commerciale, hanno influenzato in modo decisivo il volto del metal di oggi. Per gli Uriah Heep, ad esempio, il successo è arrivato due anni prima che i Judas Priest pubblicassero anche solo il primo album, mentre i Saxon sono stati una delle band chiave della N.W.O.B.H.M., l’ondata che ha messo il metal classico sulla mappa mondiale. Dei Judas Priest, dèi biblici del metal, non c’è nemmeno bisogno di dilungarsi: con la loro visionarietà, disco dopo disco, hanno definito e limato i postulati di base che l’heavy metal ha fatto suoi. Heavy metal di ogni epoca. Il lascito di tre band che è un evergreen. Per sempre. Un lascito che attraversa le generazioni, una musica a cui resti fedele e legato per sempre! Ed è questo che tiene in vita l’heavy metal. Come ha detto in uno dei ringraziamenti di questo concerto a Vienna, in pieno stile predicatore metal, il celebre cantante dei Judas Priest Rob Halford: “Grazie per proteggere l’heavy metal!”

La Wiener Stadthalle è il più grande palazzetto indoor d’Austria! Accoglie ben 16.000 persone (tribune e parterre insieme). Il locale non era sold out del tutto. Il giorno del concerto era rimasto qualche posto in tribuna, mentre i biglietti per il parterre erano finiti già da qualche mese. Quelli per la categoria “sotto il palco”, per dire, erano esauriti già a inizio settembre dell’anno scorso. Quella sera orde di metallari sono arrivate verso la capitale austriaca anche dalla penisola balcanica. E qui c’era praticamente tutta la comunità metal slovena!

Gli Uriah Heep, che con i loro primi dischi nell’età dell’oro degli anni Settanta hanno influenzato in modo definitivo il volto dei primi Priest, e anche i Saxon, per puro purismo sotto questo aspetto sarebbero stati loro gli headliner del tour. Ma uno status così spetta ovviamente a chi ha avuto più successo commerciale (il motivo? Tra le tre band di questa serata, i Priest sono gli unici a essere riusciti negli anni Ottanta nel vero grande salto sul suolo statunitense). I Judas Priest stanno vivendo, nell’ultimo decennio, una vera e propria rinascita primaverile. Le leggende stanno vivendo una vera fioritura artistica. Lo ha confermato il brillante “Firepower” (2018, RockLine recensione), e lo conferma ora il suo altrettanto brillante successore “Invincible Shield” (2024, RockLine recensione), uscito appena tre settimane prima dell’arrivo dei Judas Priest a Vienna! L’interesse per i Judas Priest è tornato a salire, soprattutto nell’ultimo decennio. In tutto il mondo. Dopo il tour “Epitaph” del 2013 molti insinuavano che fosse la fine del viaggio, ma i Judas Priest poco dopo, con un Faulkner super impegnato in formazione, hanno pubblicato l’album del ritorno “Redeemer of Souls” (2014), che ha scacciato ogni cattivo presagio. È stato bellissimo osservare soprattutto le orde di giovanissimi, a conferma che per l’heavy metal non c’è nulla da temere neanche per il futuro.

