Questa è la storia dell’album con cui i Judas Priest hanno ridefinito il loro heavy metal, riuscendo ad agganciare le tendenze del momento. Nel 1990 i Judas Priest erano considerati dei veterani, una specie di decani dell’heavy metal. Questi “difensori dell’ortodossia metallica” ormai bene insediati sono stati rimessi in gioco da Painkiller. Rinnovati, rinfrescati, con tanto di reset di immagine e missione. Per questo è un album che non si è limitato a cavalcare la moda del momento – cosa che i Judas Priest hanno incastrato con una flessibilità sorprendente nel loro dossier musicale, pur sempre inconfondibile – ma che, come si è visto, ha iniziato a ispirare altre band in cerca di ancora più aggressività, di una musica senza compromessi e, per dirla con un eufemismo, di estremi sonori nell’heavy metal.

La recensione di RockLine di “Painkiller” dei Judas Priest!
Nel 1986 i Judas Priest pubblicarono un album decisamente interessante, «Turbo» (recensione di RockLine di “Turbo“, recensione di RockLine di “Turbo 30“), costruito sul contrasto del suono con i sintetizzatori per chitarra e che allontanò parecchio la band da tutto ciò che aveva fatto in passato. Negli USA andò bene, e fu un grande successo anche il tour mondiale da cui uscì il live «Priest… Live!» (1987). Eppure restava il fatto che – almeno dal punto di vista dello stile – con quel disco i Judas Priest si erano infilati in un vicolo cieco. A livello di evoluzione, s’intende. Se volevano restare in contatto con l’espressione primordiale dell’heavy metal, bisognava per forza fare un passo indietro, tornare a flirtare con l’album «Defenders of the Faith» (1984) e registrare un disco che riportasse nel linguaggio musicale più sguardo distorto e feroce. Così nacque «Ram it Down», uscito nel 1988, che però, nonostante qualche momento ottimo e un “crunch” delle due chitarre di nuovo più deciso, non riuscì a staccarsi dalla sua media “tiepida”. A darne la sensazione, nel 1988, era una certa lieve “stantiezza”. A quanto pare i Judas Priest si trovavano addirittura in una specie di vuoto artistico, il che lasciava intendere che non fossero più in grado di mettere insieme un disco capace di prendere davvero a calci l’ascoltatore e tenerlo per la gola dall’inizio alla fine. Come è noto, i Judas Priest volevano che «Turbo» fosse un doppio – cioè «Twin Turbos» – venduto al prezzo di un album singolo, ma l’etichetta, tirchia, disse di no. Chiedetelo ai Bon Jovi, a cui nel 1988 capitò una cosa simile, quando volevano che «New Yersey» fosse allo stesso modo un doppio album.
Nel 1988 i Judas Priest portarono in tour come “apripista” gli Slayer. Nelle dichiarazioni dopo il tour i Judas Priest non nascosero la simpatia e l’entusiasmo per le band che suonavano il thrash metal, sempre più popolare, con in testa le opere di rottura di Slayer, Metallica, Megadeth, Anthrax, Testament… In quel periodo i Judas Priest volevano rinnovare la propria forma, la propria visione musicale e, se vogliamo, anche la propria missione. Avevano fame di rinfrescate e aggiornamenti. Come band non si sono mai voltati indietro. Proprio grazie a questa continua scoperta di nuovi orizzonti avevano trovato, del tutto senza pianificarlo, la formula dell’heavy metal e, con la loro estetica da palco, avevano definito senza volerlo una moda poi fatta propria dalla sottocultura metal. Ma quelli erano gli anni Settanta e la band aveva più di dieci anni in meno. Ora la domanda era: quanta motivazione ed energia erano rimaste per il passo avanti che serviva?