Ma andiamo con ordine. Sono le 18.45 e sul palco ci sono gli Uriah Heep. Le leggende, che l’anno scorso hanno pubblicato l’attuale album in studio “Chaos & Colour” (2023, RockLine recensione), hanno usato tre quarti d’ora di set per presentare un repertorio con cui portare in scena l’ultimo disco, e nei minuti rimanenti hanno ovviamente sganciato i successi più noti. Ma un concerto degli Uriah Heep di appena 45 minuti è decisamente troppo poco per soddisfare un vero fan della band. Il gruppo ha subito creato la ben nota atmosfera con la caricatissima Save Me Tonight dall’ultimo album “Chaos & Colour”, seguita da un altro inno recente, Grazed By Heaven dal predecessore “Living The Dream” (2018, RockLine recensione). Il quintetto, comandato dall’indistruttibile chitarrista Mick Box – quest’anno compirà 76 anni – dal vivo suona carico come un fulmine. Frasi massicce in combinazione con il suono Hammond corposo di Phil Lanzon, la voce di Bernie Shaw ancora freschissima, vellutata e piena di energia, e sotto a tutto una sezione ritmica in cemento armato con l’esplosivo batterista Russell Gilbrook e l’eccezionale acrobata melodico del basso, cioè Dave Rimmer: dal vivo restano spaventosi. Pittoreschi! Famelici. Parliamo di una band che suona senza sosta. Che sale sul palco di continuo. Anche sul piano sonoro era tutto a posto. E ovviamente ci ha messo del suo il pubblico, che si era già ammassato per bene in vista degli Uriah Heep, e nelle prime file del parterre era particolarmente infernale. Tra la classica Rainbow Demon da “Demons And Wizards” (1972), un’altra recente cavalcata, Hurricane, e il tornado metallizzato Free’N’Easy da “Innocent Victim” (1978), il tempo con la band è volato fin troppo in fretta. Ma gli Uriah Heep avevano risparmiato la maggior parte della dinamite per il finale. Prima con un riff ‘gigantesco’ – la classica Gypsy, in cui sono entrati direttamente, senza l’intro di Hammond (come nell’album di debutto in studio) – e poi, come da copione, Easy Livin’, che ha scosso con violenza le fondamenta del palazzetto, e infine la classica conclusiva del repertorio d’acciaio, l’acustica Lady In Black, cantata a squarciagola da tutta la Stadthalle!

Gli Uriah Heep sono ancora in splendida forma esecutiva. Non gli sfugge niente e tutto quello che fanno trasmette una gioia e un divertimento incredibili, che la band irradia e con cui si conquista subito il pubblico. Non stupisce. Il chilometraggio è eccezionale, difficile da descrivere. Troppo vasto! Gli Uriah Heep mantengono la carica anche nel 55° anno di attività. E a quanto pare non è ancora finita.

Alle 20.00 sono saliti sul palco i Saxon. All’inizio di gennaio di quest’anno i Saxon hanno pubblicato un nuovo, splendido lavoro in studio, “Hell, Fire & Damnation” (2024, RockLine recensione). Alla guida del gruppo c’è l’indistruttibile cantante Biff Byford, senza il quale i Saxon semplicemente non esistono. Ha infatti attraversato tutte le ere della band. È l’unico, nella formazione attuale, che l’anno scorso ha subito un nuovo ‘restyling estetico’: lo stanco Paul Quinn è stato sostituito dal leggendario chitarrista dei Diamond Head Brian Tatler, e così la percentuale media di capigliatura nella leggendaria band è di nuovo più alta! Come gli Uriah Heep prima di loro, i Saxon hanno sfruttato l’ora di concerto per combinare un repertorio di brani dell’ultimo album con i classici del repertorio d’acciaio, che a un concerto dei Saxon proprio non possono mancare.

Anche l’esibizione di questa magnifica band è stata accompagnata da un ottimo suono. Il linguacciuto Biff, che ha infiammato il pubblico da maestro durante la performance, ha dimostrato di essere ancora un dannato frontman, con una voce conservata alla perfezione, come hanno confermato anche le note più alte, eseguite con una potenza gestita in modo sicuro. La band ha distribuito i pezzi in modo che, verso la coda, a dominare fossero ovviamente i classici. I brani nuovi – l’iniziale Hell, Fire & Damnation, poi Something in A Roswell e anche Madame Gilloutione – si alternavano ai classici Motorcycle Man e And The Bands Played On, e c’è stata anche la prima sorpresa, quando il gruppo ha deciso di riportare in scaletta la title track dell’album “Sacrifice” (2013). A metà concerto Biff chiede al pubblico di scegliere tra i brani: Dallas 1. p. m, Crusader e Broken Heroes. I Saxon proseguono con Crusader, che per la prima volta unisce davvero la massa in un vero mantra metal da lunedì di Pasquetta. Il culmine per i fan un po’ più esigenti arriva solo ora! Biff chiede di nuovo: “Suoniamo Dallas 1. p. m. o Broken Heroes”? “So let it be Broken Heroes!”, chiude il cantante di pietra, e la band attacca un classico da “Innocence Is No Excuse” (1984) che di rado finisce nelle scalette dal vivo! Sicuramente il momento top della giornata con i Saxon!