Così i Judas Priest ricorsero a due cambiamenti radicali, senza i quali «Painkiller» non sarebbe mai diventato quello che conosciamo da sempre. Prima di tutto, nel 1989 arruolarono il batterista di Los Angeles e dei Racer X Scott Travis, che prese il posto di Dave Holland. Come sono arrivati a Travis? Ufficialmente, con un’audizione. Ma dietro c’è una storia più lunga. La band teneva Travis “nel mirino” da un bel po’. Halford in quel periodo era in contatto con i Racer X e per il compleanno del loro cantante Jeff Martin gli regalò il brano Heart of a Lion. Quel pezzo nacque durante le registrazioni di «Turbo» e i Judas Priest non lo pubblicarono mai su nessun album. Uscì solo molti anni dopo nella raccolta «Metalogy» (2004). Jeff Martin e i Racer X ebbero poi parecchie difficoltà a tutelarsi sul fronte dei diritti d’autore quando registrarono la loro versione di Heart of a Lion per il secondo album in studio, «Second Heat» (1987). I Judas Priest volevano riportare nel suono il doppio pedale della cassa. Non erano certo dei principianti in questo: già il loro ex batterista Les Binks lo usava alla fine degli anni Settanta. Avrebbero quindi potuto chiamare Travis senza problemi già per «Ram It Down», ma per rispetto nei confronti di Holland aspettarono.
Misero mano anche a un altro cambiamento radicale. Prima di entrare nel processo di registrazione del nuovo album si separarono dal produttore di lunga data Tom Allom, che aveva plasmato il loro suono degli anni Ottanta, e, come hanno raccontato loro stessi, Chris Tsangarides era di fatto l’unico sostituto degno per un produttore leggendario che i Judas Priest stimavano enormemente e senza il quale, con «British Steel», probabilmente non sarebbero riusciti a conquistare il mondo. Tsangarides era un vecchio amico della band, visto che come tecnico del suono aveva contribuito a dare forma al suono di «Sad Wings of Destiny» (1976). Proprio con quell’album mosse i suoi primi passi nel mestiere di chi gira le manopole in studio. Tsangarides era ben dentro alle tendenze sonore e stilistiche di quella fase dell’heavy metal, cioè a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Negli anni Ottanta si era fatto in fretta una reputazione internazionale e, insieme a Tony Platt, Nigel Green, Martin Birch e Robert John “Mutt” Lange, formava il celebre “quintetto” dei produttori “di casa” britannici più chiacchierati dell’epoca. Si fece strada collaborando con album dei fusionisti jazz rock Colosseum II e Brand X, ma la svolta fu la conoscenza con Gary Moore, che dopo la collaborazione con i Colosseum II lo invitò a lavorare ai suoi album in studio da solista. Buttiamo lì al volo qualche altro nome con cui ha lavorato il compianto produttore: Black Sabbath, Anvil, Y&T, Helloween, Thin Lizzy, Angra, Yngwie J. Malmsteen, Anthem, Tygers of Pan Tang, Sinner, Overkill, Loudness, Exodus, Sisters Of Mercy, King Diamond, Ian Gillan e Bruce Dickinson.
Con Travis in formazione, i Judas Priest poterono sviluppare una dose di distruttività decisamente più alta, e il modo di suonare raggiungeva velocità infernali. Anche Rob Halford era in una forma vocale strepitosa e col suo canto, con cui per gioco superava l’estensione di diverse ottave, su «Painkiller» servì una marea di urla indimenticabili e melodie vocali estremamente acute, che si sposavano a pennello con l’esecuzione sfrenata di potenza, velocità e mostruosità di una musica dal formato completamente nuovo. Travis, che era un novellino, già con l’introduzione di 15 secondi, un siluro di doppia cassa dentro la title track, annunciò che «Painkiller» è un album che occupa un posto unico non solo nella discografia della band, ma anche quando lo metti sulla bilancia con l’intero universo heavy metal.