I Saxon mantengono un’ottima forma sul palco! Tatler ha decisamente portato una ventata di freschezza: con Scarratt ha preso più volte la posizione frontale, spalla a spalla, e si è caricato sulle spalle anche alcuni assoli portanti, tra cui quello nella conclusiva Princess Of The Night. Quando i Saxon cominciano a far rotolare Denim And Leather, sai che si avvia tutto verso la fine! Qui è d’obbligo Wheels Of Steel, e poi il già citato gran finale con Princess of the Night. Non c’è stato tempo per qualche altro classico d’acciaio, perché i Saxon hanno infiammato di gran lunga il palazzetto stracolmo, che ne voleva ancora! Funziona soprattutto la loro agilità sul palco in questa fase matura della carriera. Il basista scatenato Nibbs Carter è sempre una storia a sé nei concerti dei Saxon, i passaggi di cannone di Nigel Glockler danno al contenuto delle frasi immortali del repertorio d’acciaio della band un fascino enorme! I Saxon restano dunque bollenti! A differenza degli Uriah Heep, per i quali è stata una vera sorpresa che abbiano accettato il ruolo di band di supporto in questo tour (i loro tour erano di norma sempre da headliner, o al massimo da co-headliner), i Saxon li avevamo già visti in un ruolo simile. Il più delle volte scaldavano il pubblico nei tour tedeschi autunno-inverno dei indimenticabili Motörhead.

I Judas Priest, il fulcro dell’attenzione della maggior parte di chi quella sera è arrivato da ogni direzione d’Europa nel ‘municipio di Vienna’, hanno attaccato il concerto una quindicina di minuti dopo l’orario annunciato. Verso le 21.15. Dopo una versione accorciata dell’intro War Pigs dei loro compaesani di Birmingham, i Black Sabbath, e uno speciale ‘intro da tour’, il sipario cala e i Judas Priest, raccolti sulla scalinata della pedana della batteria di Scott Travis come una squadra di hockey attorno al portiere, si sparpagliano sul palco gigantesco, prendono le loro posizioni e partono con il nuovo pezzo d’assalto Panic Attack per due ore di messa metal!

Suono ottimo dal primo all’ultimo secondo (in posizione centrale tra la settima e la quarta fila del parterre)! Con il ‘ragazzino’ biblico, diciamo pure il Babbo Natale metal monello Rob Halford al centro e con il grande ‘pilastro’ della band degli ultimi anni, il chitarrista Richie Faulkner, che a oggi ha già assimilato tutte le tecniche, i rituali e le abitudini del prendere pose teatrali durante la performance live, i Judas Priest hanno dimostrato che con la produzione portata dall’attuale tour “Invincible Shield” nessuno gli si avvicina. Lo straordinario ‘gioco’ di luci sul palco, le scenografie con le proiezioni sugli schermi giganti sullo sfondo e ovviamente i classici immortali che adornano vita e opere di questa band immortale sono una combinazione vincente di tutto ciò che puoi desiderare a un concerto di questi giganti del metal. Anno dopo anno hanno rifinito questa produzione alla perfezione. Nei minimi dettagli. Anche la famosa croce dei Judas Priest, calata più volte dal soffitto fin quasi al palco, ha buttato benzina sul fuoco della straordinaria dinamica dello show.