Insomma. La stampede di doppia cassa combinata con riff devastanti, che si lasciavano andare volentieri persino a soluzioni di semitono – per la band una specie di scoperta e di mini rivoluzione –, e linee di basso che tagliano l’acciaio, hanno amplificato il carattere vertiginoso della voce di Halford. Prima abbiamo parlato dell’esplosione del thrash metal e delle band del genere, che i Judas Priest guardavano con grande approvazione e simpatia. Un bel pezzo di quell’aggressività, e anche del suonare a velocità estreme, è entrato pure nella scrittura del nuovo materiale. E qui c’è un altro fattore importante, che ha messo il puntino sulla “i” dell’identità unica e inafferrabile di «Painkiller»: gli assoli e gli ornamenti di chitarra. Sia Glenn Tipton sia K.K. Downing erano chitarristi che anche al dodicesimo album in studio, come era appunto «Painkiller», continuavano a evolversi. In particolare, sul nuovo disco a prendere un po’ l’iniziativa è stato Tipton, che si era appassionato agli «sweeping arpeggios» – e da chi, se non dal chitarrista dei Racer X Paul Gilbert? Quando Travis venne all’audizione, infatti, presentò ampiamente anche il materiale dei Racer X, e in particolare Tipton non nascose il proprio entusiasmo. Il salto negli assoli rispetto ai lavori precedenti è più che evidente.
«Painkiller» ha cambiato radicalmente lo stile fino ad allora seguito dalla band: ha ripulito tutto ciò che potesse anche solo profumare di blues o rock’n’roll, cioè proprio le radici da cui la band, nata nel 1969, era uscita, anche se si fosse trattato di un’innocente brezza leggera, come la ballata Living Bad Dreams, tagliata di proposito dall’album. In questo modo chiuse ogni porta alla possibilità che l’immagine del disco si “ammorbidisse” per sbaglio. La band voleva scaricare fuori un album bestiale, selvaggio, indomito, velocissimo e devastante, che non conosce obbedienza, che per ben 46 minuti ti fa rizzare i capelli in testa e che non lascia superstiti né scuse. Brani come la title track – un demonio che vale il peccato e il piacere celeste, Painkiller – e poi Metal Meltdown e All Guns Blazing mantengono un’espressione imbronciata, una mordacità, un’esasperazione e una mostruosità che flirtano con la crescente popolarità del thrash metal in ascesa. Per questo consegnano i momenti più aggressivi dell’album.
La band non ha rinunciato alla musicalità. Stavolta ha di nuovo incrociato in modo unico tutta la violenza voluta degli arrangiamenti con la sua sensibilità musicale. La brillante scarica del devastante assalto nucleare d’apertura, la title track, viene recuperata subito nella seconda canzone con una delle frasi più marcanti di Hells Patrol, che in maniera simile ha alle calcagna un altro riff straordinario e sempreverde, che si impone poco dopo in Rebel Leather. Entrambi i pezzi sono tirati fuori con un po’ meno follia e aggressività speed metal, e il doppio pedale della cassa in queste due ottime frasi, nella chiave ritmica scelta, non potrebbe rendere meglio. Due pezzi di una voracità eccezionale. L’album si chiude con la solenne One Shot At Glory, che senza volerlo annuncia che l’era dei Judas Priest classici si è compiuta, esaurita e conclusa. Per sempre.
È interessante la storia che sta dietro a A Touch Of Evil. Il pezzo l’ha scritto Chris Tsangarides, che componeva brani per la libreria musicale Burton Music, da cui sceneggiatori e registi di ogni genere prendevano in prestito musica per metterla come base sonora nei film. Da lì arriva questo brano, pensato quindi per accompagnare scene di omicidi e altri atti per nulla rosei del lato oscuro dell’essere umano. Un giorno Chris lo stava facendo girare in studio mentre cercava un «soft spot». Quando Tipton, che per caso era capitato lì in quel momento, lo sentì, ebbe un sussulto: «Che diavolo era quello?!?!» Chris gli spiegò e Tipton gli disse di aspettare un attimo. Bastarono pochi minuti e in studio si presentò l’intera guarnigione dei Judas Priest: Halford scrisse subito il testo, Tipton costruì il passaggio mid-eight e ricavò strofa e ritornello. Tutti i riff e i passaggi del pezzo li suona Tsangarides, mentre gli assoli sono di Tipton. È uno dei brani più musicali dell’album, dominato da un vero tocco di tentazione di demoni malvagi. Tipton ha messo gli assoli per intero in All Guns Blazing, Nightcrawler, Between the Hammer and the Anvil, Hells Patrol e nella già citata A Touch Of Evil. Negli altri pezzi gli assoli convivono in duelli con K. K. Downing. Undici anni dopo Tsangarides ha unito di nuovo le forze con Tipton per Subterfuge e Metal Messiah, finite nell’album «Demolition» (2001).
L’album è stato registrato all’inizio del 1990 negli studi Miraval a Correns, vicino alla Costa Azzurra. Uno studio circondato dai vigneti. Un ambiente poco specifico per una band così, eppure anche «Ram It Down» il gruppo l’aveva registrato in una location non meno atipica, i Puk Recording Studios a Gjerlev, in Danimarca. Fu quindi un’esperienza completamente diversa rispetto ai tempi delle registrazioni tra gli album «Point of Entry» e «Turbo», quando la band aveva registrato alle Bahamas (Compass Point studio) e a Ibiza, in Spagna.
Miraval era una fortezza, che più tardi comprarono Brad Pitt e Angelina Jolie, e dove vissero per qualche anno. Ian Hill ha raccontato che i pranzi di gruppo si allungavano di parecchio ogni giorno per via dell’abbondante offerta di vini della casa, il che non stupisce, visto che durante le registrazioni la band si trovava in piena zona vinicola. Forse a farne le spese più di tutti è stato Rob Halford, astemio dal 1985, che però ha superato la prova di quelle aspre tentazioni a pieni voti, restando fedele ai suoi principi. A lavoro finito il materiale è passato ad Attie Beuw, che a Hilversum, nei Paesi Bassi, negli studi Wisseloord, ha fatto il missaggio finale.
Insomma. «Painkiller» è uscito in ritardo. I Judas Priest l’avevano registrato per intero già a fine marzo 1990 e volevano pubblicarlo il prima possibile, per farlo «entrare e sedimentare» il più possibile tra i fan prima di partire in tour. Però si aspettava l’esito della causa. Contro i Judas Priest era stata intentata un’azione legale da 6,2 milioni di dollari da parte della famiglia Vance – di tutto questo puoi leggere di più nell’articolo di approfondimento che Rok Klemše ha scritto per RockLine. Proprio per questo l’etichetta spostò la data d’uscita a quando fosse stato chiaro cosa sarebbe successo in tribunale. Il tribunale annullò la causa il 24 agosto 1990, per mancanza di prove, e archiviò il procedimento. «Painkiller» uscì il 3 settembre 1990. Quindi tutta la sua bestialità non dipende da un’eventuale rabbia accumulata dai membri della band a causa del processo. Scott Travis, che allora era solo uno spettatore, ricorda che i membri ne parlavano, sì, di questa faccenda giudiziaria, ma ogni discussione finiva più o meno con la certezza che il procedimento sarebbe comunque stato fermato. Al primo posto la band metteva il lavoro sull’album «Painkiller». La cosa più divertente, però, era l’adesivo sulla confezione dell’album, che diceva: «Suona fantastico. Se lo giri in avanti o all’indietro.» Chi conosce il retroscena della causa contro la band capirà subito il cinismo della seconda frase.

Nel giro di una settimana dall’uscita «Painkiller» è schizzato al 26° posto della classifica britannica di casa. Stesso risultato nella classifica americana di Billboard. Il piazzamento migliore l’ha ottenuto nella classifica tedesca degli album più venduti, dove è arrivato al 7° posto. A gennaio 1991 è diventato disco d’oro. Gli ori sono arrivati in Canada, negli USA e in Giappone. Ad oggi ha venduto più di due milioni di copie in tutto il mondo. Insieme all’album è uscito anche il primo singolo, per la title track. Il brano Painkiller è stato candidato anche a un Grammy nella categoria miglior performance metal, ma a batterlo è stata Metallica con la sua cover del classico dei Queen Stone Cold Crazy. Vabbè, nella stessa categoria nel 2010 la band ha comunque assaporato la dolcezza di un Grammy con il brano Dissident Agressor. Più avanti la band ha pubblicato anche un singolo per A Touch Of Evil. Entrambi i singoli hanno anche un video.
Nell’ottobre 1990 la band è partita per il lungo Painkiller tour, che si è chiuso il 19 agosto 1991. La scenografia si basava sul concetto del carro armato. Visto il calendario di date incredibilmente fitto, a essere sfinito più di tutti dal tour è stato proprio Rob Halford. Il cantante ricorda che a «sopravvivere» al tour l’ha aiutato un’ottima forma fisica e atletica, dato che era già da un po’ completamente astemio, e ricorda anche di non aver avuto durante il tour il minimo problema di insonnia, come invece gli capita adesso.
Per l’album «Painkiller» i Judas Priest hanno fatto ben due tour in Nord America, e naturalmente si sono esibiti anche in Giappone e in Europa, suonando per la prima volta in assoluto in alcune sedi dei paesi dell’ex blocco orientale. Il 25 febbraio 1991 i Judas Priest, con il supporto di Pantera e Annihilator, sono passati anche dalla halla Tivoli di Lubiana. Per il secondo concerto della band in Slovenia c’è toccato aspettare altri 27 anni, quando i Judas Priest hanno suonato a Tolmin, nell’ambito del festival Metaldays! Il culmine del tour mondiale a sostegno di «Painkiller» è stato l’headliner della band al festival Rock in Rio II nel gennaio 1991. Nel primo tour nordamericano ad accompagnare i Judas Priest c’erano Megadeth e Testament, mentre il secondo tour nordamericano era in co-headlining con Alice Cooper. Quel tour si chiamava Operation Rock & Roll, con dedica ai soldati americani impegnati nell’operazione Tempesta del deserto. Visto che nel frattempo il grunge era già esploso e si era preso il mainstream mondiale, quest’ultima parte del tour mondiale non è andata granché bene. Proprio nell’ultimo concerto di questo tour, che per Rob Halford ha segnato anche l’ultimo con i Judas Priest (per più di dieci anni), è successo che, quando la band ha aperto con Hell Bent For Leather – sulle cui note Halford è entrato sul palco in sella a una Harley Davidson – (in puro stile Spinal Tap) si è schiantato contro la pedana su cui stava la batteria di Travis. Non proprio un momento splendido per l’addio di Rob.
Halford ha pensato per la prima volta di lasciare la band già nel 1991, ma alla Columbia Records sono riusciti a trattenerlo fino a maggio 1992, quando ha reso pubblico l’addio ufficiale. Il cantante ha fondato i Fight, poi è arrivato il progetto Two, e quindi è tornato alle radici, ha messo in piedi la band Halford e nel 2000 ha sfornato un ottimo album del ritorno, «Resurrection», che molti critici hanno incoronato come «Painkiller 2000», seguito da altri due album in studio. Nel 2003 è rientrato nei Judas Priest, dove nel frattempo aveva cantato Tim ‘Ripper’ Owens, con cui la band ha pubblicato due album. «Jugulator« (1997): il brano Bullet Train è stato candidato al Grammy.
Trent’anni dopo, Painkiller resta un grande classico dell’heavy metal e uno dei migliori dischi che questo genere musicale abbia mai dato. Dalla fenomenale copertina apocalittica di Mark Wilkinson fino agli ultimi istanti dell’epico inno One Shot At Glory, l’album suona ancora oggi ispirato, provocatorio, unico, impeccabile per suono e composizione, e insieme ruvido ed elettrizzato. Senza tempo, come se fosse appena uscito. L’album non è solo il momento del ringiovanimento rinascimentale della band, ma è importantissimo anche per la ridefinizione stessa dell’heavy metal: da allora in poi «Painkiller» è diventato per tantissime band una grande ispirazione e un modello, e continua a ispirare band nuove ancora oggi. È uno di quegli album che devono stare nella collezione di ogni fan dei suoni heavy metal e dei vari sottogeneri del metal. Che tu sia un fan sfegatato della band o no, rientra tra gli oggetti indispensabili della vita di ognuno.
Autore: Aleš Podbrežnik