I Judas Priest hanno fatto rotolare un pezzo dopo l’altro. Una scoperta notevole è che Rob Halford non usa più il teleprompter, il che significa che nel nuovo tour porta meno spesso gli occhiali da sole e, allo stesso tempo, è molto più agile sul palco di quanto sia stato negli ultimi anni. A questo aggiungi una forma vocale eccezionale nonostante l’età (il che non significa nascondere che riceva anche un bel sostegno dal mixer), un carisma gigantesco ormai proverbiale e un teatro e una recitazione incredibilmente sicuri, con cui il pubblico gli mangia in mano per tutto lo spettacolo. Halford è Halford. Uno e unico! Una delle icone più famose del metal! E ogni volta che toccava a uno dei suoi celebri ‘scream’, il pubblico impazziva e ricambiava con un boato la vittoria vocale del leggendario frontman, che alla fine di agosto compirà la bellezza di 73 anni.

E gli altri? Scott Travis è eccezionale! Il suo stile è letteralmente un compagno essenziale di ogni versione esecutiva dei Judas Priest, ogni volta che salgono sul palco. Preciso come un orologio, nel mitragliare con il doppio pedale e nella potente cannonata di rullate di ogni tipo, inarrestabile e devastante! Ian Hill, il leggendario bassista, nella formazione di oggi in realtà l’unico vero membro originale e fondatore, con la sua eterna posizione appena percettibile sullo sfondo a destra, di solito non si prende il centro della scena. Ma al centro finisce il suo basso rauco e sbarrato, che per tutto il concerto è stato un condimento ben udibile senza il quale proprio non si può. E infine, il chitarrista ‘di riserva’ della band, il suo ‘sesto’ membro e produttore degli album Andy Sneap, che nei tour occupa la posizione di Glenn Tipton (Tipton soffre ormai da parecchi anni di Parkinson)! La politica del gruppo è che ad Andy non venga concessa la posizione alla pari di cui gode Richie Faulkner. Per questo non prende nemmeno iniziative negli assoli, e anche il suo spazio sul palco è delimitato in modo nettamente più stretto di quello di Halford e Faulkner. Non significa che Andy non sarebbe in grado di fare quello che fa Faulkner, solo che, come vuole la politica interna della band, semplicemente non può!

Oltre a Panic Attack dal nuovo album, il gruppo ha aggiunto in scaletta altri due brani che ne sono i veri picchi. La title track e l’ottima mini suite Crown of Horns. In scaletta l’album “British Steel” (1980, articolo di RockLine per i 40 anni dall’uscita dell’album) ha ovviamente un posto speciale, come ce l’ha nella carriera stessa della band. La band ne ha eseguito quattro brani, e ha entusiasmato soprattutto il ritorno in repertorio del classico Rapid Fire. Rispetto alla scaletta di due anni fa, quando i Judas Priest hanno fatto tappa anche a Lubiana, stavolta il gruppo ha lasciato più spazio alla propria produzione anni Settanta. Particolarmente entusiasmanti sono state la cupissima Saints In Hell dall’ottimo ma spesso trascurato “Stained Class” (1978, RockLine recensione), e poi l’eccellente, assassina, rovinosa e occulta Sinner dal classico “Sin After Sin” (1977, RockLine recensione), mentre restano altri due brani ‘cornuti’, Green Manalishi with the Two Pronged Crown) e Hell Bent For Leather (entrambi da “Killing Machine”, 1978 – RockLine recensione), con l’immancabile giro in moto di Halford sul palco: classici obbligati del repertorio più atteso. Ed è stato bello, alla fine, vivere per la prima volta dal vivo, da parte dell’autore di questo pezzo, anche l’unico classico di “Defenders Of the Faith” (1984, RockLine recensione) della serata – l’eccellente Love Bites, che dal vivo possiede uno speciale magnetismo demoniaco! Insomma. Con una scaletta dei Judas Priest è difficile che qualcosa vada storto. E anche quella sera a Vienna è andata così.

Altri due picchi di ogni concerto dei Priest sono sempre Turbo Lover, che sul palco è semplicemente ‘velenosa’ (peccato che la band non porti più dal vivo qualche altro brano dall’album “Turbo” (1986, RockLine recensione)) e poi, ovviamente, l’unico e solo Painkiller, che appartiene ovviamente all’unico Scott Travis! Faulkner è un piacere da guardare. Con un’incredibile dedizione per la meccanica di fino e il puntiglio ha studiato a fondo gli originali in studio degli assoli di K. K. Downing e Tipton, ma ovviamente il maestro ci aggiunge anche le sue finezze (soprattutto nei pezzi più recenti – tra cui Lightning Strikes ha ricordato ancora una volta quanto sia ottimo anche l’album “Firepower” del 2018)!

Sbavature a un concerto dei Judas Priest non ce ne sono e non devono esserci. Con l’eccezione di una piccola peripezia durante You’ve Got Another Thing Comin’ nella prima parte del concerto, quando in una parte del brano la chitarra di Faulkner è rimasta completamente ‘muta’. Anche Halford ha gestito alla grande, vocalmente, un materiale impegnativo. Anche ‘sfinito’ da Painkiller, che ai concerti dei Priest aspetta sempre proprio nel finale, si è difeso benissimo!

Il pacchetto Judas Priest, Saxon e Uriah Heep, in questa serata indimenticabile e unica nel cuore della capitale austriaca, ha regalato alla maggior parte dei presenti un vero sogno bagnato, che non dimenticheranno fino alla fine dei loro giorni! In circa quattro ore di spettacolo abbiamo avuto tutto quello per cui eravamo venuti! E per giunta un’ottima intesa tra tutte e tre le band. Un evento a cui sei semplicemente venuto, ti sei lasciato andare e te lo sei goduto, goduto e ancora goduto. Fino al momento che in occasioni così arriva sempre troppo presto. Non dirò a sorpresa, anche se, se ti stacchi dal mondo, la sensazione non è nemmeno fuori luogo. In ogni caso, quel momento che si chiama fine arriva sempre troppo presto. Titani e dèi del metal! Incarnazione. Unico e irripetibile! Con una dose di entusiasmo che non cala, così come non cala il fuoco nei cuori metal! Un fuoco che ci ha uniti in uno, ci ha stregati con la sua magia, ci ha portati via e ci ha caricati senza tentennamenti con l’energia sempreverde dei classici eterni dell’universo metal! Ecco, è questo! Amen.

Testo: Aleš Podbrežnik
Foto: Edita Klemen

Uriah Heep setlist:
1. Save Me Tonight
2. Grazed by Heaven
3. Rainbow Demon
4. Hurricane
5. Free ‘n’ Easy
6. Gypsy
7. Easy Livin’
8. Lady in Black

Saxon setlist:
1. The Prophecy (intro)
2. Hell, Fire and Damnation
3. Motorcycle Man
4. Sacrifice
5. There’s Something in Roswell
6. And the Bands Played On
7. Madame Guillotine
8. Heavy Metal Thunder
9. Crusader
10. Broken Heroes
11. Denim and Leather
12. Wheels of Steel
13. Princess of the Night

Judas Priest setlist:
1. War Pigs (orig. Black Sabbath – intro registrato)
2. Invincible Shield Tour Anthem (intro registrato)
3. Panic Attack
4. You’ve Got Another Thing Comin’
5. Rapid Fire
6. Breaking the Law
7. Lightning Strike
8. Love Bites
9. Saints in Hell
10. Crown of Horns
11. Turbo Lover
12. Invincible Shield
13. Sinner
14. Metal Gods
15. The Green Manalishi (With the Two Prong Crown) (orig. Fleetwood Mac)
16. Painkiller
—bis—
17. The Hellion
18. Electric Eye
19. Hell Bent for Leather
20. Living After Midnight
21. We Are the Champions (orig Queen – outro registrato)


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie